USA: dimissioni dell’inviato speciale per la pace in Afghanistan

Pubblicato il 19 ottobre 2021 alle 12:01 in Afghanistan USA e Canada

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Secondo quanto riferito il 18 ottobre, l’inviato speciale degli Stati Uniti per la pace in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, si è dimesso ed è stato sostituito dal suo vice, Thomas West. 

La notizia è stata annunciata dal segretario di Stato degli USA, Antony Blinken, che in un post su Twitter ha scritto: “Grazie all’ambasciatore Zalmay Khalilzad per decenni di instancabile servizio per gli Stati Uniti. Lieto di dare il benvenuto a Thomas West nel ruolo di rappresentante speciale per l’Afghanistan”.

Per chiarire tali dinamiche, il quotidiano afghano ToloNews ha pubblicato la lettera di dimissioni inviata dallo stesso Khalilzad al segretario Blinken. “Oggi le nostre forze armate sono fuori dal Paese, la guerra è finalmente finita per gli Stati Uniti e gli altissimi costi finanziari di questo impegno possono ora essere diretti verso altre necessità vitali. Tuttavia, l’accordo politico tra il governo afghano e i talebani non è andato avanti come previsto. Le ragioni sono troppo complesse e condividerò i miei pensieri nei prossimi giorni e settimane, dopo aver lasciato il servizio governativo”, ha scritto l’ex rappresentante speciale degli USA a Kabul. 

Khalilzad ha poi aggiunto: “Sono ovviamente rattristato a nome del popolo afghano dal fatto che, nonostante i nostri migliori sforzi e le continue attività diplomatiche da parte mia e del team, nonché le molte sollecitazioni della comunità internazionale, gli afghani non siano riusciti a utilizzare questa opportunità per porre fine al loro conflitto di 40 anni in uno spirito costruttivo e con un giusto compromesso”. 

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha difeso strenuamente la sua decisione di attenersi alla scadenza del 31 agosto per il ritiro delle forze armate statunitensi. “Ora, la nostra presenza militare di 20 anni in Afghanistan è terminata”, aveva dichiarato Biden nel suo primo discorso a seguito dell’evacuazione. Tuttavia, è importante specificare che la decisione di lasciare il Paese era stata presa dal suo predecessore, Donald Trump, con uno “storico” accordo tra USA e talebani sottoscritto a Doha il 29 febbraio 2020 e negoziato dallo stesso Khalilzad. Questo prevedeva il ritiro totale delle truppe straniere, entro maggio 2021, in cambio di una serie di rassicurazioni sulla pace in Afghanistan, tra cui: l’avvio di un dialogo con l’allora governo di Kabul e la definizione di una roadmap verso la pace intra-afghana, la fine dei legami con al-Qaeda e l’impegno a non lanciare offensive contro le grandi città. Tuttavia, nessuna di queste condizioni è stata rispettata. 

In tale contesto, quando Biden si è insediato come presidente, a gennaio del 2021, ha prima annunciato di voler rivedere i termini dell’intesa con i talebani, ma ha poi accettato il ritiro, con tre mesi di ritardo, citando le difficoltà e i costi, anche in termini umani, di un’eventuale permanenza degli USA e della NATO in Afghanistan. Quindi, i talebani oggi devono gestire il Paese in autonomia e sopratutto rilanciare un’economia distrutta da decenni di guerra, senza poter contare sui miliardi di dollari in aiuti esteri che erano stati accordi alla precedente amministrazione, sostenuta dalla comunità internazionale. Fino a che l’esecutivo non verrà ufficialmente riconosciuto, tali importi rimarranno congelati. 

Intanto, la popolazione, sopratutto quella che vive fuori dai centri abitati, sta già affrontando quella che i funzionari delle Nazioni Unite hanno definito “una situazione umanitaria catastrofica”. Per questo, l’Unione Europea ha promesso un pacchetto di aiuti da 1 miliardo di euro al fine di evitare “il collasso umanitario e socioeconomico”, garantendo che il supporto sarebbe stato inviato direttamente alla popolazione e non all’esecutivo, le cui azioni sono ancora in fase di valutazione. Dal punto di vista della tutela dei diritti umani, la situazione è incerta e gli allarmi sono numerosi, sopratutto per le donne e le minoranze, come gli hazara. Inoltre, questi ultimi continuano ad essere gli obiettivi primari di attentati rivendicati dall’affiliata afghana allo Stato Islamico. 

In generale, un funzionario del gruppo a Kabul ha affermato che è necessario che le persone conducano uno stile di vita islamico, libero da tutte le influenze straniere. “La nostra cultura è diventata tossica, vediamo l’influenza russa e americana ovunque, anche nel cibo che mangiamo. Questo è qualcosa che le persone dovrebbero realizzare e apportare i cambiamenti necessari. Ci vorrà tempo, ma accadrà”, ha dichiarato.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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