Iraq, elezioni legislative: il clerico sciita Sadr verso la vittoria

Pubblicato il 12 ottobre 2021 alle 9:50 in Iraq Medio Oriente

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Sulla base dei risultati preliminari delle elezioni legislative irachene, del 10 ottobre, il clerico sciita Muqtada al-Sadr ha affermato di essere la prima forza in Parlamento, con 73 seggi su un totale di 329. In totale, sono quattro le coalizioni che hanno registrato risultati significativi, le quali potrebbero aggiudicarsi la metà dei seggi parlamentari.

I risultati preliminari sono stati diffusi dall’Alta Commissione elettorale nella sera dell’11 ottobre, a circa 24 ore dalla chiusura dei seggi elettorali. Il giorno precedente, il 10 ottobre, il 41% dell’elettorato iracheno, ovvero 9.077.779 iracheni su un totale di circa 25 milioni di cittadini aventi diritto di voto, si è recato alle urne per scegliere i 329 membri della futura Camera dei Rappresentanti, a sua volta responsabile della nomina del premier e del capo di Stato. I risultati emersi sino ad ora sono da considerarsi parziali, e si dovrà attendere circa due settimane per quelli definitivi. Ciò che è certo è che la percentuale di cittadini recatisi a votare è la più bassa mai registrata dal 2005.

Al momento, Muqtada al-Sadr, a capo della coalizione Sairoon, è il favorito, secondo quanto confermato da fonti del movimento stesso e da altre interne alla Commissione elettorale. Sadr, un clerico sciita, era risultato vincitore anche alle scorse elezioni, svoltesi il 12 maggio 2018, che l’hanno visto conquistare il ruolo di guida della maggiore coalizione in Parlamento, dopo aver ottenuto il 14,38% dei voti e, di conseguenza, 54 seggi, non sufficienti, però, a salire al governo. Laddove il clerico si confermi nuovamente il vincitore delle elezioni del 10 ottobre, egli dovrà provare nuovamente a formare alleanze con altri blocchi parlamentari per andare al governo, in quanto è necessaria una maggioranza semplice, pari a 165 seggi.

Sadr, da parte sua, ha rivolto un discorso alla popolazione appena dopo la pubblicazione dei risultati preliminari, affermando che ogni forma di ingerenza negli affari interni iracheni verrà contrastata a livello sia diplomatico sia popolare, mentre un’altra questione da dover affrontare è quella relativa alla confisca delle armi da parte dello Stato. Nel suo discorso, il clerico ha definito la propria alleanza un “blocco iracheno, né orientale né occidentale”, e, pertanto, lontana dall’influenza sia dell’Iran sia degli Stati Uniti. Ad ogni modo, ha specificato Sadr, “tutte le ambasciate sono le benvenute”, baste che non interferiscano negli affari iracheni e nella formazione del governo.

Muqtada al-Sadr è una figura popolare coinvolta nella politica irachena dal 2005, definito un populista, e dotato anche di una propria forza armata affiliata alle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF). Egli si è più volte detto contrario alla presenza degli USA, ma, allo stesso tempo, non ha mai accolto con favore l’influenza dell’Iran all’interno del panorama iracheno. Sadr, in un primo momento, era tra i sostenitori dei movimenti di protesta scoppiati a ottobre 2019, a tal punto che inviò propri sostenitori, i “caschi blu”, per proteggere i manifestanti. La sua posizione è mutata con la morte del generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso a seguito di un raid statunitense, il 3 gennaio 2020. Da quel momento in poi, i seguaci di Sadr, oltre ad abbandonare le piazze, sono stati accusati di veri e propri attacchi contro i manifestanti iracheni. Anche per le elezioni, Sadr aveva inizialmente deciso di non candidarsi, dopo l’incidente del 13 luglio in un ospedale Covid a Nassiriya, ma ha cambiato idea quando ha ricevuto un “documento di riforma” che l’avrebbe convinto della reale possibilità di apportare cambiamenti nel Paese e liberarlo dalla corruzione.

La seconda maggiore coalizione che potrebbe avere un ruolo nel panorama politico iracheno è sunnita. Si tratta di “Taqaddum”, termine che in italiano significa “Progresso”, ed è guidata dal presidente del Parlamento iracheno uscente, Mohamed al-Halbousi. Tale coalizione potrebbe ottenere circa 38 seggi, seguita da “State of Law”, con a capo l’ex primo ministro Nuri al-Maliki, con 37 seggi, e il Partito Democratico del Kurdistan, anch’esso con più di 30 seggi. I candidati indipendenti sembrano aver conquistato circa 20 seggi, mentre il movimento “Imtidad”, nato dalla mobilitazione popolare del 2019, dovrebbe ottenere 9 seggi. Ciò che è emerso dai risultati preliminari è altresì una perdita di consensi per alcune delle maggiori forze tradizionali, tra cui le coalizioni Fatah, un’alleanza composta perlopiù da membri dell’ala politica delle Forze di Mobilitazione Popolare e al-Hikma, guidata da un altro clerico sciita, Ammar al-Hakim. Fatah, da parte sua, si è detta disposta a contrastare i risultati annunciati, in quanto non sarebbero state rispettate le procedure legali prestabilite.

In concomitanza con l’annuncio dei risultati, la missione delle Nazioni Unite in Iraq (UNAMI) ha rilasciato una dichiarazione in cui ha elogiato l’operato della Commissione elettorale irachena, e in cui è stato evidenziato come le elezioni siano un mezzo per raggiungere l’obiettivo principale, “amministrare la governance nel Paese”. “Siamo lieti di notare che le elezioni si sono svolte senza ostacoli e vi sono stati miglioramenti significativi a livello tecnico e procedurale, sebbene l’affluenza alle urne sia stata deludente per molti”, ha affermato UNAMI, aggiungendo: “Le Nazioni Unite sono state al fianco di tutti gli iracheni, prima e durante il giorno delle elezioni, e continuerà a farlo nei prossimi giorni”.

Una delle novità significative delle elezioni del 10 ottobre è stata proprio la presenza di osservatori internazionali, inviati anche dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea, il cui obiettivo è stato garantire l’equità e la trasparenza del processo elettorale e prevenire fenomeni di frode e astensione, dissipando i timori di chi teme violenze e compravendita di voti, elementi che hanno spinto la popolazione ad avere scarsa fiducia. 

Indire elezioni anticipate è stata una delle prime promesse del primo ministro, Mustafa al-Kadhimi. Il suo mandato ha avuto inizio il 7 maggio 2020, dopo mesi caratterizzati da una forte mobilitazione, alla base della caduta dell’esecutivo precedente, guidato da Adil Abd al-Mahdi. In realtà, anche la squadra di al-Kadhimi è stata accusata di non essere stata in grado di mantenere le promesse di riforma, né tantomeno di garantire la sicurezza dei manifestanti e degli attivisti che hanno continuato a mostrare il proprio malcontento in modo pacifico, ma che, invece, sono stati vittima di minacce, rapimenti, torture e omicidi da parte di gruppi non ancora identificati. Dal primo ottobre 2019, la popolazione irachena era scesa in piazza per chiedere le dimissioni di una classe politica accusata di corruzione e dipendenza da attori esterni, oltre che riforme politiche, tra cui l’abolizione del sistema settario, che prevede una suddivisione delle cariche di premier, capo di Stato e presidente parlamentare tra sciiti, curdi e sunniti. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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