Taiwan: Biden promette di difendere l’isola in caso di attacco

Pubblicato il 22 ottobre 2021 alle 15:51 in Cina Taiwan USA e Canada

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La Cina ha affermato di non accettare interferenze straniere o compromessi su questioni riguardanti la sua sovranità e la sua integrità territoriale dopo che il presidente degli USA, Joe Biden, ha dichiarato che difenderà Taiwan nel caso in cui l’isola dovesse essere attaccata.

Il 22 ottobre, il portavoce del Ministero degli Esteri della Cina, Wang Wenbin, ha affermato che Taiwan è una parte inscindibile del territorio cinese e che le questioni legate all’isola sono affari interni della Cina nei quali non è consentita alcuna interferenza straniera. Wang ha poi aggiunto che, su questioni che coinvolgono gli interessi fondamentali della Cina come la sovranità e l’integrità territoriale, Pechino non ha spazio per il compromesso. Il portavoce ha quindi esortato gli USA a rispettare rigorosamente il principio “una sola Cina” e le disposizioni dei tre comunicati congiunti sino-americani. Pechino ha invitato la parte statunitense ad essere cauta nelle parole e nei fatti sulla questione di Taiwan e ad astenersi dall’inviare segnali erronei alle forze separatiste che sostengono l’indipendenza di Taiwan, per non danneggiare seriamente le relazioni sino-statunitensi e la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan.

Il giorno prima, Biden aveva affermato che gli Stati Uniti non vogliono una nuova Guerra Fredda, ma aveva espresso preoccupazione per il fatto che la Cina avrebbe potuto impegnarsi in attività che potrebbero condurla a “commettere un grave errore”. Biden ha aggiunto: “Voglio solo far capire alla Cina che non faremo un passo indietro, non cambieremo nessuna delle nostre opinioni”. Infine, rispondendo ad una domanda sulla possibilità che se gli Stati Uniti intervengano in difesa di Taiwan in caso di attacco, ha dichiarato: “Sì, abbiamo l’impegno a farlo”. Come sottolineato da South China Morning Post, tuttavia, il Taiwan Relations Act, che regola i legami tra Washington e Taipei, non include un impegno esplicito a intervenire militarmente in caso di invasione o attacco a Taiwan da parte della Cina continentale. Gli Stati Uniti hanno finora mantenuto una politica di “ambiguità strategica” sulla questione di Taiwan in base alla quale non affermano se intraprenderebbero o meno un’azione militare se l’isola dovesse essere attaccata. La strategia è ideata per scoraggiare Taiwan dall’adottare qualsiasi azione unilaterale per dichiarare la piena indipendenza e, allo stesso tempo, per dissuadere Pechino dal cercare di annettere unilateralmente l’isola.

A Taipei, intanto, un portavoce della presidente Tsai Ing-wen ha affermato che gli Stati Uniti hanno mostrato il loro sostegno a Taiwan attraverso azioni concrete e che i 23 milioni di cittadini dell’isola non si arrenderanno alle pressioni e non agiranno in modo avventato. Il portavoce di Tsai ha dichiarato: “Taiwan dimostrerà la sua ferma determinazione a difendersi e a continuare a lavorare con Paesi con valori simili per dare un contributo positivo alla pace e alla stabilità dello Stretto di Taiwan e della regione indo-pacifica”.

La Cina ha recentemente aumentato le attività militari intorno a Taiwan. Pechino considera l’isola una sua provincia, e quindi parte integrante del territorio nazionale, in base al principio “una sola Cina”. A Taipei, però, è presente un esecutivo autonomo e l’isola si auto-definisce la Repubblica di Cina (ROC), sostenendo di essere un’entità statale separata dalla Repubblica Popolare Cinese (RPC). Dal 2016, tale esecutivo è guidato dalla presidente Tsai Ing-wen, a capo del Partito progressista democratico (PPD), la quale ha sempre rifiutato di riconoscere il principio “una sola Cina” ed è stata rieletta con un’ampia maggioranza alle ultime elezioni sull’isola dell’11 gennaio 2020. Il governo di Pechino, da parte sua, ha più volte affermato di voler risolvere la questione di Taiwan, che rappresenta la sua maggiore problematica dal punto di vista territoriale e diplomatico, e non ha escluso la possibilità di farlo utilizzando la forza.

In tale quadro, gli USA, pur avendo riconosciuto la RPC dal primo gennaio 1979 rinunciando a riconoscere la legittimità del governo di Taiwan, hanno intensificato i legami con l’isola e sono il suo maggior fornitore di armi da difesa. Gli Stati Uniti non contestano apertamente la rivendicazione della Cina su Taiwan, ma sono impegnati per legge a garantire che l’isola possa difendersi e a trattare tutte le minacce nei suoi confronti come questioni di “grave preoccupazione”. Le politiche statunitensi riguardanti la posizione di Washington su Taiwan sono principalmente contenute  nel Taiwan Relations Act ma anche nei Tre Comunicati congiunti USA-Cina e nelle Sei Assicurazioni

La spaccatura tra RPC e ROC risale alla fine della guerra civile cinese, conclusasi con la vittoria del Partito Comunista Cinese sul Guomindang, o Kuomintang (KMT), spesso definito partito nazionalista, e alla conseguente nascita della Nuova Cina, ovvero la RPC, il primo ottobre 1949. Dopo la sconfitta, il Guomindang si ritirò a Taiwan dove spostò il governo che aveva istituito nella Cina continentale e che, a livello internazionale, fu riconosciuto come governo dell’intera Cina fino al 1971, anno in cui le autorità di Pechino presero il posto di quelle di Taipei alle Nazioni Unite con la Risoluzione 2758. Ad oggi, Taiwan ha relazioni diplomatiche formali con 15 Paesi che riconoscono la ROC e non la RPC. Questi ultimi sono Guatemala, Honduras, Santa Sede, Haiti, Paraguay, Nicaragua, Eswatini, Tuvalu, Nauru, Saint Vincent and the Grenadines, Saint Kitts and Nevis, Saint Lucia, Belize, Marshall Islands e Palau.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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