Accordo sul nucleare iraniano: sì di Teheran alla ripresa dei colloqui

Pubblicato il 28 ottobre 2021 alle 8:07 in Iran Medio Oriente

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L’Iran ha ufficialmente accettato di riprendere, entro il mese di novembre prossimo, i colloqui riguardanti l’accordo sul nucleare iraniano, altresì noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). I negoziati, iniziati a Vienna il 6 aprile scorso, erano stati sospesi il 17 luglio, alla luce del “periodo di transizione” vissuto da Teheran con l’elezione di un nuovo presidente, Ebrahim Raisi.

A dare l’annuncio della decisione di Teheran è stato il capo negoziatore per l’Iran, Ali Bagheri, a seguito di un incontro con funzionari europei, svoltosi a Bruxelles, il 27 ottobre. La data specifica dei nuovi incontri, ha riferito Bagheri, verrà annunciata in un secondo momento, ma la ripresa avverrà “prima della fine di novembre”. Inoltre, il capo negoziatore ha affermato di aver avuto colloqui “sei e costruttivi” a Bruxelles con la parte europea, e di aver delineato i dossier che verranno discussi nelle trattative future. Bagheri, definito un “diplomatico conservatore”, dal 14 settembre scorso ha sostituito il precedente viceministro degli Esteri per gli affari politici, Abbas Araghchi, il quale, oltre ad essere considerato un negoziatore chiave negli incontri che hanno portato all’accordo del 2015, ha guidato sei round di colloqui a Vienna.

Questi ultimi avevano avuto inizio il 6 aprile e, nonostante l’ottimismo espresso da più parti nel corso dei successivi round, non hanno portato ad alcun risvolto significativo. Ai meeting hanno partecipato, all’interno di una “Commissione mista”, delegati di Iran, Cina, Russia, Germania, Francia e Regno Unito. Anche una delegazione degli USA si è recata a Vienna, ma non ha preso parte all’incontro con gli altri Paesi, in quanto Teheran si è rifiutata di negoziare in modo diretto con Washington fino a una completa rimozione delle sanzioni. Pertanto, sono stati gli altri Paesi a fare da spola tra le delegazioni iraniana e statunitense, nel quadro di colloqui indiretti.

A seguito dell’interruzione dei negoziati, Teheran è stata più volta esortata dalle potenze occidentali a sedersi nuovamente al tavolo delle trattative con l’obiettivo di rilanciare l’accordo. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno evidenziato come non avrebbero aspettato all’infinito. Con l’annuncio del 27 ottobre, l’Iran ha sì accettato di continuare le trattative ma l’amministrazione Raisi ha fatto sapere che queste non riprenderanno dal punto esatto in cui queste erano state interrotte sotto la presidenza di Hassan Rouhani. A tal proposito, il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amirabdollahian, nel corso di una conferenza stampa tenuta poco prima dell’annuncio di Bagheri, ha affermato che il proprio Paese non desidera iniziare dal punto in cui i negoziati erano stati bloccati e che non accetterà la formula che è stata raggiunta nei colloqui di Vienna. Inoltre, il medesimo ministro ha chiesto agli Stati Uniti di rilasciare fondi iraniani dal valore di 10 miliardi di dollari, congelati a causa delle sanzioni imposte da Washington, per mostrare la propria “buona volontà”.

Il Joint Comprehensive Plan of Action è stato firmato durante l’amministrazione di Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna, da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. Questo prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti. 

Il presidente degli Stati Uniti attualmente in carica, Joe Biden, sembra essere disposto a rilanciare l’accordo, ma, nel corso degli ultimi mesi, ha più volte ribadito come sia necessario dapprima che l’Iran rispetti il patto del 2015 per riprendere gli sforzi diplomatici. Le figure politiche di spicco dell’Iran concordano, invece, sul fatto che Teheran debba cercare di porre fine al regime di sanzioni statunitensi. Pertanto, le due parti sono rimaste bloccate in una situazione di stallo, in cui ciascuna ha aspettato che fosse l’altra ad agire per prima.

Secondo quanto riportato in precedenza dal quotidiano al-Arabiya, la politica del nuovo governo di Teheran in merito al dossier sul nucleare è disciplinata da tre documenti. Il primo è il messaggio del leader supremo, Ali Khamenei, all’ex presidente Rouhani, del 2015, con cui era stato approvato il JCPOA. Il secondo è il disegno di legge approvato dal Parlamento iraniano il 2 dicembre 2020 riguardante un “Piano d’azione strategico per contrastare le sanzioni”, mentre il terzo è il discorso di Khamenei del 7 febbraio 2021. In base a questi “documenti”, sono diverse le condizioni che l’Iran potrebbe proporre al tavolo dei negoziati. Innanzitutto, si pensa che Teheran non accetti di interrompere le attività nucleari fino a una completa revoca delle sanzioni. Ciò significa che non verrà accettato un “impegno a impegnarsi”. Poi, la parte iraniana potrebbe non accettare di modificare le tempistiche precedentemente approvate, in particolare “il giorno di transizione”, nel 2023, il termine entro il quale l’UE si è impegnata a rimuovere o sospendere ulteriori misure sanzionatorie, e la data di scadenza della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, prevista per il 2025. L’Iran potrebbe essere contrario anche all’inclusione di una nuova clausola per garantire impegni a lungo termine sulla non proliferazione delle armi nucleari, mentre si presume chiederà la revoca di tutte le sanzioni, anche quelle imposte dopo l’entrata in vigore dell’accordo. Un’altra condizione potrebbe altresì essere quella di garanzie da parte degli USA, i quali oltre a revocare sanzioni dovrebbero assicurare che non si ritireranno più dall’intesa.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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