Sudan: dalla faida tra civili e militari al colpo di Stato

Pubblicato il 25 ottobre 2021 alle 16:07 in Africa Sudan

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

In Sudan, la transizione democratica ha affrontato, negli ultimi mesi, serie minacce dovute all’esplosione di proteste a favore sia dei leader civili sia di quelli militari e a seguito di un fallito golpe, avvenuto poche settimane fa. Ciò ha generato una nuova crisi politica, esplosa, lunedì 25 ottobre, nel colpo di stato contro il governo del primo ministro, Abdalla Hamdok. Per arrivare a capire come si è arrivati fino a qui occorre iniziare da dove si è partiti. 

Poco più di due anni fa, la rivoluzione, scoppiata alla fine del 2018, era stata inizialmente accolta con entusiasmo, quando i manifestanti, scesi in piazza a migliaia, avevano lamentato il dilagare della corruzione e le terribili condizioni economiche del Paese, chiedendo la caduta dell’allora presidente Omar al-Bashir, al potere da circa 30 anni. Con il passare del tempo, tuttavia, gli eventi hanno mostrato come stesse diventando sempre più difficile una reale transizione verso la democrazia e come si stesse invece rischiando di aprire la strada ad un possibile ritorno dell’autoritarismo. Sebbene le condizioni politiche del Paese siano sembrate apparentemente stabili dopo la firma dell’accordo di unità tra i leader civili e militari, il 17 luglio 2019, le aspirazioni reazionarie delle figure militari sono sopravvissute sotto la superficie.

Questo fine settimana, appena prima del colpo di stato, migliaia di manifestanti sono scesi in piazza nella capitale, Khartoum, esprimendo il loro sostegno al governo militare e allo scioglimento del governo di transizione. I partecipanti al sit-in hanno chiesto lo smantellamento del governo post-rivoluzione, dichiarando che questo si è dimostrato “fallimentare” politicamente ed economicamente. “La protesta continua, non ce ne andremo fino a quando il governo non sarà destituito”, aveva detto ad Agence France Presse Ali Askouri, uno degli organizzatori della manifestazione, aggiungendo: “Abbiamo chiesto ufficialmente al Consiglio Sovrano di non interagire più con questo governo”. Il Consiglio Sovrano è l’organismo civile-militare, guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, incaricato di sovrintendere alla transizione del Paese. 

Nel frattempo, quasi in contemporanea, una fazione della Coalizione per la Libertà e il Cambiamento (FFC), l’alleanza civile che ha guidato le proteste anti-Bashir alla fine del 2018, ha organizzato proteste a favore del governo e contro i militari. Ciò ha evidenziato, soprattutto negli ultimi giorni, forti divisioni all’interno del governo e della società civile, rappresentando un serio ostacolo alla transizione del Paese. Ad inasprire ulteriormente gli animi è stata la reazione della polizia, domenica 24 ottobre, che ha sparato gas lacrimogeni contro i manifestanti pro-esercito fuori dall’ufficio del primo ministro, mentre le proteste infuriavano per il terzo giorno consecutivo. Prima dell’intervento delle forze dell’ordine, gli attivisti filo-militari erano stati sentiti urlare cori come “Abbasso Hamdok!”.

Prima delle recenti proteste, il 21 settembre, il governo sudanese aveva sventato un tentativo di colpo di stato da parte di un piccolo settore pro-Bashir dell’esercito. Dopo la rivoluzione, non sono spariti gli attori all’interno delle forze armate legati al vecchio regime, una situazione che ha contribuito a rendere ancora più instabile l’equilibrio politico del Sudan. Tutto ciò mentre al-Bashir è ricercato dalla Corte penale internazionale (ICC) per i crimini contro l’umanità commessi nella guerra del Darfur e con il governo di transizione che ha promesso di consegnarlo al tribunale per il processo.

