Siria-Emirati Arabi Uniti: accordo per rafforzare la cooperazione economica

Pubblicato il 12 ottobre 2021 alle 6:37 in Emirati Arabi Uniti Siria

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Gli Emirati Arabi Uniti (UAE) e la Siria hanno concordato piani volti a rafforzare i legami di cooperazione economica ed esplorare nuovi ambiti di collaborazione.

La notizia è stata annunciata dal Ministero dell’Economia emiratino il 10 ottobre, a margine di un incontro tra il ministro dell’Economia degli UAE, Abdulla bin Touq al-Marri, e il suo omologo siriano, Mohammad Samer al-Khalil, svoltosi nella cornice dell’Expo 2020, in corso a Dubai. Come specificato dalla parte emiratina, nella prima metà del 2021, il volume di scambi commerciali tra Abu Dhabi e Damasco, risorse petrolifere escluse, è stato pari a un miliardo di dirham, equivalenti all’incirca a 272 milioni di dollari. Nel 2020, invece, la cifra ha raggiunto circa 2,6 miliardi di dirham. Inoltre, gli Emirati hanno rappresentato il 14% delle quote del commercio estero siriano e il valore degli investimenti diretti siriani negli Emirati Arabi Uniti ha superato gli 1,5 miliardi di dirham, circa 408 milioni di dollari, alla fine del 2019.

Alla luce di ciò, il Paese del Golfo rappresenta uno dei principali partner commerciali per la Siria, il terzo a livello globale e il primo tra le nazioni arabe, ha specificato al-Marri sul proprio account Twitter. “Ci auguriamo, durante la prossima fase, di sviluppare le nostre relazioni per raggiungere tassi di partnership più elevati, in modo da soddisfare le aspirazioni dei due Paesi, rafforzare le potenzialità economiche e beneficiare di nuove opportunità, soprattutto investendo in settori vitali”, ha aggiunto al-Marri. Damasco, dal canto suo, si è detta entusiasta di rafforzare i legami di cooperazione economica con gli UAE in aree di mutuo interesse, anche attraverso investimenti nel settore privato e nelle piccole e medie imprese.

Gli Emirati hanno riaperto la propria missione diplomatica nella capitale siriana il 27 dicembre 2018, dopo averla chiusa a causa del conflitto civile, scoppiato il 15 marzo 2011. Da allora, gli UAE hanno fornito assistenza agli ospedali delle aree controllate dal governo siriano, sia in termini medico-sanitari sia alimentari. Non da ultimo, secondo fonti del sito di informazione Orient XXI, gli Emirati avrebbero altresì stanziato fondi per la ricostruzione di edifici pubblici, centrali termiche e reti idriche a Damasco, e non è mancata l’assistenza di tipo militare, vista la presenza di circa 170 fabbriche negli Emirati adibite alla costruzione di armi leggere, missili guidati, droni, veicoli militari e navi da guerra.

Il conflitto siriano, specifica Orient XXI, era inizialmente visto dagli UAE come un modo per contrastare il nemico iraniano, alleato del presidente siriano, Bashar al-Assad. Ciò ha portato Abu Dhabi a sostenere i gruppi di opposizione e una campagna di comunicazione a favore dei ribelli dell’Esercito Libero Siriano in Gran Bretagna, nel periodo 2012-2014. In particolare, fu l’ambasciata emiratina a Londra a coprire i costi dei servizi erogati, gestiti da Lana Nusseibeh, un diplomatico di Abu Dhabi, e dal ministro degli Esteri emiratino, Anwar Gargash. Tuttavia, nello stesso periodo, gli Emirati Arabi Uniti fornirono carburante all’esercito siriano, in violazione dell’embargo imposto dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Di conseguenza, nel 2014, il Dipartimento del Tesoro degli USA incluse la compagnia petrolifera Emirati Pangates International Corporation nell’elenco delle entità sanzionate. Nonostante il successivo sostegno ad Assad, gli Emirati Arabi Uniti non hanno mai reciso i legami con l’opposizione siriana, sostenuta dalla Turchia, pur prendendo le distanze dalle correnti definite “jihadiste”. È il caso della piattaforma Cairo1, ostile a una soluzione militare al conflitto, che sostiene una transizione politica, ma non richiede le dimissioni del presidente.

Come evidenziato da diversi analisti, l’accordo del 10 ottobre tra Siria e UAE si inserisce in un quadro più ampio, che vede diversi Paesi della regione mediorientale, tra cui la Giordania, e del Golfo volgere lo sguardo verso Damasco, soprattutto in un momento in cui la pandemia di Covid-19 li ha spinti a rivedere le proprie politiche economiche sia interne sia estere. Secondo Randa Slim, a capo del Program on Conflict Resolution and Track II Dialogues presso il Middle East Institute, all’interno della regione araba, diversi Paesi, per molti anni sostenitori dei gruppi anti-Assad, ritengono che le precedenti politiche adottate verso la Siria non abbiano funzionato e, pertanto, è giunto il momento di adottare un nuovo approccio.

Il quadro di riapertura verso la Siria include anche la decisione dell’Interpol, del primo ottobre, si riammettere il Paese nella propria rete di comunicazioni, una mossa che consente al regime di Assad di accedere ad alcuni servizi di intelligence internazionali, eventualmente anche a danno di dissidenti. Da parte sua, invece, “l’Occidente”, sembra essere ancora restio a trattare con il presidente siriano, ritenuto essere tra i principali responsabili del decennale conflitto. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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