Iraq: gli ultimi episodi a seguito delle elezioni

Pubblicato il 25 ottobre 2021 alle 11:36 in Iraq Medio Oriente

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I partiti filoiraniani in Iraq hanno continuato a mostrare opposizione ai risultati delle ultime elezioni legislative, svoltesi il 10 ottobre, durante le quali il clerico sciita, Muqtada al-Sadr, è risultato essere il vincitore. Sadr, da parte sua, sebbene non ancora incaricato ufficialmente di formare un governo, ha proposto un piano su come interagire con i Paesi vicini.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Asharq al-Awsat, anche nella sera del 23 ottobre sono stati organizzati sit-in nella Green Zone di Baghdad, un’area fortificata della capitale sede di istituzioni governative e ambasciate, tra cui quella degli Stati Uniti. L’obiettivo dei manifestanti è esercitare pressione sulla Commissione elettorale, affinché questa riveda i risultati delle ultime elezioni, considerati essere oggetto di brogli e frodi. Al momento, tale Commissione è tuttora impegnata in una fase di riconteggio e i risultati annunciati il 16 ottobre sono ancora da considerarsi parziali. A tal proposito, il 24 ottobre, la Commissione ha riferito che, su un totale di 816 ricorsi presentati, 790 sono stati respinti, mentre quelli accolti sono stati pari a 26.

Ad ogni modo, l’esito delle elezioni del 10 ottobre ha rappresentato un duro colpo per i gruppi affiliati a Teheran, tra cui il blocco Fatah e le Forze di Mobilitazione Popolare, note in arabo come Hashd al-Shaabi. Queste ultime sono sostenute dall’Iran e, al contempo, sono state riconosciute come una forza armata irachena dal Parlamento nel 2016, il che consente loro di godere di privilegi simili a quelli dell’esercito. Altri gruppi sono legati alle Brigate di Hezbollah e alle Asa’ib Ahl al-Haq, ritenute essere tra i responsabili degli attacchi contro obiettivi statunitensi in Iraq, perpetrati sin da ottobre 2019. I manifestanti si sono tutti riuniti nel “Quadro di coordinamento delle forze sciite”, il quale, dal 16 ottobre, ha denunciato quella che è stata definita una “manomissione da parte di mani straniere” nel processo elettorale. Sino ad ora, le proteste sono state di natura pacifica, ma sono in molti a temere una possibile escalation.

Ciò ha spinto un membro del Quadro di coordinamento, Nuri al-Maliki, ex premier a capo della coalizione “State of Law”, arrivata terza alle elezioni, ad esortare i manifestanti alla calma, preservando sicurezza e stabilità. Lo stesso al-Maliki ha poi invitato il presidente iracheno, Barham Salih, ad intervenire per scongiurare “scenari più pericolosi”. L’invito è stato rivolto in una dichiarazione del 24 ottobre, rilasciata a margine di un incontro con alcune delle forze che si oppongono ai risultati delle elezioni, durante la quale, a detta di al-Maliki, sono stati presi in esame i difetti dell’esito del processo e i disordini sociali che questi hanno provocato.

Al momento, lo scenario politico iracheno risulta essere ancora incerto. Laddove confermata la vittoria di al-Sadr, questo dovrà formare alleanze per raggiungere la maggioranza necessaria ad andare al governo, pari a 165 seggi. Da parte sua, il 23 ottobre, il clerico sciita ha dichiarato che “trascinare il Paese nel caos e destabilizzare la pace civile” è una questione che complica ulteriormente il quadro politico e la situazione di sicurezza, con riferimento alla mobilitazione di coloro che rifiutano i risultati elettorali.

Poi, il giorno successivo, il 24 ottobre, Sadr ha presentato una eventuale road map da seguire nel trattare con i Paesi stranieri. Questi, in particolare, sono suddivisi in due gruppi, a seconda del proprio livello di interventismo in Iraq. A detta del clerico sciita, con i Paesi vicini che non hanno interferito negli affari interni iracheni, Baghdad cercherà di consolidare le relazioni e ripristinare un “ruolo diplomatico congiunto”. Con gli altri, che hanno palesemente interferito nella politica, nella sicurezza e in altre questioni, l’Iraq proverà ad aprire canali di dialogo per prevenire un’ulteriore ingerenza. Laddove ciò non sia sufficiente, si ricorrerà a “metodi diplomatici e internazionali”.

“Lavoreremo per proteggere i confini, i porti e gli aeroporti e stringere i rapporti con loro” ha dichiarato Sadr con riferimento alla prima categoria di Paesi, aggiungendo che in caso di violazione della sovranità irachena, si potrebbe procedere anche con misure quali la chiusura delle rappresentanze diplomatiche. Da parte sua, “l’Iraq non interferirà negli affari dei Paesi vicini, e le terre irachene non saranno un trampolino di lancio per danneggiarli”. Infine, Sadr ha affermato che non avrebbe permesso “a nessuno di interferire nelle elezioni irachene, nei loro risultati e nelle conseguenti alleanze, blocchi e nella formazione del governo”. A tal proposito, il clerico ha messo in luce che l’appoggio ricevuto dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu è indice di un’immagine positiva della democrazia irachena e fa sperare nell’acquiescenza di coloro che parlano di frodi nel “processo democratico”, con riferimento alle elezioni.

Il 22 ottobre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha accolto con favore i risultati delle elezioni irachene e ha invitato tutte le parti coinvolte a esercitare moderazione e a rispettarne l’esito. Una delle novità delle elezioni del 10 ottobre, rispetto alle precedenti, è stata proprio la presenza di osservatori internazionali, inviati anche dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea, il cui obiettivo è stato garantire l’equità e la trasparenza del processo elettorale e prevenire fenomeni di frode e astensione, dissipando i timori di chi temeva violenze e compravendita di voti, elementi che hanno spinto la popolazione ad avere scarsa fiducia. Come affermato, il 7 settembre, dall’Alto rappresentante delle Nazioni Unite in Iraq, Jeanine Hennis-Plasschaert, lo svolgimento delle elezioni sarebbe stato molto diverso dal 2018, considerato che vi sarebbero state nuove rigide misure. Parallelamente, il presidente iracheno, Barham Salih, il primo ministro al-Kadhimi e i leader delle forze politiche hanno firmato una nuova intesa denominata “Codice di condotta elettorale”, che ha obbligato i partiti a non interferire con i compiti del Commissione Elettorale, e creare pari opportunità per i candidati.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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