Libano, la crisi non si arresta: tra blackout e incendi

Pubblicato il 11 ottobre 2021 alle 12:18 in Libano Medio Oriente

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Un vasto incendio ha colpito un serbatoio della raffineria di Zahrani, nel Sud del Libano, lunedì 11 ottobre. Le fiamme sono state domate dalle squadre della protezione civile, intervenute sul posto, ma le cause risultano essere tuttora sconosciute.

Stando a quanto riferito dal ministro dell’Energia libanese, Walid Fayad, l’incendio è stato contenuto dopo circa due ore e mezzo dal suo inizio. Sono stati circa 15 i veicoli dei vigili del fuoco impiegati per controllare l’incendio e isolare il serbatoio interessato, al fine di evitare la diffusione delle fiamme nelle aree circostanti. L’esercito, nel frattempo, ha chiesto alla popolazione locale di evacuare la zona, mentre il traffico è stato interrotto sull’autostrada Zahrani e deviato sulla strada costiera. Le autorità libanesi non hanno ancora rilasciato alcun commento su quanto accaduto, mentre il procuratore generale della Corte d’Appello del Sud del Libano, Rahif Ramadan, ha aperto un’indagine per comprendere le cause dell’incidente.

Gli impianti petroliferi di Zahrani, situati a circa 50 chilometri da Beirut, fanno parte dell’infrastruttura che ospita le riserve di carburante importato prima della loro distribuzione. È proprio qui, inoltre, che nel mese di settembre scorso sono giunte 16.000 tonnellate di petrolio iracheno, le prime di una serie di forniture concordate da Beirut e Baghdad il 23 luglio scorso. L’Iraq, in particolare, si è detto disposto a fornire al Libano tra le 75.000 e 85.000 tonnellate di carburante al mese, per un anno.

Il contenuto esatto del serbatoio incendiato non risulta essere chiaro. Alcune fonti parlano di benzene, mentre il ministro Fayad ha dichiarato che il serbatoio andato in fiamme, il quale appartiene all’esercito, contiene carburante. A tal proposito, risale al  marzo scorso il ritrovamento, proprio presso l’impianto di Zahrani, di “materiale nucleare pericoloso” da parte di una società tedesca. Si trattava, nello specifico, di otto piccoli contenitori, da meno di 2 chili, contenenti sali di uranio impoverito, rimossi poco dopo essere stati trovati.

L’incendio dell’11 ottobre si è verificato dopo che, il 9 ottobre, la centrale elettrica di Zahrani, una delle più grandi del Libano, e quella di Deir Ammar sono state costrette a chiudere a causa della carenza di olio combustibile, provocando un blackout in tutto il Paese, durato ore. Sebbene in un primo momento si prevedesse che il Libano sarebbe rimasto al buio almeno fino all’11 ottobre, la corrente è stata ripristinata il giorno successivo, il 10 ottobre, secondo quanto riferito dal Ministero dell’Energia libanese. Nell’annunciare il ripristino dell’elettricità, il Ministero ha fatto riferimento all’approvazione, da parte della Banca centrale libanese, di un credito da 100 milioni di dollari per importare carburante destinato alla produzione di elettricità. Non da ultimo, l’esercito libanese ha rifornito le due centrali di circa 600.000 litri di gasolio.

Tuttavia, è da mesi che il Libano deve far fronte a frequenti blackout, oltre a limitazioni giornaliere delle forniture di elettricità, il che costringe la popolazione a fare affidamento su generatori privati alimentati a diesel, anche questa una risorsa in esaurimento. In tale quadro, il 22 settembre, le autorità libanesi hanno stabilito un aumento del prezzo della benzina, pari al 16%, per la seconda volta in una settimana. In realtà, l’apice della crisi di carburante nel Paese mediorientale è stato raggiunto ancora prima, l’11 agosto, con la decisione della Banca centrale di revocare i sussidi sulle importazioni di carburante e di passare ai tassi di mercato, a causa dell’esaurimento delle risorse monetarie in dollari. Il governo allora in carica si è opposto, rifiutandosi di modificare i prezzi di vendita ufficiali, creando una situazione di stallo che ha lasciato gli importatori in un limbo e ha causato il prosciugamento delle forniture in tutto il Paese.

La situazione si è sbloccata il 21 agosto, quando il governo di Beirut ha deciso di modificare il tasso di cambio utilizzato per prezzare i prodotti petroliferi, nel tentativo di far fronte alle gravi carenze, mentre i prezzi del carburante sono aumentati di oltre il 60%. In particolare, il presidente libanese, Michel Aoun, ha annunciato l’approvazione della proposta del Ministero delle Finanze di chiedere alla Banca centrale l’apertura di un conto provvisorio a copertura dell’importazione di combustibili. In tal modo, il tasso di cambio per il carburante sovvenzionato è rimasto a 8.000 lire per dollaro, invece di 3.900 lire, ma ancora al di sotto di un tasso nel mercato parallelo pari a 20.000 sterline. Lo Stato si è impegnato a pagare la differenza, attraverso il suddetto conto provvisorio che, però, ha erogato fino a un massimo di 225 milioni di dollari, e solo fino a fine settembre 2021. Inoltre, attraverso il bilancio 2022, Beirut dovrà restituire tali fondi alla Banca centrale.

Circa i sussidi, anche il premier neoeletto, Najib Mikati, ha dichiarato che questi verranno revocati, in quanto il 74% di tali fondi, nel corso dell’ultimo anno, è stato impiegato in modo improprio da commercianti e persone corrotte. Le dichiarazioni di Mikati sono giunte dopo che le riserve valutarie della Banque du Liban sono state rifornite, il 17 settembre, da oltre un miliardo di dollari, derivanti dai diritti speciali di prelievo del Fondo Monetario Internazionale (FMI). A tal proposito, nella dichiarazione ministeriale con cui ha chiesto fiducia al Parlamento, il 20 settembre, il nuovo governo si è impegnato a “riprendere immediatamente i negoziati con il FMI per raggiungere un accordo su un piano di sostegno”.

L’obiettivo è far fronte a una crisi economica che potrebbe essere classificata nella top 10 o tra le peggiori tre registrate a livello internazionale dalla metà del diciannovesimo secolo. Oltre a una svalutazione della moneta pari a circa il 90%, il tasso di inflazione ha raggiunto cifre record. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Amministrazione centrale di statistica del Libano, l’indice dei prezzi al consumo è aumentato del 137,8% ad agosto, rispetto allo stesso periodo del 2020, mentre a luglio era salito del 123,4%. Tale percentuale supera le cifre registrate in Venezuela e Zimbabwe,Paesi  anch’essi caratterizzati da una grave inflazione. In tale quadro, in un rapporto del 3 settembre, ESCWA ha evidenziato un crescente aumento del tasso di povertà in Libano, passato dal 25% del 2019 al 55% del 2020, fino a circa il 74% nell’anno in corso.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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