Iran: sì ai negoziati sul nucleare, ma senza sanzioni

Pubblicato il 19 ottobre 2021 alle 9:27 in Europa Iran USA e Canada

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Il presidente dell’Iran, Ebrahim Raisi, ha dichiarato che gli Stati Uniti dovrebbero revocare le sanzioni imposte contro il proprio Paese per dimostrare serietà e riprendere i colloqui di Vienna sull’accordo sul nucleare, i quali sono tuttora in una fase di stallo.

Le parole del capo di Stato iraniano sono giunte il 18 ottobre, nel corso di un discorso televisivo, a circa tre mesi di distanza dall’interruzione dei colloqui sul nucleare, svoltisi a Vienna dal 6 aprile e successivamente interrotti il 17 luglio, alla luce del “periodo di transizione” vissuto da Teheran con l’elezione di un nuovo presidente. Negli ultimi mesi, Teheran è stata più volta esortata dalle potenze occidentali a sedersi nuovamente al tavolo dei negoziati, il cui obiettivo è rilanciare l’accordo noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) e favorire il ritorno degli USA nell’intesa.

Da parte sua, Raisi ha dichiarato che l’Iran, il quale non ha mai lasciato il tavolo dei negoziati, sostiene i colloqui con gli altri sei firmatari del JCPOA e che il suo obiettivo è ottenere risultati concreti. Tuttavia, “le ingiuste sanzioni statunitensi devono essere revocate”, ha ribadito il presidente, il quale ha sottolineato che non è disposto ad arrecare ulteriori danni all’economia del Paese per garantire il futuro dell’accordo. “La Repubblica islamica è seria sulla questione, dovremmo vedere serietà anche dall’altro lato”, ha aggiunto il capo di Stato, secondo cui proprio la revoca delle sanzioni di Washington potrebbe essere un segnale di serietà.

Il discorso di Raisi è giunto poco dopo le dichiarazioni dell’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, il quale, sempre il 18 ottobre, ha affermato che vi è consenso, da parte degli attori interessati, sulla necessità di riprendere i colloqui di Vienna, ma che l’accordo sul nucleare sta assistendo a una fase delicata. “Abbiamo chiarito agli iraniani che il tempo non è dalla loro parte e che è meglio ritornare velocemente al tavolo delle negoziazioni”, ha affermato Borrell durante una riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea a Lussemburgo, durante la quale si è detto ottimista circa una possibile ripresa di “colloqui preparatori”.

Al momento, diversi diplomatici occidentali temono che, laddove i colloqui riprendano, la squadra negoziale di Teheran possa avanzare ulteriori richieste, che vadano oltre quanto già concordato in precedenza. Questo perché il nuovo presidente, Raisi, sembra essere più “intransigente” verso l’Occidente rispetto al suo predecessore, Hassan Rouhani, il quale è stato considerato più “pragmatico”. Tuttavia, anche il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Saeed Khatibzadeh ha affermato, in una conferenza stampa del 18 ottobre, che il suo Paese non ha posto precondizioni per la ripresa dei negoziati, ma ha chiesto all’amministrazione statunitense di Joe Biden di fornire garanzie per il ritorno all’accordo e di intraprendere una strada diversa rispetto a quella dell’ex capo della Casa Bianca, Donald Trump. Ad ogni modo, lo stesso Khatibzadeh ha riferito che, nonostante i sei round di colloqui, vi sono ostacoli e sfide che devono essere discussi con i funzionari europei a Bruxelles prima di ritornare a Vienna.

Secondo quanto riportato dal quotidiano al-Arabiya, la politica del nuovo governo di Teheran in merito al dossier sul nucleare è disciplinata da tre documenti. Il primo è il messaggio del leader supremo, Ali Khamenei, all’ex presidente Rouhani, del 2015, con cui era stato approvato il JCPOA. Il secondo è il disegno di legge approvato dal Parlamento iraniano il 2 dicembre 2020 riguardante un “Piano d’azione strategico per contrastare le sanzioni”, mentre il terzo è il discorso di Khamenei del 7 febbraio 2021. In base a questi “documenti”, sono diverse le condizioni che l’Iran potrebbe proporre al tavolo dei negoziati. Innanzitutto, si pensa che Teheran non accetti di interrompere le attività nucleari fino a una completa revoca delle sanzioni. Ciò significa che non verrà accettato un “impegno a impegnarsi”. Poi, la parte iraniana potrebbe non accettare di modificare le tempistiche precedentemente approvate, in particolare “il giorno di transizione”, nel 2023, il termine entro il quale l’UE si è impegnata a rimuovere o sospendere ulteriori misure sanzionatorie, e la data di scadenza della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, prevista per il 2025. L’Iran potrebbe essere contrario anche all’inclusione di una nuova clausola per garantire impegni a lungo termine sulla non proliferazione delle armi nucleari, mentre si presume chiederà la revoca di tutte le sanzioni, anche quelle imposte dopo l’entrata in vigore dell’accordo. Un’altra condizione potrebbe altresì essere quella di garanzie da parte degli USA, i quali oltre a revocare sanzioni dovrebbero assicurare che non si ritireranno più dall’intesa.

I colloqui di Vienna avevano avuto inizio il 6 aprile e, nonostante l’ottimismo espresso da più parti nel corso dei successivi round, non hanno portato ad alcun risvolto. Ai meeting hanno partecipato, all’interno di una “Commissione mista”, delegati di Iran, Cina, Russia, Germania, Francia e Regno Unito. Anche una delegazione degli USA si è recata a Vienna, ma non ha preso parte all’incontro con gli altri Paesi, in quanto Teheran si è rifiutata di negoziare in modo diretto con Washington fino a una completa rimozione delle sanzioni. Pertanto, sono stati gli altri Paesi a fare da spola tra le delegazioni iraniana e statunitense, nel quadro di colloqui indiretti.

Il Joint Comprehensive Plan of Action è stato firmato durante l’amministrazione di Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna, da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. Questo prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti. 

Il presidente degli Stati Uniti, Biden, sembra essere disposto a rilanciare l’accordo, ma, nel corso degli ultimi mesi, ha più volte ribadito come sia necessario dapprima che l’Iran rispetti il patto del 2015 per riprendere gli sforzi diplomatici. Le figure politiche di spicco dell’Iran concordano, invece, sul fatto che Teheran debba cercare di porre fine al regime di sanzioni statunitensi. Pertanto, le due parti sono rimaste bloccate in una situazione di stallo, in cui ciascuna ha aspettato che fosse l’altra ad agire per prima.

 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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