Scontri tra polizia e serbi del Kosovo, feriti e arresti

Pubblicato il 13 ottobre 2021 alle 16:34 in Kosovo Serbia

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Le tensioni tra Kosovo e Serbia si sono riacuite, mercoledì 13 ottobre, dopo che la polizia kosovara si è scontrata con una folla di cittadini di etnia serba nel mezzo di un’operazione contro il contrabbando di merci. Almeno 7 persone sono rimaste ferite, di cui 6 agenti e un civile.

Una dichiarazione della polizia del Kosovo ha specificato che i raid si sono svolti in quattro aree, tra cui quella settentrionale di Mitrovica, per lo più popolata da abitanti di etnia serba. In base a quanto riferito, “gruppi criminali si sono riuniti in modo organizzato per bloccare le strade, hanno usato serbatoi di gas liquido, bombe stordenti, hanno sparato con armi e utilizzato bombe a mano per ostacolare e attaccare i funzionari doganali e di polizia che eseguivano i loro doveri”. Negli scontri, un serbo di 36 anni è stato colpito alla schiena da un proiettile finito nei polmoni. Petar Petkovic, funzionario del governo serbo incaricato dei colloqui sul Kosovo, ha affermato che l’uomo è in ospedale e che i medici lo stanno operando. Oltre ai feriti, altre 8 persone sono state arrestate nei disordini. Scontri simili a quelli di Mitrovica, sono stati segnalati nella vicina città di Zvecan.

Alcuni video, in circolazione sul web, hanno mostrato la polizia mentre sparava gas lacrimogeni per frenare i serbi che lanciavano pietre e altri oggetti contundenti contro gli agenti. La polizia ha dovuto scortare i doganieri lontano dalla scena per proteggerli. Secondo i media kosovari, un’auto della polizia e almeno altri due veicoli con targa kosovara sono stati dati alle fiamme. La stampa serba ha parlato di una situazione “estremamente tesa” nella regione settentrionale di Mitrovica e ha affermato che la polizia del Kosovo avrebbe fatto irruzione in una farmacia e in alcuni negozi nell’ambito di una presunta azione per fermare il contrabbando di merci.

Il primo ministro kosovaro, Albin Kurti, ha invitato i cittadini di etnia serba “a non cadere preda dei media che proteggono il crimine, la corruzione e il contrabbando e che vogliono politicizzare e trasformare i raid della polizia in una questione etnica”. “I gruppi criminali non saranno tollerati e verranno contrastati. Combatteremo e cercheremo di prevenire il contrabbando”, ha scritto Kurti sulla sua pagina Facebook. Dal canto suo, la premier serba, Ana Brnabic, ha chiesto una “reazione rapida” da parte della “comunità internazionale”, soprattutto dalla NATO e dalla KFOR, perché, a suo dire, la situazione a Mitrovica è “più che drammatica”. “Questo momento richiede una chiara reazione per fermare le folli politiche condotte da Pristina”, ha detto Brnabic in una nota, aggiungendo: “Questo tipo di condotta ci porta sull’orlo del caos.”

Il funzionario serbo Petkovic ritiene che Kurti voglia provocare un “caos più ampio”. “Chiedo alla KFOR e alla comunità internazionale di reagire e fermare la follia di Albin Kurti”, ha affermato Petkovic. “Se la KFOR non può reagire per proteggere il popolo serbo, c’è chi potrà farlo”, ha specificato. Il presidente della Serbia, Aleksandar Vucic, è in viaggio verso la città serba di Raska, al confine, per partecipare ad un incontro con i rappresentanti serbi del Kosovo. Nel frattempo, l’alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha affermato che Bruxelles è “in contatto con Belgrado e Pristina” e ha sottolineato che “tutte le questioni aperte tra i due devono essere affrontate attraverso il dialogo facilitato dall’UE”. “I violenti incidenti nel Nord del Kosovo devono cessare immediatamente. Azioni unilaterali e scoordinate che mettono in pericolo la stabilità sono inaccettabili”, ha twittato Borrell. 

I dissidi tra Serbia e Kosovo erano riemersi di recente a causa di una controversa disputa sulle targhe. La situazione aveva provocato un focolaio di tensioni tale da costringere la NATO a intensificare i pattugliamenti al confine. Il tutto era nato dal divieto imposto da Pristina nei confronti dei conducenti serbi, costretti a mostrare un documento di registrazione temporaneo, valido solo per 60 giorni, al momento del loro ingresso nel territorio kosovaro. La nuova misura era stata introdotta dal governo del premier Kurti e rispecchiava le disposizioni vigenti dal 2008 sul territorio serbo contro i conducenti kosovari. Un’intesa era stata trovata il 30 settembre con un accordo, negoziato a Bruxelles, che ha placato i dissidi ma non ha risolto il problema più grande, che blocca i colloqui di adesione all’Unione europea, ovvero il fatto che Pristina e Belgrado non abbiano ancora normalizzato le loro relazioni dopo la dichiarazione di indipendenza del Kosovo, emessa il 17 febbraio 2008.

In base all’accordo stabilito il 30 settembre, le truppe NATO hanno sostituito le unità di polizia kosovare al confine settentrionale. Dal 4 ottobre, inoltre, entrambi i Paesi hanno cominciato ad applicare adesivi speciali sulle targhe delle auto per rimuovere i simboli nazionali e consentire la libera circolazione dei cittadini. 

L’Alleanza atlantica possiede 5.000 soldati in Kosovo, in base ad un mandato speciale delle Nazioni Unite, emesso nel giugno 1999. Queste sono incaricate di supervisionare una pace fragile concordata a seguito di una campagna di bombardamenti guidata dagli Stati Uniti per porre fine ai conflitti etnici. Pristina e Belgrado hanno avviato vari round di colloqui, dal 2013, per cercare di risolvere le questioni in sospeso, ma, da quel momento, sono stati fatti pochi progressi. La Serbia non accetta l’indipendenza del Kosovo e non lo considera uno Stato. Al contrario, lo status del territorio, sancito unilateralmente con la decisione del 2008, è riconosciuto da numerosi Paesi della comunità internazionale, circa 110 nello specifico, tra cui l’Italia e gli Stati Uniti. Tra questi non c’è la Russia che, essendo alleata della Serbia, non accetta l’indipendenza di Pristina. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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