Immigrazione: 15 morti in un naufragio a largo della Libia

Pubblicato il 12 ottobre 2021 alle 15:52 in Immigrazione Libia

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L’11 ottobre, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha riferito di aver recuperato i corpi senza vita di 15 migranti a largo della Libia. Altre 177 persone a bordo di due barche sono sopravvissute al tentativo di attraversare il Mediterraneo.

Due barche della guardia costiera sono rientrate presso la base navale di Tripoli, nel pomeriggio dell’11 ottobre. I passeggeri erano partiti da Zwara e Alkhoms, la notte precedente. L’allarme relativo alle due imbarcazioni era stato lanciato dal servizio di emergenza in mare, Alarm Phone, che aveva segnalato la presenza dei migranti in pericolo a largo della Libia. Tuttavia, le autorità non sono intervenute in tempo per scongiurare i decessi. A tale proposito, è stato registrato un aumento dei tentativi di attraversare il Mediterraneo dal Nord Africa, durante il 2021, con oltre 23.000 migranti o rifugiati segnalati come intercettati dalla guardia costiera libica da gennaio a settembre. 

Quest’ultimo naufragio è arrivato a seguito di una denuncia dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), che il 9 ottobre ha affermato che le guardie del centro di detenzione di Mabani, a Tripoli, avevano ucciso 6 migranti e ne avevano feriti almeno altri 24, il giorno precedente. La IOM ha condannato sia l’uccisione delle 6 persone definendola “insensata”, sia l’uso di proiettili veri contro i migranti che stavano protestando contro le condizioni di detenzione, definite “terribili”. Il quotidiano al-Jazeera English ha specificato che le guardie armate del centro avrebbero iniziato a sparare in seguito ad una sommossa e ad un tentativo di fuga. La IOM ha poi aggiunto che molti dei migranti erano stati arrestati durante raid risalenti alla settimana precedente nel quartiere di Gergaresh ed erano stati detenuti arbitrariamente. L’organizzazione ha dichiarato che è stato il sovraffollamento del centro di detenzione in questione a portare al caos nella struttura. Secondo le stime della IOM, nel centro di Mabani, prima delle sparatorie, c’erano più di 3.400 migranti, tra cui 356 donne e 144 bambini.

Il giorno precedente, l’8 ottobre,  Ayman Gharaibeh, direttore dell’Ufficio regionale dell’UNHCR per il Medio Oriente e il Nord Africa aveva lanciato un appello a tale proposito. “Siamo sempre più allarmati per la situazione umanitaria di richiedenti asilo e rifugiati in Libia”, ha riferito. “A seguito di un’operazione di sicurezza su larga scala da parte delle autorità libiche la scorsa settimana, si sono verificati arresti e raid in molte parti di Tripoli, che hanno preso di mira le aree in cui vivono richiedenti asilo e migranti” ha aggiunto il direttore regionale. “Almeno una persona è stata uccisa e 15 sono rimaste ferite. Più di 5.000 persone sono state arrestate e trattenute in diversi centri di detenzione in condizioni di sovraffollamento e insalubri”, ha specificato. Tra questi, molti erano stati individuati come passeggeri con priorità per i voli di evacuazione o di reinsediamento fuori dalla Libia.

I raid delle autorità libiche denunciati dall’UNHCR hanno comportato anche la demolizione di molti edifici incompiuti e case di fortuna e, secondo l’agenzia, hanno creato panico e paura diffusi tra richiedenti asilo e rifugiati nella capitale del Paese Nordafricano. Molti di questi, compresi i bambini non accompagnati e giovani madri, hanno perso i loro rifugi e si sono rivolti al personale dell’UNHCR e ai partner del Community Day Centre (CDC) per richiedere assistenza urgente. “A seguito delle incursioni e del deterioramento delle condizioni, abbiamo assistito a folle crescenti di richiedenti asilo che protestavano davanti al CDC a Tripoli, chiedendo l’evacuazione dalla Libia e il reinsediamento”, ha riferito Gharaibeh.

All’inizio della crisi, l’UNHCR e i suoi partner sono stati in grado di fornire assistenza ai richiedenti asilo, distribuendo cibo e altri beni di prima necessità. Tuttavia, l’escalation delle tensioni ha spinto le organizzazioni a sospendere temporaneamente i servizi regolari. “Continuiamo a chiedere alle autorità di: rispettare in ogni momento i diritti umani e la dignità dei richiedenti asilo e dei rifugiati, fermare i loro arresti e rilasciare i detenuti, compresi quelli che avrebbero dovuto partire con i voli di evacuazione e reinsediamento. Rinnoviamo il nostro appello alle autorità libiche affinché consentano la ripresa dei voli umanitari fuori dal Paese, sospesi da quasi un anno”, ha aggiunto Gharaibeh.

Anche l’IOM ha chiesto alle autorità libiche di smettere con un utilizzo eccessivo della forza, porre fine alla detenzione arbitraria e riprendere immediatamente i voli per consentire ai migranti di partire. Al momento, ci sarebbero circa 10.000 uomini, donne e bambini nelle strutture di detenzione ufficiali che avrebbero un accesso spesso limitato per gli operatori umanitari. Tuttavia, le organizzazioni per la tutela dei diritti umani continuano a denunciare il fatto che le autorità libiche abbiano “legalizzato” i centri di prigionia informali integrandoli nell’infrastruttura ufficiale di detenzione per migranti, sotto il controllo della Direzione per la lotta alla migrazione illegale (DCIM) del Ministero dell’Interno. Tuttavia, le condizioni di questi luoghi rimangono inadatte e continuano a moltiplicarsi le denunce di rifugiati e migranti arbitrariamente detenuti e sottoposti a torture, violenze sessuali e altri abusi.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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