Russia-UK: colloqui telefonici tra Putin e Johnson

Pubblicato il 26 ottobre 2021 alle 17:35 in Russia UK

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Il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha tenuto, lunedì 25 ottobre, colloqui telefonici con il primo ministro britannico, Boris Johnson. I due rappresentanti hanno discusso del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), altresì noto come accordo sul nucleare iraniano, e del conflitto nel Donbass, regione dell’Ucraina Orientale.

A riferire dei colloqui telefonici, i primi dall’8 maggio 2020, è stato l’ufficio stampa del Cremlino, citato da TASS. I due leader, all’inizio della conversazione, hanno sottolineato l’importanza di sviluppare la cooperazione bilaterale russo-britannica e ampliarla verso una pluralità di settori. Nel comunicato del Cremlino, inoltre, si legge che le parti hanno convenuto di “mantenere i contatti necessari” per proseguire il dialogo sulle questioni affrontate durante il colloquio. Sia Johnson sia Putin hanno concordato sull’importanza di rilanciare l’accordo sul nucleare iraniano, il quale rappresenta un fattore importante per la sicurezza mondiale. Inoltre, le parti hanno discusso delle prospettive di ritorno degli Stati Uniti all’intesa, nonché della revoca delle sanzioni anzi-iraniane e dei passi da intraprendere per garantire il pieno rispetto dei termini dell’accordo. Durante i colloqui, Putin ha altresì chiarito l’approccio di Mosca rispetto alla risoluzione del conflitto nel Donbass, in corso dal 2014 tra i separatisti, supportati dalla Russia, e le Forze Armate Ucraine. L’aspetto chiave, secondo il Capo del Cremlino, è “l’adempimento incondizionato degli Accordi di Minsk”.

Johnson ha poi dichiarato che “l’attuale stato delle relazioni” con la Russia “non è quella che vogliamo”, sottolineando le restanti “significative difficoltà bilaterali”, tra cui i presunti avvelenamenti dell’ex spia russa, Sergei Skripal, e sua figlia Yulia, avvenuti a Salisbury nel 2018, nonché le divergenze sull’Ucraina. Come ha riportato l’agenzia di stampa Anadolu, il premier britannico ha affermato che Londra e Mosca, essendo tra le principali economie mondiali ed avendo “condiviso un’ampia fetta di storia”, ma anche per essere membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, “hanno la responsabilità di lavorare insieme per affrontare sfide condivise, quali il cambiamento climatico e la salvaguardia degli accordi internazionali come il JCPOA”. 

È importante ricordare che gli Accordi di Minsk sono composti dal protocollo di Minsk e dagli Accordi di Minsk II. Il primo piano di pace era stato firmato, il 5 settembre 2014, dall’Ucraina, dalla Russia, dalla Repubblica Popolare di Donetsk (DPR) e dalla Repubblica Popolare di Lugansk (LPR), sotto l’egida dell’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza Economica (OCSE). Tuttavia, l’obbligo per il cessate il fuoco non venne rispettato e i combattimenti proseguirono ulteriormente. Pertanto, un anno dopo, il 12 febbraio 2015, i leader del “quartetto Normandia” concordarono un nuovo cessate il fuoco e sottoscrissero un nuovo pacchetto di misure per l’attuazione degli accordi del 2014, gli accordi di Minsk II.

Il Joint Comprehensive Plan of Action è stato firmato durante l’amministrazione dell’allora presidente USA, Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna, da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. Questo prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti.

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sembra essere disposto a rilanciare l’accordo, ma, nel corso degli ultimi mesi, ha più volte ribadito come sia necessario dapprima che l’Iran rispetti il patto del 2015 per riprendere gli sforzi diplomatici. Le figure politiche di spicco dell’Iran concordano, invece, sul fatto che Teheran debba cercare di porre fine al regime di sanzioni statunitensi. Pertanto, le due parti sono rimaste bloccate in una situazione di stallo, in cui ciascuna ha aspettato che fosse l’altra ad agire per prima.

In tale quadro, l’ultraconservatore Ebrahim Raisi ha più volte incolpato il suo predecessore, Hassan Rouhani, del fallimento dell’accordo, negoziato ed entrato in vigore sotto la sua guida. Rouhani aveva ripetutamente promesso che sarebbe riuscito a convincere gli Stati Uniti a revocare le sanzioni prima della fine del suo mandato, ma, il 14 luglio, ha ammesso che ciò non sarebbe stato possibile, considerato che i negoziati non si sarebbero conclusi prima della fine del suo mandato.

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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