Iraq: la popolazione alle urne per rinnovare il Parlamento

Pubblicato il 9 ottobre 2021 alle 7:38 in Iraq Medio Oriente

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La popolazione irachena è chiamata a recarsi alle urne, domani, 10 ottobre, per le elezioni legislative. Si tratta di una delle maggiori richieste emerse dall’ondata di mobilitazione popolare scoppiata il primo ottobre 2019, ma, ad oggi, ci si interroga sulla reale possibilità di cambiamento.

In particolare, l’elettorato iracheno, composto da circa 25 milioni di cittadini, su una popolazione di oltre 40 milioni di abitanti, è chiamato a nominare i 329 membri del Consiglio dei Rappresentanti, a loro volta responsabili della nomina del presidente e primo ministro. Quelle del 10 ottobre sono elezioni anticipate, in quanto inizialmente previste per il 2022. In un primo momento, queste erano state calendarizzate per il 6 giugno scorso, ma sono state successivamente rinviate. In realtà, già l’8 ottobre si sono aperti i seggi elettorali per i dipendenti dei Ministeri della Difesa e dell’Interno, del Servizio antiterrorismo, del Ministero dell’Interno della Regione, del Ministero dei Peshmerga, e per sfollati e detenuti iracheni, per un totale di oltre un milione di persone.

Le ultime elezioni parlamentari in Iraq risalgono, invece, al 12 maggio 2018. Queste furono caratterizzate da un tasso di affluenza del 44,52%, definito basso, e dalla vittoria inaspettata di Muqtada al-Sadr, un clerico sciita postosi a capo dell’alleanza Sairoon. Ora, secondo i dati dell’Alta Commissione Elettorale, sono 3249 i candidati che si sono registrati, tra cui 951 donne e 789 indipendenti. Il numero rappresenta un forte calo rispetto alle precedenti elezioni, dove concorsero 6.982 candidati.

Tale diminuzione è stata attribuita altresì all’adozione di una nuova legge elettorale, ratificata dal presidente iracheno, Barham Salih, il 5 novembre 2020, la quale non consente più ai partiti di fare campagna elettorale su liste unificate. L’obiettivo è consentire agli elettori di assegnare la propria preferenza non solo ai partiti politici, ma anche a candidati indipendenti, così da ridurre il monopolio dei partiti tradizionali. Nel fare ciò, le diciotto province del Paese sono state divise in 83 collegi uninominali da diecimila elettori, diversamente dal passato dove ogni provincia fungeva da singolo distretto elettorale. I seggi saranno assegnati a coloro che otterranno il maggior numero di voti nelle liste elettorali della propria circoscrizione. Inoltre, il 25% dei seggi verrà destinato a quote rosa, mentre 9 a minoranze religiose o etniche, di cui 5 ai cristiani. I rappresentanti eletti rimarranno in carica per un periodo di quattro anni.

Un’altra novità significativa è la presenza di osservatori internazionali, inviati anche dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea, il cui obiettivo è garantire l’equità e la trasparenza del processo elettorale e prevenire fenomeni di frode e astensione, dissipando i timori di chi teme violenze e compravendita di voti, elementi che hanno spinto la popolazione ad avere scarsa fiducia. Come affermato, il 7 settembre, dall’Alto rappresentante delle Nazioni Unite in Iraq, Jeanine Hennis-Plasschaert, lo svolgimento delle elezioni sarà molto diverso dal 2018, considerato che vi saranno nuove rigide misure. Una società di revisione indipendente terrà sotto controllo il conteggio dei voti, mentre per prevenire l’abuso delle tessere elettorali elettroniche, queste saranno disabilitate per 72 ore, dopo che una persona avrà votato, così da evitare una doppia votazione. Inoltre, per prevenire frodi, i risultati provvisori saranno mostrati in tutto il Paese. In passato, invece, questi venivano annunciati una volta che le schede erano state trasferite e contate presso la sede della commissione. Parallelamente, il presidente Salih, il primo ministro al-Kadhimi e i leader delle forze politiche hanno firmato una nuova intesa denominata “Codice di condotta elettorale”, che obbliga i partiti a non interferire con i compiti del Commissione Elettorale, e creare pari opportunità per i candidati.

