L’Arabia Saudita mira alle “emissioni zero”: un obiettivo raggiungibile?

Pubblicato il 30 ottobre 2021 alle 8:29 in Arabia Saudita Medio Oriente

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L’Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, ha annunciato, il 23 ottobre, che intende raggiungere una quota di emissioni nette di gas serra pari a zero, entro il 2060. Una tale ambizione richiederebbe, però, una revisione totale di una società e di un’economia alimentate dai combustibili fossili in meno di quattro decenni.

A riportare tale considerazione è il quotidiano al-Monitor, il quale evidenzia che il Regno del Golfo costituisce il quarto consumatore mondiale di petrolio, conseguenza del suo essere la ventesima maggiore economia al mondo e il 41esimo Paese più popolato a livello internazionale. Motivo per cui, il compito di “de-carbonizzare” l’Arabia Saudita richiede cambiamenti radicali, i quali potrebbero influenzare i consumi e provocare la revoca di sussidi per carburante e utenze. La trasformazione sconvolgerebbe soprattutto il modo di produrre elettricità, con la costruzione di nuove centrali solari, legate a una rete volta a conservare e distribuire energia in tutto il Paese. Ad ogni modo, specifica al-Monitor, il precedente “business”, connesso a petrolio e gas, avrebbe comunque un ruolo, in quanto si potrebbe trattare di risorse da utilizzare come materia prima nelle industrie o da esportare. Al di là dei sacrifici che Riad è chiamata a fare, il “guadagno sarebbe enorme”. Un impegno serio verso la de-carbonizzazione potrebbe conferire al Regno la credibilità necessaria a plasmare la transizione energetica a livello globale, garantendo un ruolo a lungo termine per gli idrocarburi.

Come spiega al-Monitor, ad oggi, l’economia e il sistema di governo dell’Arabia Saudita dipendono dalla sopravvivenza di due tecnologie di trasporto chiave, il motore a combustione interna (ICE) e la turbina per aerei. Queste due tecnologie sostengono il monopolio quasi totale del petrolio sul mercato dei carburanti per il trasporto. Pertanto, più quel monopolio viene messo in discussione da combustibili e tecnologie alternative, che si tratti di batterie, biocarburanti o idrogeno, meno sicuro diventa il modello saudita.

Già ora è possibile affermare che il cambiamento sta avvenendo. I partecipanti alla Glasgow Climate Change Conference, calendarizzata dal 31 ottobre al 12 novembre prossimo, sembrano essere entusiasti di andare avanti con alternative non petrolifere per il trasporto. Diversi produttori di veicoli stanno eliminando gradualmente i motori a benzina e diesel e le imminenti tasse sul carbonio e sui carburanti renderanno i veicoli ICE sempre meno competitivi nel tempo. Parallelamente, il mercato dell’aviazione sta esaminando i biocarburanti, mentre il trasporto marittimo si sta orientando verso l’ammoniaca. Pertanto, “il futuro del petrolio è meno certo di quanto lo sia stato da quando Edison ha inventato la luce elettrica”, riporta al-Monitor. Secondo le stime dell’Agenzia internazionale per l’energia, la domanda mondiale di petrolio nel 2040 oscillerà tra i 44 milioni di barili al giorno ai 104 milioni.

Motivo per cui, l’Arabia Saudita deve prepararsi e diversificare la propria economia, oltre a plasmare la conversazione globale sull’azione per il clima. Inoltre, per il Regno è necessario che la lotta ai cambiamenti climatici abbia successo per la sua stessa sopravvivenza. Se il pianeta dovesse continuare a riscaldarsi, le interruzioni di corrente nella regione del Golfo, dove le massime estive superano già i 49 gradi Celsius, potrebbero provocare gravi conseguenze per la popolazione.

Secondo al-Monitor, Riad cercherà di muoversi verso l’obiettivo “emissioni zero” pur rimanendo un grande esportatore di petrolio, una risorsa che non verrà eliminata, ma potrebbe diventare molto meno preziosa. Raggiungere gli obiettivi prefissati, però, non sarà semplice. Su base pro capite, i sauditi emettono tanto carbonio quanto gli statunitensi, ovvero poco più di 15 tonnellate all’anno, con un reddito medio del 75% in più. Ciò è in parte dovuto al fatto che l’Arabia Saudita brucia petrolio in quasi tutte le applicazioni immaginabili, inclusa la produzione di energia, a cui la maggior parte del mondo ha rinunciato quando i prezzi del petrolio sono aumentati negli anni ’70. Il Regno ha bruciato 3,5 milioni di barili al giorno di petrolio e gas liquidi nel 2020, secondo i dati della società britannica BP. Ciò include il petrolio greggio bruciato direttamente in diesel, olio combustibile pesante e condensato e rappresenta più di quanto il Giappone, Russia, Germania o Brasile abbiano bruciato nel 2020.

La Saudi Electricity Company (SEC) ha attualmente un mix energetico del 99% di combustibili fossili. Il governo vuole generare il 50% dell’elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030. L’Arabia Saudita diventerà un banco di prova su come aumentare l’elettrificazione per mezzo di fonti rinnovabili. Se il Regno riuscirà, poi, a divenire anche un centro per la produzione di pannelli potrebbe rappresentare un leader di mercato sia nella costruzione sia nel funzionamento dell’energia solare in un’ampia fascia del Medio Oriente e dell’Africa, il mercato in crescita più rilevante per la domanda di energia.

Ad ogni modo, evidenzia al-Monitor, l’Arabia Saudita si trova in una situazione difficile, in quanto ha bisogno di rendite petrolifere per finanziare la sua trasformazione e la ricerca sugli usi del petrolio conformi alla lotta climatica. Al contempo, però, il Paese dispone di diversi “attributi” che semplificano la decarbonizzazione. La geologia e l’esperienza industriale saudite sono tra le più adatte per la cattura e lo stoccaggio del carbonio, rispetto a qualsiasi altro Paese. Il Regno, inoltre, vanta competenze nell’industria petrolifera e degli oleodotti, mentre gran parte delle emissioni sono concentrate in distretti industriali, il che rende relativamente facile catturarli. Lo stoccaggio sotterraneo, poi, insieme a terreni vuoti che ricevono un’abbondante radiazione solare, rende il Paese del Golfo anche un ambiente ideale per la produzione di idrogeno, il quale potrebbe diventare il carburante industriale per un’Arabia Saudita decarbonizzata o una fonte di esportazione redditizia per uso industriale o di trasporto. A tal proposito, secondo al-Monitor, Riad non manca di fondi da investire in tal senso. Pertanto, Saudi Aramco, una delle compagnie petrolifere più ricche, insieme agli investitori del Fondo per gli investimenti pubblici, potrebbe sostenere i costi dell’idrogeno, forse con la collaborazione di una o due case automobilistiche. Nel frattempo, un impegno a zero emissioni consentirebbe di eludere eventuali tariffe alle frontiere del carbonio in mercati come quello dell’Unione Europea e forse, un giorno, degli Stati Uniti.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione