India: 5 morti nel Kashmir, scontri tra soldati e ribelli

Pubblicato il 21 ottobre 2021 alle 11:18 in Asia India

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Quattro militanti e un soldato sono stati uccisi in due scontri a fuoco separati nel Kashmir controllato dall’Idia, il 20 ottobre.

Il capo della polizia indiana nella valle del Kashmir, Vijay Kumar, ha affermato che 3 tra i militanti uccisi erano stati coinvolti nell’uccisione mirata di lavoratori migranti del 17 ottobre scorso, mentre 2 soldati indiani sono rimasti feriti e uno è morto. Kumar ha ribadito che i responsabili degli attacchi contro i civili sono militanti appartenenti al Fronte di Resistenza (TRF), che le autorità indiane credono sia sostenuto dal Pakistan.

Il 16 e 17 ottobre, 4 civili sono stati uccisi a Srinagar e a Pulwama. Tutti erano lavoratori migranti, 3 di loro erano di fede indù e uno era di fede musulmana. Di fronte al recente aumento delle violenze nel Kashmir che ha determinato la morte di oltre 30 persone, le autorità indiane hanno trasferito migliaia di lavoratori migranti in luoghi più sicuri, mentre in centinaia sono fuggiti dalla valle a dopo una serie di omicidi mirati anche contro minoranze indù, sikh e lavoratori migranti. La nuova ondata di uccisioni da parte di sospetti ribelli sembrerebbe essere diretta a persone non provenienti dal Kashmir. Di fronte a tale scenario, l’India ha intensificato le operazioni per combattere gli insorti.

Le autorità di sicurezza del Kashmir hanno attribuito la responsabilità di parte delle uccisioni a Hizbul Mujahideen, un gruppo tradizionalmente formato da combattenti locali, e al TFR, ritenuto il ramo locale del gruppo militante Lashkar-e-Taiba che ha sede in Pakistan. La cellula si sarebbe formata dopo che l’India ha revocato la semi-autonomia della regione il 5 agosto 2019. Negli ultimi attacchi, i membri del TFR hanno usato per lo più armi di piccolo calibro come pistole. In una dichiarazione sui social media, il gruppo ha affermato che non stava colpendo le persone sulla base della loro religione, ma aveva come obiettivo solo coloro che lavorano per le autorità indiane.

Il Kashmir è una regione asiatica a maggioranza musulmana, situata tra l’India, il Pakistan e la Cina che, al momento, ne amministrano aree distinte. In particolare, la parte centro-meridionale, il Jammu e Kashmir, è amministrata dall’India, lo Azad Kashmir e il Gilgit-Baltistan, le porzioni Nord-occidentali, sono sotto la giurisdizione del Pakistan, mentre la zona Nord-orientale, Aksai Chin, è sotto il controllo della Cina. Tale ripartizione non è però riconosciuta dagli attori in gioco e Nuova Delhi e Islamabad rivendicano la propria sovranità l’una sulle parti dell’altra. Le parti si sono spesso accusate l’un l’altra di aver di aver violato il cessate il fuoco del 2003. Al contempo, dal 1989, nella parte indiana ci sono gruppi ribelli che lottano per l’indipendenza del territorio o per unirsi al Pakistan, accusato dall’India di armare i militanti.

In tale contesto, il 5 agosto 2019, l’esecutivo indiano guidato dal premier Narendra Modi, a capo del partito nazionalista-induista BJP, aveva suddiviso il territorio del Kashmir sotto la propria giurisdizione in due zone amministrate federalmente dall’India, il Jammu e Kashmir e il Ladakh. Così facendo erano stati revocati gli articoli 370 e 35A della Costituzione indiana che sancivano i diritti all’autonomia di cui godeva la regione, ovvero su tutte le questioni interne, tranne difesa, comunicazione e affari esteri. Di conseguenza, lo status speciale della regione era stato revocato e la sua costituzione separata era stata annullata.

 

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

 

di Redazione

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