Ciò che emerge da questo quadro è che le divisioni, sia nelle strade che nel governo, riflettono una mancanza di unità nazionale in Sudan, un elemento che ha portato ulteriore caos e sta seriamente minacciando la transizione politica del Paese. I militari sono desiderosi di sfruttare le rimostranze derivanti dal peggioramento della situazione economica nazionale. L’esercito, pertanto, ha cercato di cambiare la narrativa nelle strade e ha più volte sottolineato che la presunta “inettitudine” dei governanti civili sarebbe la causa dei problemi della società. Dopo il tentato colpo di stato del 21 settembre, Mohamed Hamdan Dagalo, vice capo del Consiglio Sovrano, ha accusato i leader politici di “combattere per i seggi e di volersi spartire le posizioni di potere”. Dagalo è una figura nota della storia sudanese, in quanto fu leader di Janjaweed, una milizia che negli anni 2000, durante la guerra in Darfur, fu assoldata dal governo e si rese responsabile di violenze e crimini di guerra contro le comunità non arabe della regione. Molti membri della milizia furono poi assorbiti da un gruppo paramilitare ancora molto potente, le Rapid Support Forces (RSF), di cui oggi Dagalo è il capo. Le RSF non sono una forza paramilitare qualsiasi. Divennero molto potenti durante gli anni di al-Bashir, quando furono usate regolarmente per reprimere le proteste, ma si schierarono contro l’ex presidente durante la rivoluzione del 2018-2019, che portò alla sua deposizione. 

Con l’opposizione nei confronti del governo sudanese che è cresciuta nelle ultime settimane, elementi dell’esercito hanno cercato più volte un’opportunità per sfruttare la situazione e ottenere il potere. Il Paese ha dovuto affrontare, fin dalla sua transizione, gravi sfide interne, compresa la lotta contro l’aumento dell’inflazione, la mancanza di una valuta forte e l’alto debito pubblico. Le restrizioni doute al Covid-19 hanno aggravato i problemi economici, spingendo i manifestanti sudanesi a scendere in piazza più volte nell’ultimo anno. Un esempio recente è il blocco di Port Sudan, durato quattro settimane e iniziato a settembre, con i partecipanti al sit-in che hanno accusato il governo di Khartoum di aver trascurato le regioni orientali nella gestione del Paese. Alcuni esperti hanno ipotizzato che anche dietro quelle proteste ci fossero i militari. Il blocco ha posto ulteriori problemi alla stabilità economica del Sudan, provocando per giorni una carenza di carburante e grano.

Anche il ruolo della comunità internazionale è controverso. Il 14 dicembre 2020, gli Stati Uniti hanno formalmente rimosso il Sudan dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo, dopo 27 anni che il Paese si trovava in tale lista. Inoltre, il 6 gennaio 2021, Khartoum ha firmato gli accordi di Abramo, sotto l’egida di Washington, normalizzando i legami con Israele e diventando il quarto Paese arabo a farlo dopo il Bahrein, gli Emirati Arabi Uniti e il Marocco. Nonostante le dichiarazioni formali, nella pratica, però, gli atteggiamenti degli altri Stati nei confronti dello Stato africano non sono particolarmente cambiati. Solo il mondo arabo ha mostrato una certa apertura. L’Arabia Saudita è tra i principali Paesi del mondo arabo a investire in Sudan. Nel 2019, il volume di scambi commerciali tra Sudan e Arabia Saudita ha raggiunto gli 8 miliardi di dollari, mentre gli investimenti sauditi nel Paese africano hanno ammontato a circa 4 miliardi, secondo quanto riferito da Hussein Bahri, presidente del Saudi Business Council, il quale ha invitato gli investitori del Regno a raddoppiare tale cifra. In tale quadro, a marzo scorso, Riad ha promesso la creazione di un fondo di investimento speciale per il Sudan, in cui si è detta disposta a contribuire con 3 miliardi di dollari. Anche ad aprile 2019, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avevano promesso congiuntamente 3 miliardi di dollari in aiuti al Sudan. Di questi, 750 milioni risultano essere stati consegnati, tra cui anche un deposito di 500 milioni di dollari nella banca centrale. Sempre nel 2019, il Saudi Fund for Development ha erogato due prestiti per finanziare progetti nei settori della sanità e dell’istruzione in Sudan, per un valore complessivo di 130 milioni di dollari.

Rispetto al colpo di stato di lunedì, i Paesi della Lega Araba hanno espresso preoccupazione per gli sviluppi e hanno invitato le parti “a rispettare gli accordi di transizione firmati”, secondo quanto sottolineato in una dichiarazione del segretario generale della Lega, Ahmed Aboul Gheit. Il Sudan è membro dell’organizzazione. 

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Chiara Gentili

 

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.