Lo Stato Islamico rivendica l’attentato alla moschea di Kandahar

Pubblicato il 16 ottobre 2021 alle 17:21 in Afghanistan Asia

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L’organizzazione militante afghana affiliata allo Stato Islamico ha rivendicato la responsabilità dell’attentato suicida contro una moschea sciita a Kandahar, che il 15 ottobre ha causato la morte di 47 persone. 

In una dichiarazione pubblicata la sera dello stesso 15 ottobre sui social media, il gruppo armato, noto come Stato Islamico della Provincia del Khorasan (IS-K), ha affermato che due membri del gruppo hanno prima ucciso le guardie di sicurezza che presidiavano l’ingresso della moschea di Fatimiya. Una volta all’interno, uno degli attentatori si è fatto esplodere sul posto e l’altro ha provato ad addentrarsi nella struttura. L’agenzia di stampa dello Stato Islamico, Amaq, ha rilasciato un comunicato in cui ha fornito i nomi degli attentatori. I responsabili sono noti come Anas al-Khurasani e Abu Ali al-Baluchi, entrambi di nazionalità afghana. 

L’attacco è avvenuto una settimana dopo un altro attentato, che ha causato la morte di altri 46 civili nella moschea sciita della città Nord-orientale di Kunduz, durante la preghiera di venerdì 8 ottobre. Anche questo assalto è stato rivendicato dall’affiliata afghana dello Stato Islamico. Al contrario, la responsabilità di un attacco effettuato a Kabul il 3 ottobre, non è stata reclamata. Quest’ultimo aveva preso di mira un’altra moschea in cui erano presenti alcuni funzionari talebani, che avevano partecipato alle celebrazioni funebri della madre del vice ministro dell’attuale governo ad interim, Zabihullah Mujahid. In ogni caso, dalla presa di Kabul del 15 agosto, è stato registrato un aumento degli attacchi da parte dei militanti dell’IS-K, con il probabile intento di minare il nuovo esecutivo, guidato dai talebani, che sono un gruppo rivale allo Stato Islamico. 

L’IS-K è nata nel 2015 nella regione Nord-orientale dell’Afghanistan. Si ritiene che tale sezione sia stata fondata da ex membri dei talebani pakistani e si sia diffusa nelle zone rurali del Paese, soprattutto nella provincia di Kunar, dove si registra una maggiore presenza di musulmani salafiti, lo stesso ramo dell’Islam sunnita dello Stato Islamico. Questi si sono sempre identificati come una minoranza tra i talebani. Secondo gli esperti, dopo una serie di perdite dovute alle operazioni mirate contro il gruppo, l’IS-K si è riorganizzato in una rete di micro-cellule difficile da eradicare e rappresenta una grave minaccia per la stabilità del Paese e della regione. Ciononostante, il 21 settembre, il vice ministro Zabihullah Mujahid aveva minimizzato i rischi per la sicurezza legati allo Stato Islamico in Afghanistan. Mujahid aveva specificato che è vero che alcuni afghani organizzano “attacchi codardi” dopo aver adottato “la mentalità dello Stato Islamico”. Tuttavia, secondo il rappresentante talebano, le attività di questi individui non sarebbero di una portata tale da costituire una minaccia per la sicurezza del Paese. 

In ogni caso, a seguito dell’assalto a Kandahar, le autorità talebane si sono impegnate a rafforzare la sicurezza nelle moschee sciite, il 16 ottobre, mentre centinaia di persone si sono radunate per seppellire le vittime di quest’ultimo attentato contro una moschea. Il capo della polizia di Kandahar ha affermato che saranno stanziate unità apposite con il compito di proteggere le moschee sciite, che finora erano state sorvegliate da forze volontarie locali a cui era stato garantito un permesso speciale per portare armi. “Purtroppo non hanno potuto proteggere quest’area, ma in futuro assegneremo guardie di sicurezza speciali per la protezione di moschee e madrase”, ha riferito un portavoce dei talebani. Il termine madrase utilizzato da quest’ultimo fa riferimento alle scuole islamiche. In tale contesto, è importante sottolineare che gli attacchi alle moschee sciite e agli obiettivi associati alla minoranza etnica hazara, che costituisce il più grande gruppo sciita in Afghanistan, non sono eventi nuovi per il Paese. Tali violenze si verificavano regolarmente anche sotto l’ex governo di Kabul, appoggiato dall’Occidente.

Uno degli episodi in questione si è verificato il 12 maggio 2020, in un ospedale di Kabul, dove un gruppo di aggressori armati legati allo Stato Islamico aveva colpito il reparto di maternità della struttura, causando la morte di 13 persone, di cui 2 neonati. Oppure, il 24 ottobre 2020, l’organizzazione aveva colpito un centro di formazione nello stesso quartiere a maggioranza sciita della capitale, situato nella zona occidentale di Kabul. Un attentatore suicida aveva prima cercato di entrare nell’edificio e si era poi fatto saltare in aria all’esterno del perimetro, quando era stato individuato dalle guardie della struttura. L’attacco aveva comunque causato almeno 24 morti, gran parte dei quali erano giovani di età compresa tra i 15 e i 26 anni. Ancora, il 2 novembre 2020, un altro assalto dello Stato Islamico contro l’Università di Kabul, uno dei più prestigiosi istituti di istruzione superiore del Paese, aveva causato la morte di 19 civili e tutti e tre gli aggressori. Infine, più recentemente, l’8 maggio 2021, un’esplosione nei pressi di una scuola sempre in un distretto sciita di Kabul ha causato la morte di oltre 60 civili, molti dei quali erano giovani studentesse. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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