Siria: un drone degli USA uccide un leader di al-Qaeda

Pubblicato il 23 ottobre 2021 alle 8:38 in Siria USA e Canada

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Un raid aereo condotto dagli Stati Uniti nel Nord della Siria ha provocato la morte di un leader di spicco di al-Qaeda, Abdul Hamid al-Matar. L’episodio si è verificato a seguito dell’attacco, del 20 ottobre, contro l’avamposto militare statunitense di al-Tanf, situato nella Siria meridionale.

L’annuncio dell’uccisione di al-Matar è stato dato, nella serata del 22 ottobre, dal Dipartimento della Difesa degli USA, il quale ha parlato di un raid perpetrato, per mezzo di un drone MQ-9 Reaper, nella città di Suluk, a Nord di Raqqa, nei pressi del confine con la Turchia. Sino ad ora, non sono state registrate eventuali vittime civili, mentre il maggiore dell’Esercito statunitense, John Rigsbee, ha riferito che l’operazione contro Raqqa e la conseguente morte del leader comprometterà la capacità di al-Qaeda di “pianificare attacchi contro obiettivi statunitensi”. “Al-Qaeda continua a rappresentare una minaccia per l’America e i nostri alleati”, ha affermato Rigsbee, secondo cui l’organizzazione terroristica considera la Siria un riparo sicuro per “ricostruire, coordinarsi con affiliati esterni e pianificare operazioni” al di fuori dei confini siriani.

In una breve intervista telefonica, il maggiore dell’Esercito ha specificato che l’operazione era stata pianificata da giorni e che non ha nulla a che fare con l’attacco contro le truppe statunitensi di al-Tanf, del 20 ottobre. Tale avamposto era stato istituito quando i combattenti dello Stato Islamico controllavano la Siria orientale al confine con l’Iraq e ospita truppe statunitensi e della coalizione internazionale anti-ISIS, inviate, dal 2014, per addestrare le forze siriane nella lotta contro lo Stato Islamico. Tuttavia, da quando i militanti dell’ISIS sono stati cacciati, l’avamposto è visto come parte della più ampia strategia degli Stati Uniti per contenere l’influenza militare dell’Iran nella regione.

Suluk, invece, è stata tra le città interessate dall’avanzata delle forze turche, nel 2019, a seguito delle operazioni condotte per respingere i gruppi curdi al confine. In un primo momento, gli USA avevano schierato anch’essi proprie truppe nell’area, ma queste si sono successivamente ritirate, su ordine dell’ex capo della Casa Bianca, Donald Trump. Secondo quanto riferito da funzionari dell’esercito, ad oggi, risultano essere circa 900 i soldati statunitensi dispiegati in Siria, tra cui vi sono anche membri delle Forze speciali. Questi si trovano perlopiù nel Nord-Est della Siria, zone tuttora interessate dalla presenza di gruppi curdi. Ad ogni modo, secondo funzionari di Washington, la presenza degli USA in Siria è da intendersi come una “copertura” contro un possibile riemergere dello Stato Islamico.

Anche il 20 settembre, il Pentagono aveva riferito che un leader di al-Qaeda, successivamente identificato con Salim Abu Ahmad, era rimasto ucciso a seguito di un raid aereo perpetrato dalla coalizione internazionale a guida statunitense a Idlib, nel Nord-Ovest della Siria.  “Secondo le prime indicazioni, abbiamo colpito l’individuo a cui stavamo mirando”, aveva dichiarato in una nota la portavoce del comando centrale CENTCOM, il tenente Josie Lynne Lenny, con riferimento al leader dell’organizzazione terroristica, ritenuto essere il responsabile della pianificazione, del finanziamento e dell’approvazione degli attacchi di al-Qaeda “in tutte le regioni”. In tale occasione, l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR) ha fatto sapere che tra le vittime vi sono stati anche altri due comandanti jihadisti, uno di provenienza saudita e l’altro originario dello Yemen. Come riportato dallo stesso SOHR, con sede a Londra, Hayat Tahrir al-Sham ha successivamente arrestato circa 10 persone, tra professionisti dei media e sfollati di Hama, Damasco e Idlib, con l’accusa di aver collaborato con la coalizione internazionale, fornendo coordinate per prendere di mira l’auto. 

In tale quadro, risalgono alla notte tra il 27 e il 28 giugno, gli ultimi raid aerei lanciati dalle forze statunitensi contro le postazioni di gruppi filoiraniani al confine tra Iraq e Siria. Come precisato dal Dipartimento della Difesa degli USA, l’operazione mirava a colpire le strutture impiegate da milizie sostenute dall’Iran, tra cui le Kata’ib Sayyid al-Shuhada, accusate di coinvolgimento in attacchi contro obiettivi statunitensi nella regione, soprattutto a Erbil e Anbar. Il bilancio delle vittime ha incluso almeno 5 morti tra i combattenti affiliati a Teheran e un bambino, mentre altri 3 civili sono rimasti feriti.

Le Kata’ib Sayyid al-Shuhada sono nate nel 2013, con l’obiettivo di “difendere i santuari religiosi” sciiti, salvaguardare la sicurezza irachena e porre fine ai conflitti settari. Si stima che la milizia sia composta da circa 4.000 uomini, guidati da Abu Alaa Al- Wala’i, il cui vero nome è Hashem Bunyan, uno dei ricercati ai tempi dell’ex leader Saddam Hussein, ritornato in Iraq dall’Iran dopo l’invasione statunitense del Paese. Oltre ad essere un “proxy” dell’Iran, tra i primi membri delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), il gruppo sostiene militarmente il presidente siriano, Bashar al-Assad, nel perdurante conflitto civile.

Il primo attacco ordinato dall’amministrazione guidata da Joe Biden in Siria, invece, è stato condotto nella notte del 25- 26 febbraio. In tale occasione, ad essere colpite sono state le postazioni situate nell’Est della Siria, nei pressi del confine con l’Iraq, utilizzate da milizie sostenute dall’Iran, tra cui le cosiddette “Brigate di Hezbollah” e Kaitaib Sayyid al-Shuhada. A tal proposito, secondo quanto affermato dal portavoce del Pentagono, John Kirby, anche in tal caso i raid ordinati il 25 febbraio hanno rappresentato una risposta ai precedenti attacchi condotti contro il personale statunitense e la coalizione internazionale anti-ISIS operante nei territori iracheni. 

Nello specifico, i raid del 26 febbraio sono giunti a seguito dell’episodio del 15 febbraio, quando un attacco missilistico ha colpito l’aeroporto di Erbil, nel Kurdistan iracheno, nei pressi di una base aerea della coalizione anti-ISIS a guida statunitense, causando la morte di un civile, un “contractor” straniero, e almeno 6 feriti, tra cui un soldato statunitense. Tale attentato è stato rivendicato da un gruppo soprannominato Saraya Awlia al-Dam, ovvero i “Guardiani delle Brigate di Sangue”, le quali hanno riferito che il reale obiettivo era rappresentato dalla presenza statunitense in Iraq e che, pertanto, il loro attentato era da considerarsi una forma di vendetta per la morte dei leader martirizzati.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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