Siria: esplosione ad Afrin, almeno 4 morti

Pubblicato il 11 ottobre 2021 alle 15:17 in Siria Turchia

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Un’autobomba è stata fatta esplodere, oggi, lunedì 11 ottobre, nella città di Afrin, situata nell’area rurale di Aleppo, nel Nord-Ovest della Siria. Secondo un bilancio preliminare, almeno 4 persone, di cui 2 civili, hanno perso la vita, mentre circa altre 12, tra cui minori, risultano essere rimaste ferite.

Come specificato dalle fonti mediche locali, si tratta di cifre destinate a salire, mentre, fino ad ora, l’attacco non è stato ancora rivendicato. Secondo quanto precisato da fonti locali al quotidiano al-Araby al-Jadeed, l’autobomba è esplosa nel centro di Afrin, presso la rotonda di Kawa, una zona spesso affollata da civili, nei pressi di Souq al-Hal. L’attacco ha avuto luogo mentre nei paraggi circolava una pattuglia presumibilmente legata all’Esercito Siriano Libero (ESL), uno dei maggiori gruppi di opposizione armata sostenuti dalla Turchia.

Non è la prima volta che Afrin si trova ad assistere ad episodi simili. Nel solo mese di settembre, sono state 4 le esplosioni registrate dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR). Il 5 settembre, un ordigno è esploso davanti a un deposito di carburante, in Teranda Road, nel quartiere di Ashrafieh, uccidendo una persona e ferendone altre 4. Poi, il 13 settembre, un’esplosione ha preso di mira un’auto che trasportava un comandante militare della “Divisione Hamza”, gruppo affiliato ad Ankara, e due suoi compagni, nel distretto di Rajo, uccidendoli sul colpo. Il giorno successivo, il 14 settembre, e il 23 settembre episodi simili hanno interessato nuovamente il quartiere di Ashrafieh, provocando solo danni materiali.

Ad Afrin scontri tra fazioni sostenute dalla Turchia e forze curde, oltre a omicidi, attacchi e bombardamenti, sono considerati frequenti. La città si trova in una zona situata a 350 chilometri a Ovest di Ras al-Ain, nella striscia siriana al confine con la Turchia, ed è posta sotto il controllo di gruppi ribelli appoggiati da Ankara, che l’hanno conquistata nel mese di marzo 2018. Uno degli episodi più violenti risale al 28 aprile 2020, quando un’autocisterna è esplosa nel centro della città siriana, provocando circa 46 morti civili, tra cui anche donne e bambini, e più di 40 feriti. In tale occasione, la Turchia ha accusato le milizie curde ed il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) di essere responsabili per quello che è stato definito un attentato. Stando alle dichiarazioni di fonti locali, tra le vittime vi sono stati altresì 6 combattenti dell’Esercito Siriano Libero.

Il PKK è un’organizzazione paramilitare, sostenuta delle masse popolari del Sud-Est della Turchia di etnia curda, ma attiva anche nel Kurdistan iracheno. Per Ankara, l’Unione Europea e per gli Stati Uniti, tale Partito è da considerarsi un’organizzazione terroristica. Anche le Unità di Protezione Popolare curde (YPG), definite il braccio siriano del PKK, sono ritenute dalla Turchia possibili responsabili di attacchi contro civili ed aree residenziali ad Afrin, i quali verrebbero perpetrati impiegando Tal Rifaat, nel Sud-Est di Afrin, come base. Ankara accusa, poi, le YPG di altre “atrocità”, tra cui il reclutamento forzato, anche di minori, per “auto-difesa”, rapimenti, torture, pulizia etnica e sfollamenti.

Dal 2016, la Turchia ha condotto quattro operazioni nel Nord della Siria, con il fine di evitare la formazione di un corridoio verso il confine turco usufruibile dai “terroristi” e di stabilire la pace nella regione. Tra queste, vi è l’operazione “Fonte di pace”, lanciata il 9 ottobre 2019. In tale occasione, l’obiettivo è stato rappresentato dalle Syrian Democratic Forces (SDF), guidate dalle Unità di Protezione Popolare curde (YPG), considerate il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta contro l’ISIS in Siria. Grazie a tale collaborazione, negli ultimi anni, le SDF sono riuscite ad ampliare il proprio controllo nelle zone settentrionali ed orientali della Siria, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. Tuttavia, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, si oppone fortemente all’ipotesi che queste possano controllare un territorio così vasto al confine con la Turchia.

“Fonte di pace” si è conclusa il 22 ottobre 2019. In realtà, a seguito di una settimana di combattimenti e numerose vittime, gli Stati Uniti avevano finalizzato un accordo con la Turchia per un cessate il fuoco temporaneo già il 17 ottobre 2019. I combattimenti sono, però, continuati anche successivamente in alcune città, fino a quando, il 22 ottobre 2019, Erdogan ed il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno raggiunto un’intesa a Sochi, nel Sud della Russia. Le due parti hanno concordato sulla necessità di respingere le forze curde dalla “safe zone” al confine tra Siria e Turchia, per una distanza pari a circa 30 km.

Quanto accade ad Afrin si colloca nel più ampio quadro del conflitto civile siriano. Questo è scoppiato il 15 marzo 2011, data in cui parte della popolazione siriana ha iniziato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano, Bashar al-Assad. L’esercito del governo siriano è coadiuvato da Mosca, oltre ad essere appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah. Sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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