Yemen: rotto l’assedio degli Houthi in un distretto di Ma’rib

Pubblicato il 11 ottobre 2021 alle 8:33 in Medio Oriente Yemen

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La coalizione internazionale a guida saudita ha riferito di aver messo fine all’assedio imposto dai ribelli Houthi nel distretto di al-Abadiya, situato nel Sud di Ma’rib, a circa 120 chilometri a Est di Sanaa.

L’annuncio è giunto il 10 ottobre e a riferirlo è stato il portavoce della coalizione, il colonnello Turki al-Maliki. Quest’ultimo ha specificato che, nelle 96 ore precedenti, le proprie forze hanno condotto 118 attacchi per salvaguardare la vita dei civili di al-Abadiya. Al-Maliki ha dichiarato che, in generale, gli attacchi aerei della coalizione, condotti nell’arco di 18 giorni, hanno causato ingenti perdite per il gruppo sciita, in termini sia materiali sia di vite umane. In particolare, più di 400 combattenti sciiti risultano essere stati uccisi, mentre almeno 15 veicoli militari sono stati distrutti. Ad ogni modo, il portavoce ha esortato le Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali ad assumersi le proprie responsabilità umanitarie nei confronti dei civili di al-Abadiya.

Dal 21 settembre, i ribelli sciiti hanno posto sotto assedio tale distretto meridionale, mettendo in pericolo la vita di circa 31.500 abitanti, secondo le cifre rilasciate dalle autorità locali, sebbene altre fonti parlino di 150.000 persone residenti nell’area. Stando a quanto riferito dal ministro dell’Informazione yemenita, Moammar al-Eryani, gli Houthi hanno bombardato in modo indiscriminato villaggi e aree residenziali. Per al-Eryani, così come il governatore di Marib, il maggiore generale Sultan al-Arada, si è trattato di un crimine di guerra, un genocidio, oltre che di una possibile catastrofe umanitaria, di fronte a cui la comunità internazionale non può rimanere in silenzio. Lo stesso al-Arada aveva poi richiesto l’apertura di corridoi umanitari sicuri per fornire ai cittadini locali l’assistenza di base di cui necessitano, risorse alimentari e medicinali inclusi.

L’assedio ad al-Abadiya si colloca nel più ampio quadro dell’offensiva a Ma’rib, lanciata dai ribelli Houthi nel mese di febbraio scorso. Ad oggi, gli scontri via terra e gli attacchi aerei continuano su più assi, prevalentemente a Sud e ad Ovest. L’obiettivo del gruppo sciita è conquistare una regione ricca di risorse petrolifere, altresì sede del Ministero della Difesa yemenita, la quale riveste una rilevanza strategica, in quanto costituisce una porta d’accesso verso Sana’a, che consentirebbe ai ribelli di consolidare in parte i progetti auspicati nel Nord dello Yemen. Alla luce di ciò, il governatorato è considerato dal gruppo sciita una “carta vincente” da ottenere prima di avviare eventuali negoziati di pace, e alcuni credono che Ma’rib continuerà a svolgere un ruolo decisivo nel determinare le sorti del conflitto. Fino ad ora, non sono stati registrati risultati significativi, ma il gruppo sciita continua a mostrare determinazione anche di fronte alle perdite provocate dall’esercito yemenita. Quest’ultimo è coadiuvato sia da gruppi di resistenza locali sia dalle forze aeree della coalizione a guida saudita, le quali lanciano raid contro le postazioni e i nascondigli degli Houthi.

Mentre l’offensiva di Ma’rib continua, anche le regioni meridionali risultano essere caratterizzate da una particolare instabilità, come esemplificato dall’attacco che, il 10 ottobre, ha interessato la città di Aden, capitale de iure dello Yemen. Nello specifico, un attacco per mezzo di un’autobomba ha colpito il convoglio del governatore di Aden, Ahmed Lamlas, provocando 6 morti e circa 10 feriti. Lamlas è sopravvissuto, ma, ad oggi, non è chiaro chi vi sia dietro quello che è stato definito un “attentato terroristico”. Il premier yemenita, Maeen Abdul Malik ha, però, riferito di aver avviato un’indagine urgente per comprendere le dinamiche dell’accaduto.

L’episodio del 10 ottobre mostra come Aden e il Sud dello Yemen siano caratterizzati da un fragile equilibrio. Da un lato, vi sono divergenze interne ai gruppi secessionisti rappresentati dal Consiglio di Transizione Meridionale (STC), come esemplificato dagli scontri scoppiati il 2 ottobre nella capitale provvisoria. Dall’altro, la popolazione locale continua a lamentare condizioni di vita, economiche e sociali sempre più precarie. Ciò alimenta un crescente malcontento, già sfociato in violente protesteIl tutto rischia di minare l’accordo di Riad, raggiunto, il 5 novembre 2019, dal governo yemenita, legato al presidente Rabbo Mansour Hadi, e dai gruppi secessionisti, rappresentati dal STC. L’obiettivo era porre fine alle violente tensioni che, dal 7 agosto 2019, avevano avuto inizio nella città di Aden per poi propagarsi in altri distretti e città meridionali ed evitare un ulteriore “conflitto nel conflitto” in Yemen, scongiurando, al contempo, una spaccatura all’interno del fronte anti-Houthi.

Il più ampio conflitto civile in Yemen ha avuto inizio a seguito del colpo di Stato Houthi del 21 settembre 2014, e vede contrapporsi i ribelli sciiti, sostenuti da Teheran, e le forze legate al governo yemenita, riconosciuto a livello internazionale, legato al presidente Hadi. Dal 26 marzo 2015, l’esercito filogovernativo è coadiuvato da una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita, formata anche da Emirati Arabi Uniti, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait e Bahrain.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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