Siria: riprendono i negoziati sulla Costituzione

Pubblicato il 18 ottobre 2021 alle 9:17 in Medio Oriente Siria

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L’inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria, Geir Otto Pedersen, ha riferito che sia la delegazione del governo di Damasco sia quella dei gruppi di opposizione si sono dette concordi a riprendere i negoziati del Comitato costituzionale. Questi avranno inizio oggi, 18 ottobre, e si prevede dureranno per circa una settimana.

L’annuncio di Pedersen è giunto il 17 ottobre, a mesi di distanza dal quinto round di colloqui, svoltosi il 25 gennaio, rivelatosi inconcludente. Il numero totale dei membri partecipanti al Comitato ammonta a 150. In particolare, 50 sono stati scelti dal governo siriano, 50 dalle fazioni di opposizione e la restante parte dall’inviato speciale delle Nazioni Unite, il quale ha tenuto conto dell’opinione di esperti e di rappresentanti della società civile. Il fine ultimo degli incontri è redigere una Costituzione per la Siria, la quale dovrà poi essere votata dal popolo siriano, sotto l’egida dell’Onu, con l’obiettivo di porre fine al conflitto attraverso un meccanismo in cui siano i siriani stessi ad essere i protagonisti. Agli incontri che inizieranno oggi parteciperà, in realtà, un organismo ristretto, composto da 45 membri, 15 per ciascuna delegazione, impegnati in negoziati mediati dalle Nazioni Unite. Per approvare una decisione, è necessario il consenso del 75% dei componenti.

Stando a quanto riferito da Pedersen alla stampa, il 17 ottobre, i membri del Comitato, incontrati nei giorni precedenti, si sono detti pronti a “iniziare a redigere norme costituzionali”. Il prossimo round, il sesto, prenderà in esame “principi chiari”, ha poi affermato l’inviato onusiano, senza, però, aggiungere dettagli. Il diplomatico ha dichiarato che a gennaio scorso erano stati i rappresentanti di Damasco, legati al presidente siriano, Bashar al-Assad, a respingere le proposte avanzate dall’opposizione e alcune idee dell’inviato stesso. Da allora, Pedersen ha continuato a colloquiare con entrambe le parti, in attesa di un compromesso, finalmente raggiunto. In tale quadro, fonti diplomatiche “occidentali” hanno riferito che la Russia, alleata del governo siriano, avrebbe incoraggiato Damasco a mostrare maggiore flessibilità in relazione a tali negoziati. L’ipotesi sarebbe confermata da una duplice visita di Pedersen a Mosca.

 “Il Comitato congiunto siriano per la Costituzione può fornire un contributo importante al processo politico, ma da solo non sarà in grado di risolvere la crisi”, ha dichiarato l’inviato, sempre il 17 ottobre. Il primo incontro del Comitato costituzionale siriano risale al 30 novembre 2019, ma, come evidenziato in più occasioni dallo stesso Pedersen, non ha portato a risultati significativi. Nel frattempo, i civili “continuano a essere uccisi e feriti ogni giorno”, sebbene la Siria sia stata testimone di una relativa tregua dal mese di marzo 2020. “Bisogna fare qualcosa per cambiare la situazione, e come sapete, stiamo affrontando una situazione umanitaria ed economica molto difficile. Sono più di 13 milioni i siriani che hanno bisogno di assistenza umanitaria, circa il 90% dei quali vive sotto la soglia di povertà”, ha infine affermato il diplomatico onusiano alla viglia dei nuovi colloqui del Comitato costituzionale.

Una nuova costituzione rappresenta la principale richiesta dell’opposizione siriana, la quale sostiene la necessità di una costituzione ex-novo, volta a ridurre i poteri del presidente. Inoltre, con un nuovo documento verrebbero anche divisi i tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, in modo da poter accusare il presidente laddove necessario. Dall’altro lato, i rappresentanti del regime mirano semplicemente a modificare il documento già esistente, in vigore dal 2012. Questo conferisce al presidente poteri assoluti, soprattutto in termini di supervisione dell’esercito e dei servizi di sicurezza.

Un accordo su un progetto di pace in Siria era stato raggiunto a Ginevra il 30 giugno 2012 e viene tuttora considerato il pilastro che potrebbe portare alla fine del conflitto. Tale patto era stato approvato dai rappresentanti alle Nazioni Unite allora in carica di Lega Araba, Unione Europea, Turchia, USA, Russia, Cina, Francia e Regno Unito ed aveva posto le basi per un processo politico. Il primo passo sarebbe stato costituito dall’istituzione di un ente governativo transitorio con pieni poteri esecutivi, il secondo dalla redazione di una costituzione, ed infine si prevedeva l’indizione di elezioni. Il Consiglio di Sicurezza ha avallato all’unanimità l’accordo con una risoluzione del mese di dicembre 2015, in cui è stata altresì stabilita una tabella di marcia per colloqui e per il cessate il fuoco. Tuttavia, le diverse scadenze non sono mai state rispettate. Poi, nel quarto round dei negoziati, svoltosi a febbraio 2017, le Nazioni Unite avevano approvato quattro “panieri negoziali”, riguardanti, tra le diverse questioni, la formazione di un governo di transizione, una tabella di marcia per un progetto di una nuova costituzione, elezioni libere ed eque, strategia antiterrorismo e governance della sicurezza. Anche in tal caso, nulla è stato mai realmente concretizzato.

La Siria è teatro di un conflitto civile dal 15 marzo 2011, data in cui parte della popolazione siriana ha iniziato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano, Assad. L’esercito del governo siriano è coadiuvato da Mosca, oltre ad essere appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah. Sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia.  

Ad oggi, tra le regioni siriane più tese vi è Idlib, l’ultima roccaforte controllata, in buona parte, dai gruppi di opposizione, la quale ospita circa 4 milioni di abitanti, di cui un milione di sfollati rifugiatisi nella regione con lo scoppio della guerra civile. I presidenti di Turchia e Russia, Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin, hanno raggiunto un accordo di cessate il fuoco nel governatorato, siglato il 5 marzo 2020 ed esteso al termine dei colloqui svoltisi a Sochi il 16 e 17 febbraio scorso. Sebbene la tregua sia stata più volte violata nel corso dell’ultimo anno, l’intesa di Mosca e Ankara ha scongiurato il rischio di un’offensiva su vasta scala.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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