Siria, dalle parole ai fatti: la Turchia attacca le Syrian Democratic Forces

Pubblicato il 13 ottobre 2021 alle 12:14 in Siria Turchia

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L’esercito della Turchia ha condotto attacchi, all’alba di oggi, 13 ottobre, contro diverse postazioni delle Syrian Democratic Forces (SDF), situate nel Nord della Siria. Ciò giunge dopo che il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha promesso che il proprio Paese avrebbe adottato le misure necessarie a contenere le minacce provenienti dalle regioni settentrionali siriane, con riferimento alle SDF e al loro braccio armato principale, le Unità di Protezione Popolare curde (YPG), considerate da Ankara il ramo siriano del gruppo “terroristico” del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK).

Secondo quanto riferito da fonti del quotidiano al-Araby al-Jadeed, le forze turche hanno preso di mira diverse località, tra cui l’asse di Misherfah, Jabal e Ain Issa, nella periferia settentrionale di Raqqa, siti nel Sud di Afrin e nel Nord di Tal Rifaat, nella periferia Nord di Aleppo, nel Nord-Ovest della Siria, oltre ad altre località nel Nord-Est siriano, nei pressi di Hasakah. Le medesime fonti hanno poi affermato che aerei di ricognizione turchi hanno sorvolato le aree che si estendono da Manbij e Ayn al-Arab, al distretto di Tal Tamr e al distretto di Afrin. Al momento, non è chiaro se vi siano state o meno vittime a seguito dei bombardamenti, mentre è stato riportato che molte postazioni delle SDF sono state distrutte.

Da parte sua, Riad Daar, il copresidente del “Consiglio democratico siriano”, ala politica delle SDF, ha escluso la possibilità di una nuova operazione militare turca nel Nord della Siria, affermando che il controllo della Turchia su ulteriori terre siriane è “fuori questione”. Le parole di Daar fanno seguito a quelle di Erdogan, dell’11 ottobre. In particolare, a margine di una riunione di gabinetto, il presidente turco ha affermato che “la Turchia adotterà le misure necessarie in Siria il prima possibile”, alla luce dell’attacco, del giorno precedente, il 10 ottobre, attribuito alle YPG, definito da Erdogan “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

Tale attentato è stato perpetrato nella città di Azaz, nel Nord della Siria, e ha provocato la morte di due agenti di polizia turchi, mentre altri due sono rimasti feriti. A detta del Ministero dell’Interno turco, i militanti delle YPG avrebbero attaccato un veicolo blindato con un missile guidato, nell’area dell’Operazione Scudo dell’Eufrate. “L’ultimo attacco ai nostri agenti di polizia nella regione dell’Operazione scudo dell’Eufrate e le vessazioni contro le nostre terre hanno ormai superato il limite”, ha dichiarato Erdogan, ribadendo l’insofferenza del suo Paese per i “focolai terroristici” in Siria e la determinazione a sradicare le minacce provenienti dalle regioni settentrionali siriane, o attraverso le forze attive nella regione o attraverso le “proprie capacità”.

Anche gli Stati Uniti, il 12 ottobre, hanno espresso condanna per l’uccisione dei due agenti di polizia turchi. In particolare, il Dipartimento di Stato ha condannato gli attacchi transfrontalieri contro “l’alleato della NATO, la Turchia” e ha espresso le sue condoglianze alle famiglie delle vittime. Le parole di Washington sono giunte nel corso di una conferenza stampa tenuta dal portavoce del Dipartimento di Stato, Ned Price, il quale ha affermato: “La Turchia è un alleato importante per noi nella NATO e abbiamo interessi comuni in molte aree”. Price ha poi aggiunto che il suo Paese continuerà a consultarsi da vicino con Ankara sul dossier siriano. Ad ogni modo, le parti coinvolte nel conflitto sono state esortate a rispettare il cessate il fuoco nelle aree designate, così da proseguire il cammino verso la stabilità e una soluzione politica in Siria.  

Le Syrian Democratic Forces sono un’alleanza multi-etnica e multi-religiosa, composta da curdi, arabi, turkmeni, armeni e ceceni. Il braccio armato principale, nonché forza preponderante, è rappresentato dalle Unità di Protezione Popolare curde. Fin dalla loro formazione, il 10 ottobre 2015, le SDF hanno svolto un ruolo fondamentale nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria, contribuendo alla progressiva liberazione delle roccaforti occupate dai jihadisti. Le loro operazioni sono state perlopiù sostenute dagli Stati Uniti, che forniscono armi e copertura aerea. Grazie a tale collaborazione, negli ultimi anni, le SDF sono riuscite ad ampliare il proprio controllo nelle zone settentrionali ed orientali della Siria, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 chilometri dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq.

La Turchia, da parte sua, si oppone alla presenza delle SDF in un’area così vasta al confine con i propri territori. Motivo per cui, dal 2016, Ankara ha condotto quattro operazioni nel Nord della Siria, con il fine di evitare la formazione di un corridoio verso il confine turco usufruibile dai “terroristi” e di stabilire la pace nella regione. Tra queste, vi è l’operazione “Fonte di pace”, lanciata il 9 ottobre 2019 e conclusasi il 22 ottobre dello stesso anno, data in cui Erdogan e il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno raggiunto un’intesa a Sochi, con cui le parti si sono dette concordi sulla necessità di respingere le forze curde dalla “safe zone” al confine tra Siria e Turchia, per una distanza pari a circa 30 km.

Il tutto si colloca nel più ampio quadro del conflitto civile siriano. Questo è scoppiato il 15 marzo 2011, quando parte della popolazione siriana ha iniziato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano, Bashar al-Assad. L’esercito del governo siriano è coadiuvato da Mosca, oltre ad essere appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah. Sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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