Italia: nuova udienza preliminare per i 4 egiziani indagati nel caso Regeni

Pubblicato il 18 ottobre 2021 alle 15:03 in Egitto Italia

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La nuova udienza preliminare sul caso di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso in Egitto più di 5 anni fa, sarà fissata entro gennaio. In quella sede, il giudice dovrà prendere in esame tutte le strade possibili al fine di rendere effettiva, e non solo presunta, la conoscenza, per gli imputati, del procedimento a loro carico. A tal proposito, si dovrebbe iniziare con una nuova rogatoria in Egitto. Tuttavia, dal momento che non c’è più alcuna collaborazione con Il Cairo sulla questione, è possibile che il governo egiziano non dia alcuna risposta. Circostanza, questa, che rischierebbe di mettere il processo in un angolo.

Il procedimento contro i quattro alti esponenti egiziani delle forze di sicurezza, indagati per l’omicidio del giovane italiano, si era aperto il 14 ottobre. Ad essere accusati, i tre membri della National Security Agency (NSA) egiziana e un ufficiale della polizia investigativa del Cairo. Il generale Tariq Sabir, il colonnello Usham Helmi e il colonnello Athar Kamel Mohamed Ibrahim sono indagati per rapimento, mentre il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif è accusato anche di “gravi danni fisici” e “omicidio aggravato”.

La terza sezione della Corte d’Assise del tribunale di Roma, nella stessa giornata dell’apertura del processo, ha deciso che il decreto che disponeva il giudizio dovesse essere annullato perché “non vi erano i presupposti per dichiarare l’assenza degli imputati”, considerato che gli atti dovevano essere loro notificati ma che l’Egitto, non comunicando gli indirizzi, li aveva resi di fatto irreperibili. In questo modo, la palla è passata di nuovo al gup Pierluigi Balestrieri che, nel maggio scorso, aveva deciso in senso opposto, mandando a giudizio i quattro imputati e sostenendo che si fossero volontariamente sottratti al processo. Questa situazione mette l’inchiesta Regeni in un vicolo stretto. Balestrieri dovrà ora fissare una nuova udienza per affrontare il nodo dell’assenza e della mancata notifica per il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif.

Il ragazzo era un dottorando dell’Università di Cambridge che stava svolgendo una ricerca sui sindacati indipendenti dell’Egitto. Questi ultimi erano stati tra i protagonisti della rivoluzione del 2011 che aveva costretto alle dimissioni l’allora presidente Hosni Mubarak. I pubblici ministeri italiani sostengono che Regeni sia stato seguito per 40 giorni prima della sua scomparsa. Il ricercatore sarebbe finito sotto i riflettori dell’NSA quando entrò in contatto con Mohammed Abdullah, leader del sindacato dei venditori ambulanti, per una questione che riguardava la sovvenzione di 10.000 sterline messe a disposizione da un’organizzazione non governativa britannica, la fondazione Antipode. Questi risultati sono emersi, lo scorso dicembre, quando i pm italiani, Michele Prestipino e Sergio Coloaiocco, hanno presentato una prova che è stata definita “inequivocabile” dei fatti accaduti.

Un dipendente dell’NSA, nell’agenzia da 15 anni, era tra i cinque testimoni chiave a cui hanno fatto riferimento nel loro rapporto i pubblici ministeri. L’uomo ha raccontato di aver visto il ricercatore italiano nella stanza numero 13 dell’ufficio di Lazougly. La vecchia villa era il luogo in cui venivano solitamente portati gli stranieri sospettati di complottare contro la sicurezza nazionale egiziana. “Quando sono entrato nella stanza 13, ho notato catene di ferro usate per legare le persone, il ragazzo era mezzo nudo, la parte superiore del suo corpo aveva segni di tortura e delirava”, ha detto l’ufficiale ai pm italiani. Dopo che i quattro agenti egiziani sono stati identificati e accusati, almeno altre 10 persone si sono rivolte alla procura. Tra tutte le testimonianze ricevute, tre sono state ritenute attendibili e ufficialmente aggiunte al caso. È la prima volta che membri della National Security Agency vengono ritenuti responsabili. “Le forze di sicurezza si sentono invincibili, sentono che non possono essere toccate”, ha detto ad Al Jazeera Hussein Baoumi, un ricercatore che si occupa di Egitto per Amnesty International. “Il processo invia un messaggio molto importante, ovvero quello che non sono immuni e che saranno ritenuti responsabili”, ha aggiunto.

I pubblici ministeri italiani si sono ripetutamente lamentati dei loro omologhi egiziani e li hanno accusati di mancata collaborazione. In Egitto, nessuno è stato ritenuto responsabile e gli esperti legali ritengono improbabile l’eventualità che i colpevoli finiscano dietro le sbarre poiché Roma e Il Cairo non condividono un trattato di estradizione. Nel marzo 2016, le autorità egiziane hanno affermato che le forze di sicurezza avevano ucciso, in una sparatoria, cinque membri di una banda criminale sospettata di essere in possesso di alcuni effetti personali del ricercatore. I funzionari italiani, tuttavia, hanno denunciato la mossa, definendola un insabbiamento. Quando, due anni dopo, è stato comunicato che cinque membri dell’apparato di sicurezza egiziano erano stati messi sotto inchiesta, Il Cairo ha interrotto la collaborazione con Roma. Alla fine, l’Italia ha accusato quattro agenti. A dicembre, il procuratore egiziano, Hamada al-Sawi, ha annunciato la chiusura temporanea delle indagini, affermando che Il Cairo non avrebbe intentato un procedimento penale “perché l’autore risulta sconosciuto”.

Diversi gruppi per la difesa dei diritti umani hanno a lungo accusato il governo di al-Sisi di attuare un’ampia repressione del dissenso, giudicandolo altresì coinvolto nella tortura dei prigionieri politici. Il Cairo nega tali accuse. In un rapporto pubblicato nel 2020, la Commissione egiziana per i diritti e le libertà ha documentato 2.723 casi di “sparizione forzata” dal 2013.

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Chiara Gentili

di Redazione

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