Libia: il premier sostiene le accuse contro Haftar negli USA

Pubblicato il 19 ottobre 2021 alle 6:12 in Africa Libia

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Il primo ministro libico ad interim, Abdulhamid Dabaiba, ha inviato un memorandum alla ministra degli Esteri, Najla el-Manogush, in cui le ha chiesto di sporgere denuncia contro il generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, davanti a un tribunale in Virginia. Le accuse contro l’uomo forte di Tobruk sono di frode, travisamento della giustizia e falsificazione di documenti ufficiali.

La notizia è stata riportata, il 18 ottobre, dal quotidiano panarabo al-Arab, con riferimento al caso intentato contro Haftar negli Stati Uniti, dove il generale è accusato di aver commesso “atrocità” nel corso del decennale conflitto civile. Stando a quanto riferito da al-Arab, Dabaiba, il quale riveste tuttora anche la carica di ministro della Difesa, si sarebbe schierato dalla parte dell’accusa di Haftar, sostenendo una lettera del capo dell’Alto Consiglio di Stato, Khaled al-Mishri, in cui quest’ultimo, rivolgendosi alla Corte federale della Virginia, ha negato quanto affermato dalla difesa di Haftar circa l’impossibilità del generale di rivelare “segreti militari a parti terze”, pena la reclusione o la condanna a morte. Mishri ha chiarito che, in realtà, la divulgazione di segreti militari non è punibile dalla legge libica e non si rischia la pena di morte. Dabaiba, dal canto suo, nel memorandum inviato alla ministra El-Mangoush, ha aggiunto che i documenti presentati dagli avvocati di Haftar non sono stati emessi da autorità libiche competenti.  

Secondo diversi esperti, la questione dell’autenticità della documentazione risulta essere poco chiara e la confusione a riguardo deriva soprattutto dall’assenza di un’istituzione militare unificata in Libia. Lo stesso Ministero della Difesa non risulta essere riunificato tra l’Est e l’Ovest libico e Dabaiba continua a svolgere un ruolo che, secondo quanto stabilito, il 5 febbraio, con la formazione del governo di unità nazionale ad interim, ha carattere provvisorio. In tale quadro, spiega al-Arab, al momento vi sono enti che agiscono in nome del Ministero della Difesa per conto dell’ex governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), ma che, in realtà non fanno parte dell’esecutivo attuale.  

A detta di analisti di al-Arab, con il suo memorandum, Dabaiba starebbe confondendo ancora di più la situazione, mentre vi è chi ostacola l’unificazione delle istituzioni militari libiche in un momento in cui Haftar è ancora al comando dell’LNA. Non da ultimo, le accuse contro Haftar negli USA potrebbero fornire una giustificazione legale, politica e costituzionale per impedire al generale di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali in Libia, coinvolgendo, al contempo, la magistratura statunitense. Per gli analisti, si tratta di una questione che complica ulteriormente il dossier libico e che rischia di minare e ritardare il cammino verso le elezioni, pilastro del percorso di transizione democratica del Paese Nord-africano.

Circa il caso in Virginia, contrariamente a quanto richiesto da Haftar, il primo luglio, il giudice distrettuale statunitense, Leonie Brinkema, ha stabilito che il generale non può chiedere l’immunità in qualità di capo di Stato nè il caso può archiviato, in quanto, per il capo dell’LNA, si tratterebbe di una “questione politica”. Ad oggi, la questione non ha assistito a particolari sviluppi, e il giudice Brinkema ha chiesto ad Haftar di rispondere alle accuse entro il 28 ottobre prossimo. Si tratta, tuttavia, di un “ultimatum” già concesso più volte in passato.

Sono tre le cause depositate presso la Corte distrettuale di Alexandria, in Virginia, perlopiù riconducibili a uccisioni e torture. Tra queste, il 5 gennaio 2017, la querelante Salimah Jibreel ha affermato di aver visto tre dei suoi figli, Aziza di 3 anni, Maryam di 8 anni e Mohammad di 11 anni, morire a causa di una granata lanciata contro la propria abitazione. Sua figlia Mayada, 10 anni, e suo marito sono rimasti feriti, ma sono sopravvissuti. Tre mesi dopo l’attacco, il marito, Alaa, è stato arrestato dall’LNA, e da allora è stato trattenuto senza poter comunicare con la sua famiglia.

Il secondo querelante, Ali Abdalla Hamza, ha dichiarato di aver visto la sua famiglia a Ganfouda, in Libia, soffrire per mesi di fame, mancanza di acqua o medicine e ripetuti attacchi da parte delle forze dell’LNA. Lui si trovava fuori dalla Libia, ma racconta di essere rimasto in contatto con i familiari, che mangiavano erba e corteccia degli alberi e si muovevano tra edifici abbandonati per evitare i bombardamenti. Nel febbraio 2017, Hamza dice di aver fatto un viaggio disperato, passando dalla Turchia, per cercare di portare acqua e cibo alle persone intrappolate a Ganfouda. Gli aiuti non sono mai arrivati e, in poche settimane, sua madre, due fratelli e due sorelle erano stati uccisi dagli attacchi dell’LNA. Come evidenziato nella denuncia civile che i querelanti hanno presentato il 3 settembre 2020, in qualità di leader dell’LNA, Haftar è personalmente responsabile per le sue azioni, tra cui sono citate detenzioni arbitrarie, uccisioni extragiudiziali, torture, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, trattamenti disumani, crudeli e degradanti.

Haftar ha vissuto nel Nord della Virginia, uno Stato nel Sud-Est degli Stati Uniti, per circa vent’anni, dove si è recato in esilio, negli anni ’80, dopo aver disertato l’esercito legato al dittatore Muammar Gheddafi. Durante il periodo di esilio, si pensa che il generale libico abbia collaborato con la CIA, ma, una volta caduto il regime di Gheddafi, nel 2011, Haftar ha fatto ritorno nel Paese Nord-africano, assumendo il controllo delle aree orientali libiche. L’uomo forte di Tobruk e i propri familiari avrebbero acquistato, tra il 2014 ed il 2017, 17 proprietà per un valore complessivo pari a 8 milioni di dollari. Tra queste, il generale possiede un condominio a Falls Church, una tenuta di 34 ettari a Keysville e una casa unifamiliare a Vienna. Sono proprio tali proprietà che potrebbero essere confiscate, alla luce dei milioni di dollari reclamati dall’accusa. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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