Talebani accusati di aver decapitato una giocatrice di pallavolo

Pubblicato il 21 ottobre 2021 alle 12:02 in Afghanistan Asia

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Il 19 ottobre, l’Independent Persia ha riportato la testimonianza di un’allenatrice afghana, che ha denunciato la decapitazione da parte dei talebani di un’atleta, Mahjabin Hakimi, che giocava nella sezione giovanile della squadra nazionale di pallavolo. 

La notizia è stata riportata da altre testate regionali in lingua inglese, ma l’intervista alla donna, per il momento, circola solo in persiano. Mahjabin ha giocato nella squadra di pallavolo del comune di Kabul, prima del crollo del precedente governo afghano, a seguito della presa della capitale da parte dei talebani, il 15 agosto. Secondo la sua allenatrice, solo la famiglia della ragazza è a conoscenza delle modalità con cui tale omicidio sarebbe stato perpetrato. Tuttavia, i fatti dovrebbero essersi verificati, con buona probabilità, all’inizio di ottobre, a Kabul. Secondo la donna, l’accaduto non è stato denunciato prima, perché la famiglia di Mahjabin Hakimi sarebbe stata minacciata di ritorsioni da parte dei talebani. Sui social media, sono circolate presunte immagini della ragazza senza vita, con segni riconducibili ad una decapitazione sul collo. 

Già il 23 settembre, la BBC aveva riportato l’allarme delle atlete che sono riuscite a fuggire all’estero prima della salita al potere dei talebani, ancora in contatto con alcune ex compagne. Almeno 30 giocatrici della nazionale di pallavolo dell’Afghanistan sperano di fuggire dall’Afghanistan, poiché temono per la propria vita. Alcune di queste si spostano tra le province per evitare di essere trovate. Secondo una delle ragazze fuggite, un’altra sua compagna sarebbe stata uccisa a colpi di pistola. “Sono certa che sono stati i talebani”, ha dichiarato la giovane atleta, che ha preferito rimanere anonima per proteggere i propri familiari rimasti in Afghanistan. Questa ha poi aggiunto di aver personalmente ricevuto minacce da parte dei talebani, dopo che a molte delle famiglie era stato intimato di non permettere loro di continuare a fare sport.

La squadra nazionale di pallavolo femminile afghana è stata fondata nel 1978 e ha cessato le attività dal 1992 al 2002 a causa della guerra civile e poi dell’imposizione del primo governo dei talebani. La nazionale era formata da due squadre, divise per età in adulte e giovani, con 14 membri ciascuna. Entrambe hanno partecipato ad una serie di competizioni internazionali e ad alcuni tornei regionali, riportando anche delle vittorie. Con il precedente governo, sostenuto dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale, le squadre erano state ampiamente supportate e la presenza di ragazze nelle competizioni internazionali era riconosciuta come un segno degli sforzi per rafforzare la posizione delle donne nella società afghana.

Invece, a partire dall’8 settembre, sono state diffuse le dichiarazioni di un funzionario dei talebani, che affermava che alle donne afghane non sarà permesso praticare sport “non appropriati”, facendo riferimento alla squadra di cricket femminile del Paese. In un’intervista all’emittente australiana SBS, il vice capo della commissione culturale dei talebani, Ahmadullah Wasiq, aveva dichiarato che lo sport femminile non sarebbe stato accettato se non necessario o appropriato. “Non credo che alle donne sarà permesso giocare a cricket perché non è necessario che le donne giochino a cricket”, aveva affermato Wasiq. “Nel cricket, potrebbero verificarsi situazioni in cui il loro viso e il loro corpo non siano coperti. L’Islam non permette che le donne siano viste così”, aveva aggiunto, sottolineando l’esposizione mediatica di questi eventi. “E’ l’era dei media, ci saranno foto e video, che la gente guarderà. L’Islam e l’Emirato Islamico non consentono alle donne di giocare a cricket o praticare qualsiasi tipo di sport in cui vengono esposte”, aveva dichiarato Wasiq. 

