Myanmar: l’Onu teme una “catastrofe” per i diritti umani

Pubblicato il 23 ottobre 2021 alle 11:20 in Asia Myanmar

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Le Nazioni Unite hanno messo in guardia da nuove possibili “atrocità” in Myanmar, alla luce della crescente mobilitazione di armi e truppe nel Nord del Paese del Sud-Est asiatico, testimone di instabilità dal primo febbraio scorso.

L’avvertimento è stato lanciato, il 22 ottobre, dal relatore speciale per le Nazioni Unite per il Myanmar, Tom Andrews, nel corso della presentazione di una relazione annuale sul Paese asiatico all’Assemblea Generale dell’Onu, relativo alla situazione dei diritti umani. “Dobbiamo essere tutti preparati, come lo sono le persone in questa parte del Myanmar, per crimini di massa ancora più atroci”, ha dichiarato il relatore onusiano, aggiungendo: “Spero davvero di sbagliarmi”. Le parole di Andrews giungono alla luce degli oltre 1.100 civili uccisi e dei più di 8.000 arresti registrati da un gruppo di monitoraggio locale dalla presa del potere da parte dei militari in Myanmar, avvenuta il primo febbraio 2021.

Il 22 ottobre, Andrews ha riferito di aver ricevuto informazioni secondo cui decine di migliaia di soldati e armi pesanti sono state trasferite nelle regioni settentrionali e Nord-occidentali, il che fa temere ulteriori spargimenti di sangue, repressioni e torture. Basandosi sui risultati presentati nella relazione, la giunta militare del Myanmar potrebbe essere accusata di crimini contro l’umanità e crimini di guerra in base a quanto già perpetrato. In particolare, stando a quanto riportato, le azioni delle forze controllate dalla giunta hanno provocato lo sfollamento di quasi un quarto di milione di persone. Molti di coloro che sono stati detenuti sono stati torturati, decine di questi fino alla morte. Non da ultimo, Andrews ha aggiunto di aver ricevuto informazioni affidabili di torture che hanno coinvolto minori.

Secondo quanto rilevato nel rapporto delle Nazioni Unite, poi, la maggior parte delle persone sta protestando pacificamente contro un colpo di Stato che ha gettato il Paese nel caos, ma le “violazioni inesorabili dei diritti umani” hanno portato i cittadini preoccupati ad armarsi come parte delle “forze di difesa del popolo”, in modo da poter respingere qualsiasi eventuale assalto della giunta. Quest’ultima, dal canto suo, ha risposto prendendo di mira interi villaggi, perpetrando “omicidi e uccisioni indiscriminate di non combattenti”, ha affermato Andrews.

“Queste pratiche ricordano quelle impiegate dall’esercito prima dei suoi genocidi contro i rohingya nello stato di Rakhine nel 2016 e nel 2017”, ha continuato Andrews, con riferimento al giro di vite perpetrato nel 2017 a Rakhine, nell’Ovest del Myanmar, dalle forze di sicurezza locali, che costrinse circa 740.000 individui di etnia rohingya a fuggire. Per le Nazioni Unite, quanto accaduto potrebbe equivalere a un genocidio. Alla luce di ciò, l’inviato dell’Onu ha esortato la comunità internazionale e i Paesi coinvolti a negare alla giunta militare birmana il denaro, le armi e la legittimità che desidera, rafforzando, al contempo aiuti umanitari e sostegno alla popolazione.

A tal proposito, è stato evidenziato che l’annuncio, del 18 ottobre, del rilascio di 5.636 prigionieri è una prova del fatto che esercitare pressione può dare risultati. Questo perchè la notizia è stata data dopo che l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) ha deciso di escludere il capo del governo militare del Myanmar, Min Aung Hlaing, dal prossimo vertice del blocco per non aver fatto fede all’impegno di ridurre le violenze. “L’annuncio dell’ASEAN colpisce al cuore”, ha dichiarato Andrews.

Le affermazioni del relatore speciale fanno seguito a quelle dell’inviata speciale dell’Onu per il Myanmar, Christine Schraner Burgener, la quale, il 21 ottobre, ha avvertito che la presa del potere da parte dei militari in Myanmar ha portato a un conflitto armato e il Paese “andrà nella direzione di uno Stato fallito” se il potere non sarà restituito al popolo in modo democratico. A detta di Burgener, il conflitto tra i militari e i civili e le minoranze etniche si sta intensificando in molte parti del Paese, i militari stanno conducendo operazioni di sgombero a Chin e in molti altri Stati, mentre continuano i combattimenti negli stati di Kachin e Shan. Come precisato dall’inviata, il movimento contro i militari è ora “sempre più militarizzato”, con il cosiddetto Governo di unità nazionale (GUN) formato da sostenitori del governo democratico deposto e guidato da Aung San Suu Kyi che cerca di mobilitare un numero maggiore di combattenti e chiede “una guerra di difesa popolare”.

La situazione di caos in Myanmar ha avuto inizio il primo febbraio scorso, data in cui l’Esercito ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni. La leader Aung San Suu Kyi e altre figure di spicco del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni nel Paese lo scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo, con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi. 

Da allora, il Paese asiatico ha assisto a sconvolgimenti interni su più fronti. Dal 6 febbraio, sono nati sia un movimento di disobbedienza civile, con il quale molti dipendenti pubblici hanno lasciato il proprio impiego, sia proteste della popolazione, che l’Esercito ha represso con la violenza. Parallelamente, l’Esercito ha ripreso a combattere contro diverse milizie etniche presenti da decenni in Myanmar, le quali si sono avvicinate ai manifestanti fornendo loro anche addestramento militare. I combattimenti nelle aree periferiche del Paese stanno generando centinaia di migliaia di sfollati e si teme per la loro dispersione anche oltre ai confini birmani.

L’istituzione del governo di unità nazionale risale al 6 aprile scorso, data in cui diversi membri del Parlamento birmano deposti, alcuni leader delle proteste e altri rappresentanti di alcune minoranze etniche del Paese, hanno creato tale esecutivo che, dal 5 maggio, ha un corpo armato noto come Forza di difesa del popolo. Tuttavia, il GUN e le milizie ad esso affiliate sono stati classificati come un gruppo terroristico l’8 maggio. 

Parallelamente, il primo agosto, è stato nominato un nuovo governo provvisorio di cui Min Aung Hlaing è primo ministro e che ha sostituito il Consiglio di amministrazione di Stato che aveva fino ad allora guidato il Paese, effettuando un passaggio da un consiglio militare ad un governo transitorio. Da parte sua, il 7 settembre scorso, il presidente ad interim del GUN, Duwa Lashi La, ha dichiarato lo stato di emergenza e ha lanciato una “guerra difensiva”.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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