Iraq: sit-in nella capitale, richiesto il riconteggio dei voti

Pubblicato il 20 ottobre 2021 alle 9:14 in Iraq Medio Oriente

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Centinaia di sostenitori dei gruppi filoiraniani attivi in Iraq, tra cui le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) si sono radunati nella capitale Baghdad, il 19 ottobre, per contestare nuovamente i risultati delle ultime elezioni legislative anticipate. Queste, svoltesi il 10 ottobre, hanno rappresentato un duro colpo per i gruppi affiliati a Teheran.

I manifestanti hanno occupato, in particolare, le strade che conducono alla cosiddetta Green Zone, un’area fortificata della capitale sede di istituzioni governative e ambasciate, tra cui quella degli Stati Uniti. “No alla frode, no all’America”, sono stati alcuni degli slogan inneggiati dai sostenitori delle PMF, i quali continuano a richiedere il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq, mentre hanno denunciato i funzionari delle Nazioni Unite, responsabili del monitoraggio del processo elettorale, i quali non sarebbero stati in grado di prevenire frodi. “La missione delle Nazioni Unite deve essere fedele alla sua missione in Iraq e non partecipare ad assassini politici”. In concomitanza con il sit-in, vi è stata un’ampia mobilitazione delle forze di sicurezza irachene, in previsione di tensioni maggiori. Parallelamente, non appena sono stati monitorati i primi raduni, l’ambasciata statunitense ha suonato le sirene e attivato il sistema di difesa C-RAM. Ad ogni modo, quelle del 19 ottobre sono state manifestazioni pacifiche.

Tra coloro che contestano i risultati vi sono le Forze di Mobilitazione Popolare, note in arabo come Hashd al-Shaabi. Queste sono sostenute dall’Iran e, al contempo, sono state riconosciute come una forza armata irachena dal Parlamento nel 2016, il che consente loro di godere di privilegi simili a quelli dell’esercito. Altri gruppi sono affiliati alle Brigate di Hezbollah e alle Asa’ib Ahl al-Haq, ritenute essere tra i responsabili degli attacchi contro obiettivi statunitensi in Iraq, perpetrati sin da ottobre 2019.

Le prime proteste erano state già organizzate dal 16 ottobre in diverse regioni irachene, a poche ore di distanza dall’annuncio dei risultati preliminari finali delle elezioni parlamentari. I gruppi filoiraniani, membri del cosiddetto “Quadro di coordinamento delle forze sciite” hanno rifiutato l’esito, denunciando quella che è stata definita una “manomissione da parte di mani straniere”. Ad essere contestata è soprattutto la vittoria del clerico sciita Muqtada al-Sadr, a capo della coalizione Sairoon. Questo ha ottenuto, nello specifico, 72 seggi, su un totale di 329, seguito dalla coalizione sunnita “Taqaddum”, guidata dal presidente del Parlamento iracheno uscente, Mohamed al-Halbousi, la quale ha ottenuto 37 seggi.

Al terzo posto vi è, poi, “State of Law”, con a capo l’ex primo ministro Nuri al-Maliki, con 35 seggi, a sua volta seguita dal Partito Democratico del Kurdistan, con 33 seggi. Per quanto riguarda Fatah, coalizione guidata da Hadi al-Amiri, capo dell’organizzazione Badr, affiliata proprio alle Forze di Mobilitazione Popolare, ha ottenuto all’incirca 15 seggi, il che rappresenta un forte calo rispetto alle elezioni del 12 maggio 2018, quando Fatah ottenne 48 seggi, costituendo il secondo maggiore blocco in Parlamento.

I risultati delle elezioni del 10 ottobre devono ancora essere confermati dalla Corte federale irachena e, al momento, nessuna coalizione sembra aver raggiunto la maggioranza necessaria ad andare al governo, pari a 165 seggi. Ad ogni modo, per il Quadro di coordinamento delle forze sciite, il quale comprende anche esponenti fedeli ad al-Maliki, non si potrà procedere con i negoziati per formare un esecutivo fino a quando non verrà corretto l’esito del processo elettorale, apparentemente caratterizzato da “confusione”. Inoltre, sono state richieste prove legali che provino la trasparenza e la legittimità di qualsiasi risultato finale. Da parte sua, la Commissione elettorale ha riferito di aver subito pressioni, mentre ha più volte messo in luce la trasparenza del processo elettorale. Anche l’esecutivo uscente, guidato dal premier Mustafa al-Kadhimi, ha ribadito l’integrità delle ultime elezioni, seppur affermando che obiettarne i risultati è un diritto legittimo.

Una delle novità delle elezioni del 10 ottobre, rispetto alle precedenti, è stata proprio la presenza di osservatori internazionali, inviati anche dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea, il cui obiettivo è stato garantire l’equità e la trasparenza del processo elettorale e prevenire fenomeni di frode e astensione, dissipando i timori di chi temeva violenze e compravendita di voti, elementi che hanno spinto la popolazione ad avere scarsa fiducia. Come affermato, il 7 settembre, dall’Alto rappresentante delle Nazioni Unite in Iraq, Jeanine Hennis-Plasschaert, lo svolgimento delle elezioni sarebbe stato molto diverso dal 2018, considerato che vi sarebbero state nuove rigide misure. Parallelamente, il presidente iracheno, Barham Salih, il primo ministro al-Kadhimi e i leader delle forze politiche hanno firmato una nuova intesa denominata “Codice di condotta elettorale”, che ha obbligato i partiti a non interferire con i compiti del Commissione Elettorale, e creare pari opportunità per i candidati.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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