Libano: sospese le indagini sull’esplosione di Beirut, Hezbollah contro il giudice

Pubblicato il 13 ottobre 2021 alle 8:36 in Libano Medio Oriente

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Le indagini sull’esplosione che, il 4 agosto 2020, ha colpito il porto di Beirut sono state nuovamente sospese. Da parte sua, il partito sciita Hezbollah, ha accusato il giudice responsabile dell’inchiesta, Tarek Bitar, di essere “politicizzato” e “prevenuto”.

L’inchiesta è stata sospesa, il 12 ottobre, dopo che due ex ministri, convocati per un interrogatorio in quanto anch’essi accusati di negligenza, hanno presentato una denuncia legale contro l’investigatore capo. I ministri in questione sono Ali Hasan Khalil, ex ministro delle Finanze, e Ghazi Zeaiter, deputato sciita esponente del movimento Amal, il quale è stato alla guida dei Ministeri di Difesa, Agricoltura, Lavori pubblici, Industria e Affari sociali. Al momento della devastante esplosione, Zaiter era ministro dei Trasporti e dei Lavori Pubblici e sarebbe stato responsabile della gestione della nave con a bordo le 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, attraccata al porto di Beirut nel 2013 e all’origine dell’incidente.

Circa Ali Hassan Khalil, anch’egli vicino al presidente del Parlamento, Nabih Berri, il giudice Tarik aveva emesso un mandato di arresto proprio il 12 ottobre, dopo che l’ex ministro non si era presentato all’interrogatorio in cui era stato convocato. Poche ore dopo, Bitar è stato informato della ricusazione presentata dai due deputati e della conseguente sospensione dell’inchiesta. Per i gruppi di difesa dei diritti umani, si tratta di un ennesimo tentativo dell’establishment politico libanese di eludere la giustizia.

La notizia della sospensione delle indagini è giunta dopo che, il 4 ottobre scorso, la Corte d’appello di Beirut ha respinto un’altra ricusazione avanzata contro il giudice Bitar. In tal caso, a presentarla era stato anche il deputato ed ex ministro Nouhad Machnouk sulla base di una presunta parzialità del lavoro di Bitar. Ciò è avvenuto dopo che lo stesso giudice aveva convocato Machnouk per un interrogatorio, il primo ottobre. Tale mossa, per l’ex ministro, contraddiceva la Costituzione e le procedure giudiziarie per presidenti e ministri. Nel respingere la ricusazione dei deputati, le autorità giudiziarie libanesi hanno parlato di “incompetenza materiale”, facendo riferimento all’assenza di una giurisdizione specifica per tale causa. I querelanti, inoltre, sono stati obbligati a pagare una multa di 800.000 lire, pari all’incirca a 500 dollari.

In tale quadro, l’11 ottobre, il leader del partito sciita filoiraniano Hezbollah, Hassan Nasrallah, nel corso di un discorso televisivo, ha accusato Bitar di “pregiudizi politici” e di voler “politicizzare” l’inchiesta sull’esplosione del 4 agosto del 2020. Per Nasrallah, il giudice starebbe impiegando “il sangue delle vittime per servire interessi politici”. Nel rilasciare tali accuse, il leader sciita, al pari degli ex ministri e funzionari sotto accusa, ha chiesto la sostituzione del giudice con un altro “onesto e trasparente”. “Consideriamo ciò che sta accadendo un errore molto, molto grande… Non porterà alla verità, né alla giustizia, ma piuttosto all’ingiustizia e all’occultamento della verità”, ha dichiarato Nasrallah. 

Tali affermazioni hanno sollevato i dubbi di chi crede che Hezbollah tema, in realtà i risultati delle indagini. Queste ultime non hanno colpito direttamente il partito, ma personalità ad esso affiliate, il che potrebbe provocare “imbarazzo” e “preoccupazione” per il gruppo sciita. Inoltre, come evidenziato da alcuni ricercatori, Hezbollah detiene il controllo di agenzie ed enti coinvolti nelle spedizioni di nitrato di ammonio o nella gestione del porto di Beirut. “Vi è una decisione politica per impedire a Bitar di procedere con il suo lavoro, non è solo un caso di stallo”, ha dichiarato  l’avvocato e attivista Nizar Saghieh, secondo cui le accuse mosse contro Bitar sono infondate e parte di una “campagna diffamatoria sistemica che mira a infangare la reputazione di Bitar”, il cui obiettivo è facilitare la sua rimozione o minare qualsiasi scoperta che possa fare.

Finora, 25 persone sono state detenute in relazione all’esplosione del 4 agosto 2020, perlopiù lavoratori e funzionari portuali di livello inferiore e medio, oltre ad alti rappresentanti istituzionali e della sicurezza libanese. Tredici sono stati rilasciati, mentre il responsabile doganale, Badri Daher, e il capo dell’autorità portuale di Beirut, Hasan Kraytem, sono ancora detenuti. In tale quadro, il ministro dell’Interno custode, Mohamad Fahmy, non ha concesso l’autorizzazione a perseguire il capo dell’agenzia di Sicurezza Generale, il maggiore generale Abbas Ibrahim, così come richiesto dal giudice Bitar.

È del 16 settembre un mandato di arresto in contumacia nei confronti di un altro ex ministro dei Trasporti e dei Lavori Pubblici, Youssef Fenianos, il quale, accusato di “presunto dolo, negligenza e cattiva condotta” in relazione all’esplosione, si è rifiutato di essere interrogato. L’interrogatorio era previsto inizialmente per il 6 settembre, ma era stato successivamente rinviato al 16 settembre, sulla base di due ricorsi presentati dall’avvocato dell’ex ministro, a loro volta legati a presunti vizi formali della richiesta di interrogatorio. Dopo che Fenianos non si è presentato all’interrogatorio, Bitar ha emesso il mandato di arresto.

A un anno di distanza dall’esplosione, Human Rights Watch, un’organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani, ha pubblicato un rapporto, in cui punta il dito contro alti funzionari politici e della sicurezza libanesi. Il rapporto, di 127 pagine, è stato intitolato: “Ci hanno ucciso dall’interno”, con riferimento alle autorità del Libano, ritenute essere responsabili della presenza di quasi 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio presso il porto della capitale, la cui esplosione ha provocato 218 morti, circa 7.000 feriti e oltre 300.000 sfollati. 

Nel mirino di HRW vi sono i funzionari del Ministero dei Lavori Pubblici e dei Trasporti, i quali sono stati avvertiti del pericolo, ma non sono riusciti a comunicarlo correttamente alla magistratura o ad indagare adeguatamente sulla potenziale natura esplosiva del carico della nave attraccata nel 2013. Questi hanno poi immagazzinato consapevolmente il nitrato di ammonio, insieme ad altri materiali infiammabili o esplosivi, per quasi sei anni, in un hangar scarsamente protetto e poco ventilato, in un’area commerciale e residenziale densamente popolata, contravvenendo alle linee guida internazionali per lo stoccaggio e la gestione del nitrato di ammonio. Inoltre, secondo quanto riferito, i suddetti funzionari non sono riusciti a supervisionare adeguatamente i lavori di riparazione intrapresi nell’hangar 12, che potrebbero aver innescato l’esplosione del 4 agosto 2020. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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