A proposito della situazione delle donne in Afghanistan, è necessario specificare che, due giorni dopo la presa di Kabul, il 17 agosto, un membro del comitato culturale dei talebani, Enamullah Samangani, aveva lanciato un primo messaggio di apertura al mondo femminile, che era stato invitato ad unirsi al governo. In un’intervista con la Televisione Nazionale afghana, Samangani aveva dichiarato: “L’emirato islamico non vuole che le donne siano vittime”, aggiungendo che queste avrebbero potuto far parte della struttura del governo. Tuttavia, la partecipazione femminile doveva rimanere limitata “a quanto previsto dalla legge della Sharia”. La realtà dei fatti, per il momento, appare diversa. Già il 24 agosto, il portavoce talebano Zabihullah Mujahid aveva chiesto alle donne afghane che lavorano di stare in casa, finché non fossero stati messi in atto sistemi adeguati per garantire la loro sicurezza. Inoltre, senza dare spiegazioni al riguardo, nessuna donna è stata inclusa tra i rappresentanti dell’esecutivo resi noti il 7 settembre e neanche successivamente. 

Sulla scia di questo atteggiamento, il 17 settembre, i talebani hanno chiuso il Ministero per gli Affari Femminili, sostituendolo con un Ministero per la “Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio”, incaricato di far rispettare la legge islamica. Inoltre, i combattenti talebani hanno interrotto con la forza alcune manifestazioni contro questi provvedimenti e a favore dei diritti delle donne. Una delle prime nella capitale, tenutasi il 9 settembre, era stata dispersa con colpi d’arma da fuoco in aria e l’utilizzo di fruste sulle persone. Tuttavia, si sono verificate anche marce femminili pro-talebani: il 12 settembre, un gruppo di circa 300 donne, scortate dai militanti armati e completamente coperte con burqa neri, hanno sventolato bandiere dell’Emirato e cantato slogan di supporto per il governo talebano e le sue politiche islamiste. 

Successivamente, il 19 settembre, il sindaco ad interim di Kabul, Hamdullah Namony, aveva tenuto la sua prima conferenza stampa da quando è stato nominato dai talebani, ed aveva fornito alcuni dati sull’occupazione femminile. Prima della conquista della capitale afghana da parte dei talebani, poco meno di un terzo dei quasi 3.000 dipendenti comunali erano donne e lavoravano in tutti i dipartimenti. Namony aveva quindi annunciato che alle dipendenti era stato ordinato di rimanere a casa in attesa di ulteriori decisioni. La regola è valida per tutte le donne, tranne quelle che “non possono essere sostituite dagli uomini”. Tra queste sono state citate alcune impiegate nei dipartimenti di progettazione e ingegneria e le inservienti dei bagni pubblici femminili. Namony non aveva specificato quante dipendenti sono state costrette a non tornare a lavoro. “Ci sono alcune aree in cui gli uomini non possono lavorare, dobbiamo chiedere al nostro personale femminile di adempiere ai propri doveri, non c’è alternativa per questo”, ha aggiunto.

Lo stesso 19 settembre, nella capitale, si è tenuta una nuova protesta contro la segregazione delle donne, con cartelli che chiedevano la partecipazione femminile alla vita pubblica. “Una società in cui le donne non sono attive è una società morta”, recitava uno di questi. In tale contesto, il mondo femminile afghano rimane quasi totalmente costretto tra le mura di casa. Il 27 settembre, il quotidiano Tolo News aveva riportato le parole di Binazir Haqjo, una studentessa di terza media, che sperava che il governo autorizzasse le ragazze a continuare gli studi. “Non sono mai uscita di casa da quando è cambiato il governo”, aveva raccontato, facendo riferimento ai 43 giorni al potere dei talebani. “Penso che tutti i nostri sforzi per andare a scuola siano stati sprecati. Eravamo andati in classe nonostante le difficoltà economiche e di sicurezza. Ora stiamo sprecando tutto questo”, aveva aggiunto la ragazza. A tale proposito, è necessario specificare che, invece, le scuole maschili sono state riaperte, il 18 settembreLa questione della tutela dei diritti delle donne è stata definita fondamentale dai Paesi dell’Unione Europea, che affermano che non riconosceranno l’esecutivo dei talebani se la loro posizione questo punto non verrà chiarita.  

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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