Siria: 90% della popolazione al di sotto della soglia di povertà

Pubblicato il 28 ottobre 2021 alle 9:18 in Medio Oriente Siria

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Il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, Martin Griffiths, altresì coordinatore per i servizi di emergenza, ha tracciato un quadro “tragico” sulla situazione umanitaria in Siria. Nel frattempo, a Nord-Ovest, nel governatorato di Idlib, si teme una nuova operazione militare da parte della Turchia.

Le parole di Griffiths sono giunte il 27 ottobre, nel corso di un briefing tenuto dinanzi al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. In particolare, il sottosegretario ha affermato che, al momento, più del 90% della popolazione siriana vive al di sotto della soglia di povertà ed è alle prese con una grave crisi idrica, insicurezza alimentare e una recrudescenza della pandemia di COVID-19. A Nord-Ovest, ha riferito Griffiths, circa due milioni di persone, per lo più donne e bambini, vivono in campi profughi e rifugi sovraffollati, situati in valli oggetto di inondazioni o su “pendii rocciosi esposti alle intemperie”.

Motivo per cui, è stata richiesta l’espansione dei programmi di ripresa e un sostegno maggiore da parte di donatori e agenzie, al fine di consentire alla popolazione siriana di accedere ai servizi essenziali e godere di condizioni di vita dignitose.  Al contempo, Griffiths ha sottolineato che gli aiuti del World Food Programme (WFP) hanno raggiunto il governatorato di Idlib, nel Nord-Ovest della Siria. Ora, però, bisogna far sì che le risorse alimentari inviate vengano distribuite in modo rapido e adeguato. “Quando si tratta di fornire aiuti salvavita, tutti i canali dovrebbero essere resi disponibili e mantenuti disponibili”, ha affermato Griffiths.

Il discorso del coordinatore onusiano è stato preceduto dal briefing dell’inviato speciale dell’Onu in Siria, Geir Otto Pedersen, il quale ha informato il Consiglio di Sicurezza su quanto accaduto nell’ultimo round di negoziati di un gruppo ristretto del Comitato costituzionale, svoltosi a Ginevra dal 18 al 22 ottobre. Già al termine degli incontri, Pedersen aveva parlato di “profonda delusione”, in quanto le parti riunite, rappresentanti l’opposizione siriana, il governo di Damasco e la società civile, non sono riuscite a trovare un accordo su come continuare il processo di elaborazione di una nuova Costituzione, la quale ha lo scopo di condurre la Siria verso la pace.

Tale considerazione è stata ribadita anche il 27 ottobre, sebbene l’inviato abbia definito i colloqui “franchi, aperti e professionali”. Al contempo, Pedersen ha osservato che incontrarsi due volte prima della fine dell’anno “purtroppo non è possibile”. Tuttavia, l’inviato ha sottolineato che è importante che il Comitato continui il suo lavoro con urgenza e determinazione. “Rimango convinto che i progressi del Comitato costituzionale, se fatti nel modo giusto, potrebbero aiutare a costruire un po’ di fiducia e sicurezza”, ha affermato Pedersen, aggiungendo: “Ciò richiede una vera determinazione e la volontà politica di cercare di costruire un terreno comune”.

I briefing di Pedersen e Griffiths giungono in un momento delicato per la regione di Idlib, ultima roccaforte posta in gran parte sotto il controllo dei gruppi di opposizione, sostenuti da Ankara. Negli ultimi giorni, la mobilitazione della Turchia, la quale ha inviato circa 200 veicoli militari e rinforzi di diverso tipo, ha fatto temere una nuova possibile operazione, la quarta per il Nord della Siria, volta a contrastare le mire espansionistiche di Damasco e del suo alleato russo. A confermare tale ipotesi vi sarebbe anche la decisione del Parlamento turco, del 26 ottobre, di estendere le operazioni in Siria e in Iraq per altri due anni, a partire dal 30 ottobre prossimo. Tuttavia, alcuni ritengono che la situazione in Siria e un’eventuale operazione saranno oggetto di un incontro tra il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e il capo della Casa Bianca, Joe Biden, previsto a margine del vertice sul Clima Cop26, che avrà inizio il 31 ottobre.

In tale quadro, il quotidiano Asharq al-Awsat, sulla base di proprie fonti, ha riferito che, il 27 ottobre, aerei da guerra russi hanno lanciato 8 attacchi aerei contro il quartier generale e i siti militari della 23esima Divisione, una delle fazioni del Fronte di Liberazione Nazionale, nella zona di Salwa, vicino al confine turco-siriano, provocando altresì vittime, di cui non è stato specificato il numero. Nella medesima giornata, residenti locali hanno dato notizia di colpi di artiglieria lanciati dalle forze filogovernative e da milizie iraniane contro le aree di al-Bara, Kansafra, al-Fatirah, Felifel, Benin e Jabal al-Zawiya, nel Sud di Idlib. Anche in tal caso sono stati registrati feriti civili, tra cui bambini.

Sono stati i presidenti di Turchia e Russia, Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin, a raggiungere un accordo di cessate il fuoco nel governatorato di Idlib, siglato il 5 marzo 2020 ed esteso al termine dei colloqui svoltisi a Sochi il 16 e 17 febbraio scorso. Sebbene la tregua sia stata più volte violata nel corso dell’ultimo anno, l’intesa di Mosca e Ankara ha scongiurato il rischio di un’offensiva su vasta scala. Tuttavia, le tensioni non si sono mai del tutto placate.

Gli sviluppi dentro e fuori i fronti di combattimento si inseriscono nel quadro del perdurante conflitto civile, scoppiato il 15 marzo 2011, data in cui parte della popolazione siriana ha iniziato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano, Bashar al-Assad. L’esercito del governo siriano è coadiuvato da Mosca, oltre ad essere appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah. Sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia.   

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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