Circa i candidati, la scena politica irachena sembra essere ancora dominata da forze politiche tradizionali, nonostante i movimenti di protesta del 2019 e l’ingresso in politica di esponenti più vicini alla popolazione e alle sue ambizioni. All’interno dell’ala sciita sono quattro le coalizioni principali. La prima è quella guidata da Muqtada al-Sadr, vincitore delle precedenti elezioni e alla guida della maggiore coalizione nel Parlamento appena sciolto. Si tratta di una figura popolare coinvolta nella politica irachena dal 2005, definito un populista, e dotato anche di una propria forza armata affiliata alle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF). Egli si è più volte detto contrario alla presenza degli USA, ma, allo stesso tempo, non ha mai accolto con favore l’influenza dell’Iran all’interno del panorama iracheno. Sadr, in un primo momento, era tra i sostenitori dei movimenti di protesta di ottobre, a tal punto che inviò propri sostenitori, i “caschi blu”, per proteggere i manifestanti. La sua posizione è mutata con la morte del generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso a seguito di un raid statunitense, il 3 gennaio 2020. Da quel momento in poi, i seguaci di Sadr, oltre ad abbandonare le piazze, sono stati accusati di veri e propri attacchi contro i manifestanti iracheni. Anche per le elezioni, Sadr aveva inizialmente deciso di non candidarsi, dopo l’incidente del 13 luglio in un ospedale Covid a Nassiriya, ma ha cambiato idea quando ha ricevuto un “documento di riforma” che l’avrebbe convinto della reale possibilità di apportare cambiamenti nel Paese e liberarlo dalla corruzione.

La seconda coalizione è Fatah, arrivata seconda alle elezioni del 2018. Questa è guidata da Hadi al-Amiri, capo dell’organizzazione Badr, affiliata alle Forze di Mobilitazione Popolare. La terza maggiore coalizione sciita è, poi, la National Power of the State Coalition, formata da un altro clerico sciita, Amar al-Hakim, e l’ex premier Haider Abadi. Infine, vi è “Stato di Diritto”, coalizione guidata dall’ex primo ministro Nuri al-Maliki, leader del partito Dawa, il quale ha ricoperto il mandato più lungo come primo ministro tra il 2006 e il 2014.

All’interno dell’alleanza sunnita sono emersi tre blocchi principalmente radicati nell’Ovest iracheno, guidati da milionari e uomini d’affari con legami nel Golfo. Uno è il presidente del Parlamento in carica Mohammed al-Halbousi, a capo dell’alleanza Taqaddum, particolarmente radicata ad Anbar. L’altra coalizione è al-Azm e vede a capo Khamis al-Khanjar, un imprenditore sunnita che gode di buone relazioni con Qatar e Iran, ma sanzionato dagli USA per corruzione. Infine, vi è il Progetto di Salvezza Nazionale, di Osama al-Nujaifi, ex vicepresidente, particolarmente influente a Mosul. Infine, vi sono i partiti curdi, tra cui, il Partito Democratico del Kurdistan guidato da Massoud Barzani e la Patriotic Union of Kurdistan (PUK), alleatasi con il Change Movement.

Indire elezioni anticipate è stata una delle prime promesse del primo ministro, Mustafa al-Kadhimi. Il sui mandato ha avuto inizio il 7 maggio 2020, dopo mesi caratterizzati da una forte mobilitazione, alla base della caduta dell’esecutivo precedente, guidato da Adil Abd al-Mahdi. In realtà, anche la squadra di al-Kadhimi è stata accusata di non essere stata in grado di mantenere le promesse di riforma, né tantomeno di garantire la sicurezza dei manifestanti e degli attivisti che hanno continuato a mostrare il proprio malcontento in modo pacifico, ma che, invece, sono stati vittima di minacce, rapimenti, torture e omicidi da parte di gruppi non ancora identificati. Non da ultimo, l’Iraq continua a far fronte a problematiche di carattere economico e sociale, oltre alla perdurante minaccia dello Stato Islamico.

Circa i possibili cambiamenti nella mappa politica irachena, Ihsan Al-Shammari, capo del “Centro per il pensiero politico” in Iraq, ha riferito ad Asharq Al-Awsat che le forze tradizionali potrebbero ottenere l’80% di seggi parlamentari o poco meno, mentre dal 15 al 20% si prevede sarà destinato a partiti o personalità indipendenti. Tra gli scenari proposti vi è un ritorno alla stessa consuetudine del passato, con riferimento alla separazione dei poteri tra sunniti, sciiti e curdi, rispettivamente a capo di Parlamento, governo e presidenza della Repubblica. Per al-Shammari, poi, non mancheranno conflitti, disaccordi, e scambi di accuse, ma è stato scongiurato il rischio di scontri armati. Ad ogni modo, sarà difficile assistere a un cambiamento significativo nel panorama iracheno, il che potrebbe spingere la popolazione a ribellarsi, aprendo le porte verso una nuova crisi. Infine, altri esperti ritengono che sarà difficile per le alleanze e i partiti in carica ottenere la maggioranza necessaria per andare al governo, pari a 165 seggi. In tal caso, non è da escludersi un nuovo mandato per al-Kadhimi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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