Mali: il governo propone all’Alto Consiglio islamico di trattare con i leader locali di al-Qaeda

Pubblicato il 20 ottobre 2021 alle 12:28 in Africa Mali

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Il governo del Mali ha chiesto al principale organo islamico del Paese di avviare colloqui di pace con i leader dell’affiliata locale di al-Qaeda, nel tentativo di porre fine a un conflitto ormai decennale. L’annuncio, rilasciato martedì 19 ottobre, dal Ministero degli affari religiosi maliano segna il passo più concreto realizzato di recente per favorire i negoziati con i capigruppo delle milizie regionali. Tuttavia, non è ancora chiaro quando dovrebbero iniziare i colloqui.

Le autorità maliane approvano l’idea di colloqui con i gruppi armati e hanno tranquillamente appoggiato iniziative di pace locali con i combattenti per cercare di riportare la sicurezza ed evitare che le organizzazioni islamiste si espandano oltre le loro tradizionali roccaforti. Ad un simile approccio, si oppone vigorosamente la Francia, primo alleato militare del Mali, il cui presidente, Emmanuel Macron, ha dichiarato a giugno che le sue truppe non condurranno operazioni congiunte con i Paesi che negoziano con tali gruppi.

Il Ministero degli affari religiosi ha chiesto all’Alto Consiglio islamico di aprire negoziati con i leader del Gruppo per il Supporto dell’Islam e dei Musulmani (GSIM), legato ad al-Qaeda e conosciuto in arabo come Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin o con l’acronimo JNIM. “Il ministro ha incontrato l’Alto Consiglio islamico la scorsa settimana per informarli del desiderio del governo di negoziare con i leader di tutti i gruppi radicali del Mali, inclusi Iyad Ag Ghali e Amadou Koufa”, ha riferito all’agenzia di stampa Reuters, il portavoce del Ministero, Khalil Camara. Ag Ghali è a capo del GSIM, un “cartello” jihadista che comprende al suo interno quattro formazioni terroristiche minori, ovvero Katiba Macina, Al Murabitoun, Ansar Dine e Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM). É un veterano dei conflitti interni del Mali. Di etnia tuareg, è salito alla ribalta per la prima volta durante una ribellione guidata dal suo gruppo etnico, negli anni ’90. Dopo un periodo in cui si è tenuto dietro le quinte e ha portato avanti alcuni affari privati, è tornato pubblicamente alla militanza nel 2012, con un gruppo di nuova creazione, chiamato Ansar Dine. Quell’anno, i separatisti tuareg hanno lanciato un’ampia insurrezione nel Nord del Mali. L’evento ha innescato un conflitto sanguinoso, ora esteso anche ai vicini Burkina Faso e Niger. Inizialmente alleato dei separatisti, Ansar Dine si è subito distaccato da loro e, insieme ad altri gruppi jihadisti, ha preso il controllo di diverse città nel Nord del Mali, fino a quando le truppe francesi non hanno cacciato i combattenti islamisti da quelle aree, nel 2013. Oggi Ag Ghali è alla testa dell’alleanza islamista legata ad al-Qaeda nella regione. Amadou Koufa, invece, guida la fazione di Katiba Macina, particolarmente attiva nel centro del Mali e considerata la più letale del GSIM. Koufa, altro membro chiave del GSIM, è considerato subordinato ad Ag Ghaly. La sua influenza ha iniziato a crescere da quando ha fondato il gruppo, nel 2015. È stato accusato di sfruttare le tensioni tra pastori e agricoltori e di infiammare le tensioni etniche nel Mali centrale, dove la milizia ha organizzato la maggior parte dei suoi attacchi. Il Mali centrale è ormai diventato uno dei principali teatri degli attacchi jihadisti nel Sahel. Sono comuni anche i massacri motivati da ragioni etniche. I pastori Fulani sono spesso accusati di essere vicini ai jihadisti, una percezione che ha portato ad omicidi e scontri con altri gruppi etnici.

L’8 giugno 2020, le forze francesi hanno ucciso il capo di AQIM, Abdelmalek Droukdel, in un raid nel Nord del Mali. Nonostante la mossa abbia avuto un certo impatto sull’organizzazione, altri potenti leader legati ad al-Qaeda, come Ag Ghali e Koufa, hanno continuato a operare nel semi-desertico Sahel. Entrambi sono un target fondamentale dell’offensiva francese nell’area. Le truppe di Parigi sono stanziate nell’area dal 2013, nell’ambito di una missione che, nell’agosto 2014, è stata rinominata “Operazione Barkhane”. Nel mese di febbraio 2020, a causa dell’aumento degli attacchi jihadisti, Parigi aveva deciso di rafforzare il suo contingente, inviando 600 soldati a sostegno dei 4.500 uomini già presenti in loco. Successivamente, però, a giugno di quest’anno, Macron ha deciso di ristrutturare la missione. Oltre a ridimensionare la propria presenza militare nel Sahel, Parigi ha favorito la formazione di una missione più ampia, che prevedesse il coinvolgimento di vari alleati europei. É nata così la “Task Force Takuba”, composta, per ora, dalle truppe francesi e forze armate di Italia, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Svezia e Regno Unito. Nel nostro Paese, l’operazione è stata approvata con il Decreto Missioni del 16 luglio 2020, durante il governo guidato dall’ex premier Giuseppe Conte. Roma partecipa alla Task force con un contributo di 200 unità di personale militare, 20 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei. 

Relativamente alla notizia di futuri negoziati tra governo e gruppi islamisti, un alto funzionario maliano dell’Alto Consiglio islamico, Mohamed Kambiri, ha confermato che i colloqui avverranno con i leader del GSIM e ha precisato che non ci saranno discussioni con gruppi stranieri. Martedì 19 ottobre, Kambiri ha riferito all’Associated Press che le autorità di Bamako gli avrebbero ordinato di avviare trattative e di lavorare con i rappresentanti delle milizie nel Nord del Paese. “L’unica direttiva che ho ricevuto è quella di negoziare solo con i maliani”, ha detto Kambiri, aggiungendo: “Gli altri combattenti li consideriamo invasori”.

L’Alto Consiglio islamico, a marzo di quest’anno, aveva mediato i colloqui che avevano portato ad un accordo di pace tra i combattenti del GSIM e i cacciatori tradizionali, loro rivali, nell’area del Niono Circle, nel centro del Mali. I negoziati, anche in questo caso, erano stati sostenuti dalle autorità nazionali. L’accordo, tuttavia, è fallito a luglio e, da allora, la violenza nella zona è aumentata.

La decisione del governo di aprirsi ai gruppi islamisti arriva mentre i rapporti tra Mali e Francia sono ai minimi storici. A danneggiare le relazioni sarebbe stata soprattutto la notizia di un eventuale accordo tra la compagnia militare privata russa Wagner e la giunta al governo del Mali per garantire la sicurezza dell’area. Se finalizzata, l’intesa permetterà ai mercenari russi di addestrare le forze armate maliane e di garantire protezione agli alti funzionari. In più, l’accordo potrebbe altresì consentire al gruppo Wagner l’accesso a tre giacimenti minerari del Paese, due d’oro e uno di magnesio. Parigi si è opposta al possibile piano di Mosca, affermando che una mossa del genere sarebbe “incompatibile” con la presenza militare francese nel Paese africano. Si stima che il numero di paramilitari che la compagnia Wagner avrebbe intenzione di mandare si aggiri intorno al migliaio. Il gruppo sarebbe pagato circa 6 miliardi di franchi CFA (11 milioni di dollari) al mese per i suoi servizi. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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