Libano: tensioni nella capitale

Pubblicato il 14 ottobre 2021 alle 12:41 in Libano Medio Oriente

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La capitale libanese, Beirut, è stata testimone di tensioni nella mattinata di oggi, 14 ottobre, che hanno provocato almeno 6 morti e 30 feriti, secondo l’ultimo bilancio riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed. In particolare, esponenti di Hezbollah e del movimento sciita Amal, guidato dal presidente del Parlamento Nabih Berri, hanno sparato in aria con kalashnikov e fucili automatici, nel corso di una protesta indetta contro le indagini, tuttora in corso, sull’esplosione che, il 4 agosto 2020, ha colpito il porto della capitale.

Centinaia di manifestanti, sostenitori di Amal ed Hezbollah, si sono radunati nei pressi della rotonda Tayyoune, nel Sud di Beirut, per poi dirigersi verso il palazzo di giustizia. I primi colpi di arma da fuoco sono stati uditi poco dopo le 11:00, mentre i manifestanti si stavano dirigendo verso il tribunale di Beirut, secondo quanto riportato dall’esercito libanese e confermato da Hezbollah e Amal, in una dichiarazione congiunta. “I manifestanti sono stati esposti al fuoco diretto dei cecchini sui tetti e dagli edifici di fronte”, si legge nel comunicato rilasciato dai due partiti, i quali hanno poi fatto riferimento a “un’intensa sparatoria che ha provocato martiri e feriti gravi”.

Le forze speciali libanesi si sono dispiegate sul posto, ma diverse fonti hanno precisato che lo scontro a fuoco ha interessato solo i “miliziani” di Amal ed Hezbollah. Mariam Hassan, dell’ospedale del Sahel, situato nella periferia Sud di Beirut, ha dichiarato che almeno una persona uccisa è stata colpita alla testa, mentre una seconda vittima è stata colpita al petto. Fonti mediatiche locali hanno poi riferito di un terzo decesso all’ospedale di Rassoul al-Aazam, sempre nella periferia Sud a maggioranza sciita. Parallelamente, altre 30 persone sono rimaste ferite, secondo la Croce Rossa libanese.

Mentre gli ospedali locali hanno richiesto unità di sangue per i feriti, Amal ed Hezbollah hanno rilasciato una dichiarazione congiunta, in cui hanno affermato che “l’attacco di gruppi armati e organizzati mira a trascinare il Paese in un conflitto deliberato, la cui responsabilità è da attribuirsi a istigatori e alle parti che si nascondono dietro le vittime dei martiri dell’incidente del porto di Beirut”, il cui obiettivo è ottenere guadagni politici. Come precisato dai due partiti sciiti, la manifestazione del 14 ottobre, definita “pacifica”, è stata organizzata per denunciare la “politicizzazione” dell’inchiesta sull’esplosione del 4 agosto 2020, dopo che è stata precedentemente richiesta l’estromissione dall’incarico del giudice incaricato delle indagini, Tarek Bitar. “Indipendentemente dalle nostre affiliazioni politiche, siamo lì simbolicamente per sostenere le famiglie delle vittime e proteggere l’unità del Paese”, ha affermato l’avvocato Hussein Zebib, membro di Amal.

L’inchiesta sull’incidente del 4 agosto 2020 è stata sospesa il 12 ottobre, dopo che due ex ministri, convocati per un interrogatorio in quanto anch’essi accusati di negligenza, hanno presentato una denuncia legale contro l’investigatore capo, Bitar. I ministri in questione sono Ali Hasan Khalil, ex ministro delle Finanze, e Ghazi Zeaiter, deputato sciita esponente del movimento Amal, il quale è stato alla guida dei Ministeri di Difesa, Agricoltura, Lavori pubblici, Industria e Affari sociali. Al momento della devastante esplosione, Zaiter era ministro dei Trasporti e dei Lavori Pubblici e sarebbe stato responsabile della gestione della nave con a bordo le 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, attraccata al porto di Beirut nel 2013 e all’origine dell’incidente. 

Circa Ali Hassan Khalil, anch’egli vicino al presidente del Parlamento, Berri, il giudice Tarik aveva emesso un mandato di arresto proprio il 12 ottobre, dopo che l’ex ministro non si era presentato all’interrogatorio in cui era stato convocato. Poche ore dopo, Bitar è stato informato della ricusazione presentata dai due deputati e della conseguente sospensione dell’inchiesta. Tuttavia, il ricorso è stato respinto dalla magistratura il 14 ottobre, consentendo al giudice di riprendere la propria missione. Anche il 4 ottobre scorso, la Corte d’appello di Beirut aveva respinto un’altra ricusazione avanzata contro il giudice Bitar. In tal caso, a presentarla era stato anche il deputato ed ex ministro Nouhad Machnouk, sulla base di una presunta parzialità del lavoro di Bitar.

In tale quadro, l’11 ottobre, il leader del partito sciita filoiraniano Hezbollah, Hassan Nasrallah, nel corso di un discorso televisivo, ha accusato Bitar di “pregiudizi politici” e di voler “politicizzare” l’inchiesta sull’esplosione del 4 agosto del 2020. Per Nasrallah, il giudice starebbe impiegando “il sangue delle vittime per servire interessi politici”. Nel rilasciare tali accuse, il leader sciita, al pari degli ex ministri e funzionari sotto accusa, ha chiesto la sostituzione del giudice con un altro “onesto e trasparente”. “Consideriamo ciò che sta accadendo un errore molto, molto grande… Non porterà alla verità, né alla giustizia, ma piuttosto all’ingiustizia e all’occultamento della verità”, ha dichiarato Nasrallah. 

Finora, 25 persone sono state detenute in relazione all’esplosione del 4 agosto 2020, perlopiù lavoratori e funzionari portuali di livello inferiore e medio, oltre ad alti rappresentanti istituzionali e della sicurezza libanese. Tredici sono stati rilasciati, mentre il responsabile doganale, Badri Daher, e il capo dell’autorità portuale di Beirut, Hasan Kraytem, sono ancora detenuti.

A un anno di distanza dall’esplosione, Human Rights Watch, un’organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani, ha pubblicato un rapporto, in cui punta il dito contro alti funzionari politici e della sicurezza libanesi. Il rapporto, di 127 pagine, è stato intitolato: “Ci hanno ucciso dall’interno”, con riferimento alle autorità del Libano, ritenute essere responsabili della presenza di quasi 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio presso il porto della capitale, la cui esplosione ha provocato 218 morti, circa 7.000 feriti e oltre 300.000 sfollati. 

Nel mirino di HRW vi sono i funzionari del Ministero dei Lavori Pubblici e dei Trasporti, i quali sono stati avvertiti del pericolo, ma non sono riusciti a comunicarlo correttamente alla magistratura o ad indagare adeguatamente sulla potenziale natura esplosiva del carico della nave attraccata nel 2013. Questi hanno poi immagazzinato consapevolmente il nitrato di ammonio, insieme ad altri materiali infiammabili o esplosivi, per quasi sei anni, in un hangar scarsamente protetto e poco ventilato, in un’area commerciale e residenziale densamente popolata, contravvenendo alle linee guida internazionali per lo stoccaggio e la gestione del nitrato di ammonio. Inoltre, secondo quanto riferito, i suddetti funzionari non sono riusciti a supervisionare adeguatamente i lavori di riparazione intrapresi nell’hangar 12, che potrebbero aver innescato l’esplosione del 4 agosto 2020. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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