Iraq: gruppi filoiraniani contestano i risultati delle elezioni

Pubblicato il 18 ottobre 2021 alle 11:56 in Iran Iraq

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

A poche ore di distanza dall’annuncio dei risultati preliminari finali delle elezioni parlamentari irachene, gruppi armati filoiraniani, membri del cosiddetto “Quadro di coordinamento delle forze sciite” hanno rifiutato l’esito, denunciando quella che è stata definita una “manomissione da parte di mani straniere”.

Il 16 ottobre, l’Alta Commissione Elettorale ha annunciato di aver completato il conteggio manuale dei voti relativi alle elezioni legislative svoltesi il 10 ottobre. I risultati emersi hanno confermato quanto già visto in precedenza, ovvero la vittoria del clerico sciita, Muqtada al-Sadr, a capo della coalizione Sairoon. Questo ha ottenuto, nello specifico, 72 seggi, su un totale di 329, seguito dalla coalizione sunnita “Taqaddum”, guidata dal presidente del Parlamento iracheno uscente, Mohamed al-Halbousi, la quale ha ottenuto 37 seggi. Al terzo posto vi è, poi, “State of Law”, con a capo l’ex primo ministro Nuri al-Maliki, con 35 seggi, a sua volta seguita dal Partito Democratico del Kurdistan, con 33 seggi.

Tali risultati devono ancora essere confermati dalla Corte federale irachena e, al momento, nessuna coalizione sembra aver raggiunto la maggioranza necessaria ad andare al governo, pari a 165 seggi. In tale quadro, Sadr, lunedì 18 ottobre, si è recato a Baghdad, per iniziare i negoziati con i blocchi politici vincitori, volti a formare il futuro esecutivo iracheno.

Ad ogni modo, tali risultati hanno rappresentato un duro colpo per i gruppi affiliati all’Iran, tra cui l’alleanza Fatah, ma anche per quelle fazioni armate ritenute essere responsabili degli attacchi perpetrati contro obiettivi statunitensi, come le Brigate di Hezbollah e le Asaib Ahl al-Haq. Sono stati proprio tali gruppi armati ad aver accusato la Commissione elettorale di aver manomesso i risultati delle elezioni. “Abbiamo prove sufficienti, che saranno presentate alle autorità interessate”, è stato riferito dal Quadro di coordinamento in un comunicato del 17 ottobre, facendo riferimento a una presunta complicità tra attori esterni ed interni, i quali avrebbero agito per estromettere dal panorama politico iracheno, “partiti sciiti con un certo peso politico e pubblico nel Paese”.

A detta delle Brigate di Hezbollah, vi sarebbe, poi, un “complotto” ideato dagli Stati Uniti e da altri loro alleati regionali e internazionali, volto a escludere dal Parlamento i rappresentanti della “cultura della mobilitazione popolare”. Motivo per cui, il Comitato di coordinamento ha minacciato di scendere in piazza per protestare contro i risultati e invitare governo di annullarli. Manifestazioni sono state effettivamente organizzate, il 17 ottobre, in alcune località delle province di Diyala e Bassora, dove sono state altresì bloccate strade con pneumatici bruciati mentre le forze irachene sono state esortate a dispiegarsi anche nella capitale Baghdad, in vista di una possibile escalation, dopo che fonti mediatiche hanno riferito che gruppi di manifestanti stavano bloccando un’arteria arteria a Nord-Est della capitale.

Dal canto suo, il premier uscente, Mustafa al-Kadhimi, ha affermato che la politica è divenuta, per alcuni, un mezzo per ricatti, menzogne, conflitti e inganni, ma le autorità irachene manterranno gli impegni presi davanti alla popolazione, la quale ha scelto i propri rappresentanti e saranno questi ad esercitare i propri compiti nel nuovo Parlamento. Parallelamente, il presidente iracheno, Barham Salih, e il capo del Consiglio di Giustizia supremo, Fayaq Zidan, hanno esortato tutti gli attori politici a preservare calma e pace e a rispettare l’interesse supremo della nazione, evitando qualsiasi forma di escalation. “Il Paese sta attraversando una fase delicata, e stiamo affrontando gravi sfide” ha dichiarato il capo di stato il 18 ottobre, evidenziando l’importanza dell’unificazione nazionale e del “predominio del linguaggio del dialogo”.

Ai sensi della Costituzione, il processo di formazione della squadra governativa verrà intrapreso dopo che la Corte suprema ratificherà i risultati, i quali, al momento, non possono essere ancora considerati definitivi. Sarà il maggior blocco in Parlamento ad essere incaricato di formare il governo e nominare il primo ministro. Motivo per cui, Sadr potrebbe cercare il consenso di Halbousi e Mas’ud Barzani, capo del Partito Democratico del Kurdistan, mentre i gruppi filoiraniani stanno anch’essi provando a creare alleanze che consenta loro di ricevere l’incarico.

Indire elezioni anticipate è stata una delle prime promesse del primo ministro, al-Kadhimi. Il suo mandato ha avuto inizio il 7 maggio 2020, dopo mesi caratterizzati da una forte mobilitazione, alla base della caduta dell’esecutivo precedente, guidato da Adil Abd al-Mahdi. In realtà, anche la squadra di al-Kadhimi è stata accusata di non essere stata in grado di mantenere le promesse di riforma, né tantomeno di garantire la sicurezza dei manifestanti e degli attivisti che hanno continuato a mostrare il proprio malcontento in modo pacifico, ma che, invece, sono stati vittima di minacce, rapimenti, torture e omicidi da parte di gruppi non ancora identificati. Dal primo ottobre 2019, la popolazione irachena era scesa in piazza per chiedere le dimissioni di una classe politica accusata di corruzione e dipendenza da attori esterni, oltre che riforme politiche, tra cui l’abolizione del sistema settario, che prevede una suddivisione delle cariche di premier, capo di Stato e presidente parlamentare tra sciiti, curdi e sunniti.

 

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.