La Russia sfrutta la “guerra delle targhe” per riavvicinarsi alla Serbia

Pubblicato il 17 ottobre 2021 alle 6:49 in Russia Serbia

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Nei mesi di settembre e ottobre, le tensioni tra Serbia e Kosovo si sono riacuite a causa di una controversa disputa sulle targhe, culminata con il dispiegamento di veicoli blindati e truppe lungo i confini che i due Paesi condividono. Sebbene la crisi sia poi stata risolta, il 30 settembre, grazie ad un accordo mediato dall’Unione Europea, la Russia ha colto l’occasione per riemergere negli affari serbi.  

Accompagnato dal ministro della Difesa serbo, Nebojša Stefanović, e dal capo di Stato Maggiore dell’Esercito serbo, Milan Mojsilović, l’ambasciatore russo in Serbia, Alexander Botsan-Kharchenko, si è recato, il 26 settembre, presso le divisioni militari serbe al confine con il Kosovo, quando i dissidi tra Belgrado e Pristina non erano ancora stati placati dall’accordo europeo.  Due giorni dopo, il 28 settembre, la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato che la Russia era preoccupata per la recente escalation, accusando il governo kosovaro di esserne. Inoltre, la portavoce ha altresì accusato l’Alleanza Atlantica e l’Unione Europea di non aver attuato sforzi a sufficienza per normalizzare le storiche tensioni bilaterali. Il presidente serbo, Aleksandar Vucic, ha anche incontrato l’ambasciatore Botsan-Kharchenko, il 29 settembre, per avviare consultazioni con focus sul Kosovo.

Tali sviluppi hanno dunque offerto alla Russia l’occasione per accrescere la propria sfera d’influenza in Serbia, soprattutto a seguito di un periodo di crisi nelle relazioni bilaterali tra Mosca e Belgrado. Il susseguirsi di vertici di alto livello sopra citati, pertanto, ha messo in luce come la presa del Cremlino sulla Serbia, sebbene sia diminuita, non sia scomparsa del tutto. Le relazioni russo-serbe erano iniziate a freddarsi a partire dal 2020, da quando Vucic si era rivolto all’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per normalizzare i dissidi con il Kosovo. Tale decisione non era stata accolta positivamente da Mosca, poiché stava a significare che la sua sfera d’influenza nei Balcani si era notevolmente ridotta, e, ancora peggio, era passata nelle mani di Washington. In tale anno, era anche diventato chiaro come la Serbia intendesse sostituire la Russia con la Cina come suo principale partner non occidentale. In tale quadro, la testata statunitense The National Interest ha ricordato che la storica e irrisolta disputa tra Belgrado e Pristina vede comunque una Serbia fortemente dipendente dalla Russia, soprattutto a livello politico, per il veto di Mosca al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Prima di ciò, nel luglio 2020, la Serbia è stata teatro di violente proteste contro il lockdown. Le testate filo-governative e i media, in tale occasione, avevano accusato i filo-russi di alimentare i disordini. Secondo analisti internazionali, attraverso tale mossa, la Serbia intendeva usare la Russia come capro espiatorio per ottenere favori dall’Occidente. Più tardi, il 9 settembre 2020, la Serbia ha anche annullato le esercitazioni militari trilaterali con Russia e Bielorussia, denominate “Slavic Bortherhood”.

Tuttavia, dall’elezione del nuovo presidente statunitense, Joe Biden, la situazione è nuovamente tornata a favore di Mosca. Nello specifico, la Serbia teme che la Casa Bianca adotti una posizione più ferma riguardo la disputa con il Kosovo, come ad esempio rifiutando lo Stato di diritto in Serbia. Questo ha dunque portato Belgrado a rivolgersi a Mosca per assicurarsi la sua protezione diplomatica, attuando una serie di mosse che l’hanno portata verso Oriente, allontanandola dall’Occidente. Un esempio lampante è emerso in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, tenutasi il 17 dicembre 2020, quando la Serbia ha votato contro la proposta di condannare la Russia per l’annessione della Crimea, avvenuta il 16 marzo 2014. Quello stesso mese, poi, il ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa, Sergey Lavrov, si è recato in visita presso la capitale serba, il 15 dicembre 2020. In tale occasione, oltre che incontrare Vucic, Lavrov ha realizzato dei gesti molto significativi per le relazioni bilaterali dei due Paesi. La prima è stata quella di deporre corone funebri al Cimitero commemorativo dei liberatori di Belgrado, e la seconda è stata portare fiori alla tomba del patriarca della Chiesa ortodossa serba, Irinej.

Il segnale più significativo che ha esplicitato il riavvicinamento di Belgrado e Mosca, però, è giunto il primo gennaio, quando il gasdotto russo TurkStream è entrato in attività. Tale gasdotto, utilizzato per approvvigionare la Serbia e la vicina Bosnia-Erzegovina, ha posto tali Paesi in uno status di dipendenza energetica dalla Russia. In tale quadro, è importante sottolineare che la ministra dell’Energia, Zorana Mihailovic, di stampo filo-occidentale, non ha partecipato alla cerimonia di apertura di TurkStream, a differenza del filo-russo Dusan Bajatovic. L’influenza economica di Mosca su Belgrado è tradizionalmente rappresentata dagli idrocarburi. Il più grande investimento russo in tale settore è nella multinazionale serba Naftna Industrija Srbije (NIS), il cui principale azionista, con il 56,15% di quote, è Gazprom Neft, il quale opera con successo sul mercato e si sta sviluppando attivamente. Tale accordo è stato interpretato da alcuni analisti internazionali come una “parziale ricompensa alla Russia per il sostegno offerto alla Serbia in Kosovo”. Pertanto, la tradizionale “sfera russa” nella nazione è costituita da petrolio e gas. Nello specifico, il 90% degli investimenti di Mosca è concentrato nel settore energetico, mentre il 10% nell’agricoltura. Gazprom Neft ha acquistato NIS nel 2008 per 400 milioni di euro, con l’impegno di investirci 500 milioni. Al tempo, il debito della multinazionale serba era di 950 milioni di euro, con una perdita annua di 90 milioni. L’investimento totale dell’azienda russa in NIS è stato di circa 3 miliardi di euro e, ad oggi, la compagnia è diventata “un esempio da emulare”, a detta di diversi esperti. A confermare il riavvicinamento sono anche state le recenti esercitazioni militari antiterroristiche, tenutesi, dal 20 al 25 maggio, sul territorio serbo. E le ultime, le Bars-2021, che si terranno dall’11 al 16 ottobre. Non da meno sono le trattative avviate da Russia e Serbia, il 7 ottobre, per discutere di nuove condizioni contrattuali riguardanti l’importazione di gas russo.

Infine, oltre agli strumenti tradizionali di cui la Russia si serve per esercitare la propria influenza in Serbia e nei Balcani, quali la disputa sul Kosovo, l’uso dell’energia come arma, il soft power per accaparrarsi il consenso delle popolazioni locali, la pandemia ha offerto alla Russia un nuovo settore di cui servirsi. Si tratta del vaccino elaborato nella Federazione, lo Sputnik-V, che ha portato le due potenze a sottoscrivere un accordo e a localizzare la produzione del farmaco in Serbia. Lo Sputnik-V, insieme alla produzione del vaccino cinese Sinopharm, sta rendendo la Serbia l’hub regionale dei Balcani per i vaccini, conferendole la capacità di esercitare diplomazia attraverso le forniture di vaccini donando vaccini ai suoi vicini e non solo per assicurarsi che non riconoscano l’indipendenza del Kosovo.

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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