Il fatto più importante della settimana, Iraq

Pubblicato il 15 ottobre 2021 alle 6:58 in Iraq Medio Oriente

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La popolazione irachena è stata chiamata a recarsi alle urne, il 10 ottobre, per le elezioni legislative. Si tratta di una delle maggiori richieste emerse dall’ondata di mobilitazione popolare scoppiata il primo ottobre 2019, ma, ad oggi, ci si interroga sulla reale possibilità di cambiamento.

In particolare, l’elettorato iracheno, composto da circa 25 milioni di cittadini, su una popolazione di oltre 40 milioni di abitanti, è stato chiamato a nominare i 329 membri del Consiglio dei Rappresentanti, a loro volta responsabili della nomina del presidente e primo ministro. Quelle del 10 ottobre sono state elezioni anticipate, in quanto inizialmente previste per il 2022. In un primo momento, queste erano state calendarizzate per il 6 giugno scorso, ma sono state successivamente rinviate. Sono stati 3249 i candidati che si sono registrati, tra cui 951 donne e 789 indipendenti. Il numero rappresenta un forte calo rispetto alle precedenti elezioni, svoltesi il 12 maggio 2018, dove concorsero 6.982 candidati.

Tale diminuzione è stata attribuita altresì all’adozione di una nuova legge elettorale, ratificata dal presidente iracheno, Barham Salih, il 5 novembre 2020, la quale non consente più ai partiti di fare campagna elettorale su liste unificate. L’obiettivo è stato consentire agli elettori di assegnare la propria preferenza non solo ai partiti politici, ma anche a candidati indipendenti, così da ridurre il monopolio dei partiti tradizionali. Nel fare ciò, le diciotto province del Paese sono state divise in 83 collegi uninominali da diecimila elettori, diversamente dal passato dove ogni provincia fungeva da singolo distretto elettorale. I seggi saranno assegnati a coloro che otterranno il maggior numero di voti nelle liste elettorali della propria circoscrizione. Inoltre, il 25% dei seggi verrà destinato a quote rosa, mentre 9 a minoranze religiose o etniche, di cui 5 ai cristiani. I rappresentanti eletti rimarranno in carica per un periodo di quattro anni.

L’8 ottobre i seggi elettorali sono stati aperti per i dipendenti dei Ministeri della Difesa e dell’Interno, del Servizio antiterrorismo, del Ministero dell’Interno della Regione, del Ministero dei Peshmerga, e per sfollati e detenuti iracheni, per un totale di oltre un milione di persone. Poi, due giorni dopo, è toccato ai restanti cittadini aventi diritto di voto. Secondo quanto riportato dall’Alta Commissione elettorale indipendente, lunedì 11 ottobre, l’affluenza alle urne è stata pari al 41%. Tale percentuale è in calo rispetto a quella registrata alle precedenti elezioni, del 12 maggio 2018, quando era stato raggiunto il 44,52% ed è la più bassa mai riportata dal 2005. In ciascuno dei 18 governatorati iracheni, la percentuale di affluenza è stata varia. Il tasso più elevato, pari al 54%, è stato registrato a Duhok, nella regione del Kurdistan iracheno, seguito dal 48% di Salah al-Din e dal 46% di Diyala e Babil. Come evidenziato da al-Arabiya, i dati sull’affluenza alle urne hanno messo in risalto lo scarso entusiasmo della popolazione di Baghdad. In particolare, a Baghdad al-Rusafa la percentuale è stata pari al 31%, mentre a Baghdad al-Karkh questa ha raggiunto il 34%. Tali cifre sono da considerarsi basse.

I risultati preliminari sono stati diffusi sempre dall’Alta Commissione elettorale nella sera dell’11 ottobre, a circa 24 ore dalla chiusura dei seggi elettorali. Tuttavia, si dovrà attendere circa due settimane per quelli definitivi. 

Al momento, Muqtada al-Sadr, a capo della coalizione Sairoon, è il favorito, con 73 seggi. Sadr, un clerico sciita, era risultato vincitore anche alle scorse elezioni, che l’hanno visto conquistare il ruolo di guida della maggiore coalizione in Parlamento, dopo aver ottenuto il 14,38% dei voti e, di conseguenza, 54 seggi, non sufficienti, però, a salire al governo. Laddove il clerico si confermi nuovamente il vincitore delle elezioni del 10 ottobre, egli dovrà provare nuovamente a formare alleanze con altri blocchi parlamentari per andare al governo, in quanto è necessaria una maggioranza semplice, pari a 165 seggi.

Sadr, da parte sua, ha rivolto un discorso alla popolazione appena dopo la pubblicazione dei risultati preliminari, affermando che ogni forma di ingerenza negli affari interni iracheni verrà contrastata a livello sia diplomatico sia popolare, mentre un’altra questione da dover affrontare è quella relativa alla confisca delle armi da parte dello Stato. Nel suo discorso, il clerico ha definito la propria alleanza un “blocco iracheno, né orientale né occidentale”, e, pertanto, lontana dall’influenza sia dell’Iran sia degli Stati Uniti. Ad ogni modo, ha specificato Sadr, “tutte le ambasciate sono le benvenute”, baste che non interferiscano negli affari iracheni e nella formazione del governo.

