Iran: un attacco informatico blocca le forniture di benzina

Pubblicato il 26 ottobre 2021 alle 15:55 in Iran Medio Oriente

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Un presunto attacco informatico su vasta scala ha colpito, oggi, martedì 26 ottobre, le stazioni di servizio in Iran, interrompendo l’erogazione di carburante in diverse aree del Paese.

A riportare la notizia è stata l’emittente al-Arabiya, sulla base di quanto riferito da fonti mediatiche locali, tra cui la tv di Stato IRIB, le quali hanno diffuso video e immagini che mostrano lunghe code alle stazioni di servizio iraniane. “I tecnici stanno risolvendo il problema e presto il processo di rifornimento tornerà alla normalità”, ha dichiarato l’emittente IRIB, mentre il Ministero del Petrolio ha indetto una riunione di emergenza per provare a risolvere il problema tecnico sorto. È stato lo stesso Ministero a specificare che solo le vendite per mezzo di smart card, utilizzate per acquistare benzina sovvenzionata dal governo, sono state interrotte e che i clienti possono ancora acquistare carburante a tariffe più elevate, presso le stazioni di servizio che accettano contanti.

In tale quadro, fonti mediatiche iraniane, come l’agenzia di stampa semiufficiale ISNA, la prima che ha definito l’incidente del 26 ottobre un attacco informatico, ha affermato di aver visto coloro che cercavano di acquistare carburante con una carta rilasciata dal governo ricevere il messaggio “attacco informatico 64411”. Come riporta il The Washington Post, sebbene l’ISNA non abbia dato peso a tale numero, questo, in realtà, sarebbe associato a una linea di emergenza gestita dall’ufficio della Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, che si occupa di questioni relative alla legge islamica. Ad ogni modo, ISNA ha successivamente rimosso tale dettaglio dalla notizia, sostenendo di essere stata essa stessa violata.

Sino ad ora, il presunto attacco informatico del 26 ottobre non è stato rivendicato. Tuttavia, il numero “64411” era comparso anche in un attacco che lo scorso luglio ha interessato il sistema ferroviario iraniano. In tal caso, la società israeliana di sicurezza informatica Check Point aveva puntato il dito contro un gruppo di hacker soprannominato Indra, dal nome del Dio indù della guerra, il quale aveva precedentemente colpito anche aziende in Siria. In un altro presunto attacco informatico, ad agosto scorso, invece, erano stati diffusi video di abusi nella prigione di Evin.

L’Iran afferma di essere in massima allerta per tale tipo di episodi, che in passato ha attribuito a Stati Uniti e Israele. A tal proposito, risale al 17 giugno 2019 l’annuncio con cui l’Iran aveva affermato di aver smantellato una rete di cyber-spionaggio statunitense della Central Intelligence Agency (CIA). Gli USA e altre potenze occidentali, da parte loro, hanno talvolta accusato Teheran di cercare di interrompere e irrompere nelle proprie reti.

Quanto accaduto il 26 ottobre giunge nello stesso mese, per il calendario persiano, dell’ondata di mobilitazione popolare verificatasi dal 15 al 18 novembre 2019, a seguito della decisione governativa, annunciata a sorpresa poco prima dello scoppio delle proteste, di imporre forti rincari sui prezzi del petrolio. Secondo quanto rivelato da Amnesty International, in tale occasione il bilancio delle vittime ammontava ad almeno 304 morti, mentre per il Ministero dell’Interno dell’Iran il numero di morti è stato pari a 225, membri delle forze di sicurezza inclusi. Ad essere accusati della violenta repressione sono stati, in particolare, i membri del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC).

Nel frattempo, nonostante il cambio all’amministrazione statunitense e i progressi registrati dal 6 aprile scorso a Vienna, USA e Iran continuano a essere in una situazione di stallo in relazione all’accordo sul nucleare iraniano, altresì noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). Quest’ultimo è stato firmato durante l’amministrazione di Barack Obama, il 14 luglio 2015, e prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti.

Il presidente degli Stati Uniti in carica, Joe Biden, sembra essere disposto a rilanciare l’accordo, ma, nel corso degli ultimi mesi, ha più volte ribadito come sia necessario dapprima che l’Iran rispetti il patto del 2015 per riprendere gli sforzi diplomatici. In tale quadro, il 6 aprile scorso sono stati organizzati nuovi colloqui a Vienna, volti a rilanciare l’intesa. Questi, però, sono stati interrotti, il 17 luglio, senza raggiungere alcun risultato concreto e, al momento, si è in attesa di una loro ripresa.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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