Siria, Aleppo: dagli scontri tra Ankara e le SDF ai raid aerei di Mosca

Pubblicato il 8 ottobre 2021 alle 9:54 in Siria Turchia

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Aerei da guerra russi hanno lanciato raid nei pressi di una postazione turca, nella periferia di Aleppo, nel Nord della Siria, il 7 ottobre. Poche ore prima, il Ministero della Difesa di Ankara aveva annunciato la morte di un proprio soldato, a seguito di un attacco missilistico perpetrato, nella medesima regione, dalle Syrian Democratic Forces (SDF).

Circa quest’ultimo episodio, l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR) ha parlato di attacchi aerei “reciproci” tra le forze turche e i gruppi ad esse fedeli, da un lato, e le SDF, dall’altro lato, nella periferia Nord di Aleppo e, nello specifico, nei pressi della base militare turca di al-Tuwais, ad Est della città di Marea. Si tratta di una zona posta sotto il controllo della Turchia e di gruppi ad essa affiliati. A tal proposito, il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha dichiarato, nella sera del 7 ottobre, che le forze turche hanno fin da subito iniziato le operazioni alla ricerca dei terroristi che hanno provocato la morte del loro “eroico compagno” e che 5 attentatori sono stati già uccisi. “La lotta continuerà fino a quando l’ultimo terrorista non verrà neutralizzato”, ha specificato Akar. A detta del SOHR, inoltre, le forze di Ankara hanno preso di mira, con decine di razzi e proiettili di artiglieria, le aree della diga di al-Shahba, al-Samouqiah e altre località circostanti.

Parallelamente, un leader dell’Esercito Nazionale Siriano ha affermato che i raid di Mosca hanno colpito la medesima regione, per la terza volta nell’arco di settimane. Fonti locali hanno specificato che i raid russi, perpetrati circa tre ore dopo l’uccisione del soldato turco, sono stati condotti per mezzo di un Sukhoi-35, il quale avrebbe lanciato missili contro le linee di contatto che separano le aree controllate dalle SDF e le aree di controllo dell’Esercito Nazionale, altresì noto come Esercito Siriano Libero (ESL).

Ciò è avvenuto mentre, sempre il 7 ottobre, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha tenuto una conversazione telefonica con il suo omologo russo, Vladimir Putin, durante la quale i due hanno discusso di una serie di questioni bilaterali e regionali, in primo luogo gli ultimi sviluppi a Idlib, regione del Nord-Ovest della Siria, ultima roccaforte dei gruppi di opposizione. La telefonata è giunta a circa una settimana di distanza dall’incontro di Sochi, del 29 settembre, durante il quale i due capi di Stato hanno riferito di voler preservare la tregua stabilita a Idlib con l’accordo del 5 marzo 2020. Tuttavia, Mosca si è detta determinata ad allontanare i “terroristi estremisti” dalla regione Nord-occidentale e a porre fine alla presenza straniera, quella degli Stati Uniti in primis. Per la Russia, la cui presenza in Siria sarebbe legittima, Idlib ospita “gruppi terroristici” che continuano ad attaccare le postazioni dell’esercito siriano nella zona di de-escalation, e a perpetrare azioni contro le unità russe attive nell’area.

In tale quadro, il portavoce del Partito turco della Giustizia e dello Sviluppo, Omer Celik, in dichiarazioni rilasciate nella sera del 6 ottobre, ha messo in guardia da qualsiasi tensione a Idlib, che rischierebbe di provocare nuove ondate migratorie e “tragedie umanitarie”. Motivo per cui, la Turchia desidera preservare il cessate il fuoco a Idlib così come nelle altre regioni siriane, mentre è stata ribadita la necessità di giungere a una pace a lungo termine nel Paese. A tal proposito, Celik ha riferito che Ankara sta seguendo da vicino anche i lavori del Comitato costituzionale, mentre continua a monitorare i movimenti di quelle che sono state definite “organizzazioni terroristiche” nell’Est dell’Eufrate, con riferimento alle Unità di Protezione Popolare curde (YPG) e alle SDF.

Le dichiarazioni di Celik fanno seguito a quelle del presidente Erdogan, del 5 ottobre. In particolare, il capo di Stato turco ha riferito alla stampa che il suo Paese sta compiendo grandi sforzi nella regione di Idlib, dove la presenza turca ha salvato la vita di milioni di persone. Ad ogni modo, per il presidente, “la comunità internazionale non può permettere che la crisi siriana continui per altri dieci anni”. Motivo per cui, è necessario trovare una soluzione politica, “che soddisfi le aspirazioni del popolo siriano” e che sia basata sulla risoluzione n. 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Le Syrian Democratic Forces sono un’alleanza multi-etnica e multi-religiosa, composta da curdi, arabi, turkmeni, armeni e ceceni. Il braccio armato principale, nonché forza preponderante, è rappresentato dalle Unità di Protezione Popolare curde (YPG). Fin dalla loro formazione, il 10 ottobre 2015, le SDF hanno svolto un ruolo fondamentale nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria, contribuendo alla progressiva liberazione delle roccaforti occupate dai jihadisti. Le loro operazioni sono state perlopiù sostenute dagli Stati Uniti, che forniscono armi e copertura aerea, mentre la Turchia non accetta la loro presenza al confine siro-turco. La Turchia, da parte sua, si oppone alla presenza delle SDF in un’area così vasta al confine con i propri territori. Motivo per cui, nel corso degli anni, Ankara ha condotto diverse operazioni. L’ultima, soprannominata “Fonte di pace”, risale al 9 ottobre 2019 e ha consentito ai gruppi turchi di prendere il controllo di alcune città del Nord-Est della Siria, tra cui Tell Abyad e Ras al-Ain.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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