Libia: ritrovati altri 19 cadaveri a Tarhuna

Pubblicato il 12 ottobre 2021 alle 16:08 in Africa Libia

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L’Autorità generale per la ricerca e l’identificazione delle persone scomparse ha reso noto, oggi, martedì 12 ottobre, di aver recuperato almeno 19 corpi non identificati in una discarica di Tarhuna, città situata a circa 95 chilometri a Sud-Est di Tripoli.

I cadaveri sono stati rinvenuti in due delle cinque fosse scoperte il giorno precedente, l’11 ottobre. La città di Tarhuna era stata impiegata dalle forze dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidate da Khalifa Haftar, nella campagna volta alla conquista di Tripoli, intrapresa il 4 aprile 2019. Tuttavia, a seguito della sua liberazione, avvenuta il 5 giugno 2020, il precedente governo di Tripoli ha iniziato a scoprire dei veri e propri cimiteri, con cadaveri depositati in pozzi, contenitori di ferro o ammassati in fosse comuni. Si pensa che questi fossero sia civili locali, contrari alla presenza dell’esercito di Haftar, sia soldati di Tripoli catturati dall’LNA.

Il ritrovamento delle ultime cinque fosse comuni è dell’11 ottobre, mentre il 4 ottobre scorso sono stati ritrovati altri dieci corpi non identificati nella zona agricola nota come “Chilometro 5”, dove i lavori delle squadre dell’Autorità per la ricerca e l’identificazione hanno avuto inizio nel mese di aprile scorso e, fino ad ora, hanno portato al recupero di almeno 50 cadaveri. In precedenza, sono state condotte operazioni simili anche in altre aree rurali della medesima città. Stando a quanto riferito dal direttore dell’Ufficio informazioni dell’Autorità generale per la ricerca e l’identificazione delle persone scomparse, Abdul Aziz al-Jaafari, sono almeno 203 i corpi recuperati a Tarhuna, mentre altre fonti hanno affermato che, dal 5 giugno 2020, sono state ritrovate circa 56 fosse nella periferia di Tripoli. Al contempo, le autorità libiche hanno dichiarato, a marzo scorso, che circa 350 persone risultano essere ancora disperse dalla medesima città.

Il dossier di Tarhuna è stato preso in esame, l’11 ottobre, dai vicepresidenti del Consiglio presidenziale libico, Abdullah al-Lafi e Moussa al-Koni, nel corso di colloqui con l’Associazione delle vittime della città di Tarhuna, durante i quali è stata evidenziata la necessità di superare le difficoltà delle squadre che si occupano dell’identificazione dei corpi, ed è stato chiesto di conoscere rapidamente l’identità dei corpi estratti dalle fosse comuni e la sorte delle persone disperse. Da parte loro, i familiari delle vittime hanno richiesto di portare gli assassini davanti alla giustizia e di emanare mandati di arresto sia nazionali sia internazionali, oltre al risarcimento dei danni e l’istituzione di un centro di supporto psicologico in città. Dall’altro lato, il Consiglio presidenziale ha affermato che i crimini commessi a Tarhuna sono senza precedenti e possono equivalere a crimini contro l’umanità. Motivo per cui, l’organismo si è impegnato a seguire, insieme al governo, tutto ciò che riguarda tale dossier.

Risale all’11 giugno 2020 la dichiarazione della Missione di Supporto dell’Onu in Libia (UNSMIL), con cui questa aveva espresso “orrore” di fronte alla scoperta di almeno 8 fosse comuni nella città di Tarhuna, chiedendo indagini tempestive, efficaci e trasparenti ai sensi del Diritto internazionale, con il fine ultimo di identificare le vittime, stabilire le cause della morte e consegnare i corpi alle famiglie. In realtà, è dal mese di aprile 2019 che vi erano state circa 100 segnalazioni di torture, uccisioni e sfollamenti forzati, da parte di forze locali fedeli ad Haftar, tra cui la Nona Brigata al-Kaniyat. Le vittime erano perlopiù cittadini, funzionari statali, combattenti catturati e attivisti della società civile. Precedentemente, il 13 settembre 2019, erano state registrate esecuzioni sommarie presso la prigione di Tarhuna.

Secondo quanto scoperto dalla Missione di inchiesta indipendente delle Nazioni Unite, è la milizia nota come Kaniyat la principale responsabile dell’uccisione di centinaia di civili a Tarhuna, le cui ferite fanno presagire che le vittime venissero colpite più volte mentre erano bendate, ammanettate e con le gambe legate. Il 22 marzo scorso, tale è stata sanzionata dall’Unione Europea per presunti omicidi extragiudiziali e sparizioni forzate commesse tra il 2015 e il 2020. Pochi mesi prima, il 25 novembre 2020, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti aveva inserito il medesimo gruppo nella lista nera di Washington per violazione dei diritti umani. Nonostante l’opposizione della Russia, con una mossa unilaterale, gli USA hanno sanzionato al-Kaniyat e due leader, Muhammad al-Kani, e suo fratello, Abdul Rahim, ai sensi del Global Magnitsky Act. Questo ha consentito al governo degli Stati Uniti di prendere di mira gli abusi e le violenze, congelando i beni della milizia e vietando agli statunitensi di intrattenere rapporti con le persone colpite dalle sanzioni. Al-Kani è poi stato ucciso il 27 luglio scorso.

Mentre il ritrovamento dei cadaveri a Tarhuna continua, i combattimenti sui fronti libici sembrano essersi arrestati da circa un anno, dalla firma dell’accordo di cessate il fuoco, siglato, a Ginevra, il 23 ottobre 2020. Al momento, la Libia si trova ad assistere a una fase di transizione democratica, che si prevede culminerà con le elezioni presidenziali e legislative, calendarizzate per il 24 dicembre. Sebbene il processo elettorale sembri essere segnato da divergenze e incertezze, la popolazione libica spera che le elezioni possano porre definitivamente fine alla crisi e alla conseguente guerra civile che ha caratterizzato il Paese Nord-africano per circa dieci anni, il cui inizio viene fatto risalire al 15 febbraio 2011. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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