Yemen: sventato un attacco Houthi contro l’Arabia Saudita

Pubblicato il 7 ottobre 2021 alle 8:28 in Arabia Saudita Yemen

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La coalizione internazionale a guida saudita ha riferito, il 6 ottobre, di aver distrutto un sito adibito al lancio di droni e di aver intercettato una serie di droni carichi di esplosivo prima che questi colpissero l’aeroporto di Abha, nel Sud dell’Arabia Saudita.

In particolare, la piattaforma è stata distrutta a Saada, una regione del Nord dello Yemen prevalentemente controllata dalle milizie di ribelli sciiti Houthi. Circa i droni, invece, stando a quanto specificato dall’alleanza internazionale, la loro distruzione ha provocato il ferimento di 4 individui, dipendenti dell’aeroporto. Inoltre, i frammenti degli esplosivi distrutti hanno causato danni materiali alla struttura aeroportuale. Nelle ore precedenti, la coalizione ha altresì intercettato e distrutto due droni presso il governatorato yemenita di al-Jawf, anch’essi presumibilmente diretti contro i territori sauditi, mentre sono state distrutte tre imbarcazioni esplosive a largo delle coste occidentali di Hodeidah.

Così come ribadito in precedenza, per Riad i tentativi degli Houthi di colpire oggetti e soggetti civili rappresentano un crimine di guerra. La coalizione, da parte sua, si è detta impegnata ad adottare le misure operative necessarie a frenare minacce simili. Inoltre, è stato evidenziato come gli sforzi profusi abbiano contribuito a salvaguardare la sicurezza delle rotte di navigazione nello stretto di Bab al-Mandeb e nel Sud del Mar Rosso. Anche il ministro dell’Informazione yemenita, Muammar al-Eryani, è intervenuto sulla questione, affermando che gli “atti terroristici” perpetrati dai ribelli, con il sostegno dell’Iran, rappresentano una minaccia per le compagnie marittime internazionali. Inoltre, a detta del ministro, la perdurante fabbricazione di imbarcazioni esplosive da parte delle milizie sciite e l’utilizzo del porto di Hodeidah a tale scopo dimostrano come i ribelli stiano “sfruttando” l’accordo di Stoccolma, del 13 dicembre 2018, per portare avanti i propri piani e quelli iraniani, minacciando, al contempo, interessi internazionali. Alla luce di ciò, la comunità internazionale, le Nazioni Unite e gli Stati Uniti sono stati esortati a condannare operazioni simili e ad assumersi le proprie responsabilità per preservare pace e sicurezza a livello regionale e internazionale.

È dall’ingresso della coalizione a guida saudita nel conflitto yemenita, il 26 marzo 2015, che il Regno è considerato dagli Houthi un obiettivo legittimo da colpire, in risposta al perdurante assedio in Yemen da parte delle forze yemenite filogovernative e dell’alleanza internazionale che le coadiuva. Gli attacchi denunciati da Riad hanno interessato strutture vitali, di tipo sia economico sia militare, tra cui le infrastrutture petrolifere appartenenti alla Aramco Oil Company e l’aeroporto internazionale di Abha, considerato l’obiettivo più vicino al confine con lo Yemen. Diversamente dagli anni precedenti, quando gli Houthi facevano uso prevalentemente di missili balistici, dal 2020 le milizie sciite hanno iniziato ad impiegare maggiormente droni e imbarcazioni cariche di trappole esplosive. Si tratta di armi definite “qualitative”, che hanno consentito ai ribelli di effettuare operazioni a sorpresa nei porti sauditi, tra cui Jizan e Gedda.

Tale questione è stato discussa anche dall’inviato speciale dell’Onu in Yemen, Hans Grundberg, recatosi dapprima a Riad, dal 3 ottobre, e successivamente in Yemen, presso la capitale de iure Aden. Nelle dichiarazioni rilasciate il 6 ottobre, Grundberg ha messo in luce la “urgente necessità” di cambiare rotta e lavorare verso una soluzione politica inclusiva, il cui obiettivo dovrebbe essere porre definitivamente fine al conflitto in Yemen e consentire al Paese di riprendersi e crescere.

La guerra civile in Yemen ha avuto inizio a seguito del colpo di Stato Houthi del 21 settembre 2014, e vede contrapporsi i ribelli sciiti, sostenuti da Teheran, e le forze legate al governo yemenita, riconosciuto a livello internazionale, a loro volta coadiuvate da una coalizione guidata dall’Arabia Saudita e in cui partecipano anche Emirati Arabi Uniti, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait e Bahrain.

Al momento, mentre continua la violenta offensiva a Ma’rib, regione situata a circa 120 chilometri a Est di Sanaa, gli sforzi internazionali mirano a convincere le parti belligeranti a sedersi al tavolo dei negoziati. La stessa Arabia Saudita, il 22 marzo scorso, si era fatta promotrice di una “iniziativa di pace” volta a stabilire un cessate il fuoco in tutto lo Yemen, sotto l’egida delle Nazioni Unite, rigettata, però, dalle milizie Houthi. Poi, anche gli USA, attraverso il proprio inviato Timothy Lenderking, hanno elaborato un piano sulla base dei principi della “dichiarazione congiunta” elaborata dall’ex inviato dell’Onu, Martin Griffiths. Tra i punti stabiliti vi erano un cessate il fuoco in tutto il Paese, inclusa la fine dei raid sauditi contro i territori yemeniti e degli attacchi dei ribelli contro il Regno, l’apertura dell’aeroporto di Sanaa, l’ingresso di rifornimenti di carburante presso il porto di Hodeidah e la ripresa di negoziati e consultazioni. Tuttavia, i ribelli Houthi e l’inviato statunitense non hanno trovato un accordo sui meccanismi, i dettagli e le condizioni per il cessate il fuoco. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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