Muqtada al-Sadr è una figura popolare coinvolta nella politica irachena dal 2005, definito un populista, e dotato anche di una propria forza armata affiliata alle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF). Egli si è più volte detto contrario alla presenza degli USA, ma, allo stesso tempo, non ha mai accolto con favore l’influenza dell’Iran all’interno del panorama iracheno. Sadr, in un primo momento, era tra i sostenitori dei movimenti di protesta scoppiati a ottobre 2019, a tal punto che inviò propri sostenitori, i “caschi blu”, per proteggere i manifestanti. La sua posizione è mutata con la morte del generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso a seguito di un raid statunitense, il 3 gennaio 2020. Da quel momento in poi, i seguaci di Sadr, oltre ad abbandonare le piazze, sono stati accusati di veri e propri attacchi contro i manifestanti iracheni. Anche per le elezioni, Sadr aveva inizialmente deciso di non candidarsi, dopo l’incidente del 13 luglio in un ospedale Covid a Nassiriya, ma ha cambiato idea quando ha ricevuto un “documento di riforma” che l’avrebbe convinto della reale possibilità di apportare cambiamenti nel Paese e liberarlo dalla corruzione.

La seconda maggiore coalizione che potrebbe avere un ruolo nel panorama politico iracheno è sunnita. Si tratta di “Taqaddum”, termine che in italiano significa “Progresso”, ed è guidata dal presidente del Parlamento iracheno uscente, Mohamed al-Halbousi. Tale coalizione potrebbe ottenere circa 38 seggi, seguita da “State of Law”, con a capo l’ex primo ministro Nuri al-Maliki, con 37 seggi, e il Partito Democratico del Kurdistan, anch’esso con più di 30 seggi. I candidati indipendenti sembrano aver conquistato circa 20 seggi, mentre il movimento “Imtidad”, nato dalla mobilitazione popolare del 2019, dovrebbe ottenere 9 seggi. Ciò che è emerso dai risultati preliminari è altresì una perdita di consensi per alcune delle maggiori forze tradizionali, tra cui le coalizioni Fatah, un’alleanza composta perlopiù da membri dell’ala politica delle Forze di Mobilitazione Popolare e al-Hikma, guidata da un altro clerico sciita, Ammar al-Hakim. Fatah, da parte sua, si è detta disposta a contrastare i risultati annunciati, in quanto non sarebbero state rispettate le procedure legali prestabilite.

In concomitanza con l’annuncio dei risultati, la missione delle Nazioni Unite in Iraq (UNAMI) ha rilasciato una dichiarazione in cui ha elogiato l’operato della Commissione elettorale irachena, e in cui è stato evidenziato come le elezioni siano un mezzo per raggiungere l’obiettivo principale, “amministrare la governance nel Paese”. “Siamo lieti di notare che le elezioni si sono svolte senza ostacoli e vi sono stati miglioramenti significativi a livello tecnico e procedurale, sebbene l’affluenza alle urne sia stata deludente per molti”, ha affermato UNAMI, aggiungendo: “Le Nazioni Unite sono state al fianco di tutti gli iracheni, prima e durante il giorno delle elezioni, e continuerà a farlo nei prossimi giorni”.

Una delle novità significative delle elezioni del 10 ottobre è stata proprio la presenza di osservatori internazionali, inviati anche dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea, il cui obiettivo è stato garantire l’equità e la trasparenza del processo elettorale e prevenire fenomeni di frode e astensione, dissipando i timori di chi teme violenze e compravendita di voti, elementi che hanno spinto la popolazione ad avere scarsa fiducia. 

Indire elezioni anticipate è stata una delle prime promesse del primo ministro, Mustafa al-Kadhimi. Il suo mandato ha avuto inizio il 7 maggio 2020, dopo mesi caratterizzati da una forte mobilitazione, alla base della caduta dell’esecutivo precedente, guidato da Adil Abd al-Mahdi. In realtà, anche la squadra di al-Kadhimi è stata accusata di non essere stata in grado di mantenere le promesse di riforma, né tantomeno di garantire la sicurezza dei manifestanti e degli attivisti che hanno continuato a mostrare il proprio malcontento in modo pacifico, ma che, invece, sono stati vittima di minacce, rapimenti, torture e omicidi da parte di gruppi non ancora identificati. Dal primo ottobre 2019, la popolazione irachena era scesa in piazza per chiedere le dimissioni di una classe politica accusata di corruzione e dipendenza da attori esterni, oltre che riforme politiche, tra cui l’abolizione del sistema settario, che prevede una suddivisione delle cariche di premier, capo di Stato e presidente parlamentare tra sciiti, curdi e sunniti. 

Secondo diversi analisti, sarà difficile assistere a un cambiamento significativo nel panorama politico iracheno, il che potrebbe spingere la popolazione a ribellarsi, aprendo le porte verso una nuova crisi. Inoltre, anche l’esecutivo di al-Kadhimi, che ha dichiarato che il tasso di disoccupazione ha superato il 20%, è stato accusato di non aver mantenuto le promesse, soprattutto a livello economico. “Anche se le loro intenzioni sono vere, lo Stato iracheno non ha le capacità finanziarie necessarie a realizzare le sue promesse”, ha dichiarato un attivista, Ahmed Haqqi, aggiungendo: “Il Paese è limitato dai debiti, dalla corruzione e dalle gravi crisi, problemi che non possono essere risolti nemmeno con quattro tornate elettorali”. 

 

Il fatto più importante della settimana è una rubrica a cura della Redazione di Sicurezza Internazionale.

Tutti i venerdì. 

di Redazione

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