Sudan: liberato il primo ministro Hamdok

Pubblicato il 27 ottobre 2021 alle 9:20 in Africa Sudan

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Il primo ministro deposto dal colpo di stato militare del 25 ottobre in Sudan, Abdalla Hamdok, è stato liberato ed autorizzato a tornare a casa. Il rilascio di Hamdok e di sua moglie, avvenuto martedì 26 ottobre, ha fatto seguito alla condanna della comunità internazionale per la presa di potere da parte del generale Abdel Fattah al-Burhan. Gli Stati Uniti, dopo la notizia della caduta del governo di transizione e dell’arresto di Hamdok, avevano annunciato la sospensione del pacchetto di aiuti da 700 milioni di dollari destinato al sostegno allo sviluppo del Paese africano. Anche l’Unione Europea aveva minacciato di fare lo stesso.

Secondo quanto si apprende dall’ufficio di Hamdok, il primo ministro deposto e sua moglie sono stati scortati, sotto “forte sicurezza”, nella loro casa a Khartoum, mentre gli altri funzionari civili arrestati il giorno del colpo di stato sono rimasti in detenzione. Le loro posizioni rimangono ancora sconosciute. Nella giornata di martedì 26 ottobre, i manifestanti pro-democrazia sono tornati in piazza, bloccando le strade della capitale con barricate. Il giorno prima, stando a quanto appreso da fonti mediche, le forze di sicurezza avevano sparato sulla folla di manifestanti, uccidendone almeno 4. Gli scontri e i disordini che si sono susseguiti dalla presa militare del potere hanno provocato, finora, un bilancio di circa 7 morti e almeno 140 feriti

Nella mattinata di martedì, al-Burhan era intervenuto pubblicamente, affermando che i militari erano stati costretti a intervenire per evitare la guerra civile. Il generale aveva poi specificato che Hamdok era stato trattenuto per questioni di sicurezza e che sarebbe stato rilasciato a breve. In merito agli altri leader civili detenuti, al-Burhan aveva sottolineato che alcuni di loro avevano provato ad incitare una ribellione all’interno delle forze armate e che sarebbero stati processati. Quelli ritenuti “innocenti”, sarebbero stati liberati, aveva aggiunto il leader militare. 

Presso la sede delle Nazioni Unite a New York, il Consiglio di sicurezza ha discusso della situazione in Sudan tramite consultazioni a porte chiuse, ma non ha deciso di intraprendere alcuna azione significativa. Questo nonostante il Segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, avesse esortato l’organo ad agire per evitare “questa epidemia di colpi di stato”. La presa di potere militare in Sudan è stata preceduta, negli ultimi mesi, dai colpi di stato in Myanmar, Mali e Guinea e da vari tentativi di golpe in diversi altri Paesi. Guterres ha sottolineato che le forti divisioni geopolitiche tra i membri del Consiglio di sicurezza e l’impatto economico e sociale della pandemia di COVID-19 hanno creato “un ambiente in cui alcuni leader militari sentono di avere una totale impunità”. “Possono fare ciò che vogliono perché non accadrà nulla”, ha dichiarato il Segretario generale. All’interno del Consiglio di sicurezza, tra le voci che si sono espresse a favore di una posizione più cauta nei confronti di quanto sta succedendo in Sudan, c’è stata quella della Russia. Poco prima dell’incontro, Dmitry Polyanskiy, vice ambasciatore russo alle Nazioni Unite, ha affermato che il Consiglio “dovrebbe fare appello per fermare la violenza da tutte le parti” e ha aggiunto: “Non penso che sia nostro compito etichettare o meno tali situazioni come colpo di stato”. Il Dipartimento di Stato USA, nel frattempo, ha riferito che il segretario di Stato Antony Blinken ha parlato con Hamdok dopo il suo rilascio. Senza fornire dettagli sulla conversazione, Blinken ha invitato l’esercito sudanese a rilasciare tutti i leader civili in detenzione e ha sottolineato che gli Stati Uniti sostengono una transizione, a guida civile, verso la democrazia. Nella giornata di martedì 26 ottobre, il segretario di Stato USA ha anche parlato con il suo omologo in Arabia Saudita, un attore chiave in Sudan. Blinken e il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhad Al Saud, “hanno condannato l’acquisizione militare del 25 ottobre in Sudan e i suoi effetti sulla stabilità del Sudan e della regione”, si legge in una dichiarazione successiva al colloquio.

Nel frattempo, i manifestanti pro-democrazia nel Paese africano hanno in programma di organizzare una marcia di massa per chiedere il ritorno al governo civile, sabato 30 ottobre. L’evento, con tutta probabilità, si dimostrerà una prova importante di come l’esercito risponderà ai moti di resistenza contro il suo governo. Anche l’Associazione dei professionisti sudanesi, un gruppo di sindacati che ha sostenuto la rivolta contro l’ex presidente Omar al-Bashir, tra dicembre 2018 e aprile 2019, ha esortato i cittadini a manifestare e ad impegnarsi in atti di disobbedienza civile. Separatamente, anche il Sudan Popular Liberation Movement-North, il principale gruppo ribelle del Paese, ha denunciato il colpo di stato e ha invitato le persone a scendere in piazza. Tuttavia, a dimostrazione delle profonde fratture che interessano la popolazione civile in Sudan, un gruppo, noto come Movimento per la giustizia e l’uguaglianza, ha accusato il governo deposto della presa del potere militare. L’organizzazione ha dichiarato che alcuni funzionari avrebbero monopolizzato il processo decisionale e che si sarebbero rifiutati di impegnarsi seriamente nel dialogo. Il gruppo, guidato dal ministro delle Finanze, Gibreil Ibrahim, è stato il primo a esprimere pubblicamente sostegno ai militari, esortando però la fine dello stato di emergenza, il rilascio dei funzionari detenuti e la nomina di un governo civile per gestire le attività quotidiane. 

I militari hanno inviato segnali contrastanti rispetto a quanto intendono fare per il futuro del Sudan. Al-Burhan ha promesso di ripristinare gradualmente i servizi Internet e le comunicazioni, interrotte in seguito al colpo di stato. Il capo delle forze armate ha difeso la presa del potere da parte dei militari, affermando di aver sciolto il governo per evitare una guerra civile. “L’esercito non ha avuto altra scelta che mettere da parte i politici che incitavano contro le forze armate”, ha dichiarato al-Burhan, aggiungendo: “I pericoli a cui abbiamo assistito la scorsa settimana avrebbero potuto portare il paese alla guerra civile”. Il generale era apparso in TV per la prima volta lunedì 25 ottobre per annunciare lo scioglimento del Consiglio Sovrano, un organismo istituito dopo il rovesciamento di al-Bashir per condividere il potere tra militari e civili e portare il Sudan a libere elezioni. Erano settimane che le tensioni crescevano. Il mese prossimo, al-Burhan avrebbe dovuto consegnare la guida del Consiglio Sovrano ai cvili, un passo che avrebbe ridotto il potere dei militari. Il colpo di stato sta minacciando di far deragliare il processo di transizione verso la democrazia, iniziato circa due anni e andato avanti con molta difficoltà e lentezza. L’Autorità per l’aviazione civile ha dichiarato che sospenderà tutti i voli da e per l’aeroporto di Khartoum fino al 30 ottobre. 

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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