Rep. Centrafricana: attacco contro un convoglio stradale, almeno 20 morti

Pubblicato il 7 ottobre 2021 alle 6:41 in Africa Repubblica Centrafricana

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Almeno 20 persone sono state uccise in Repubblica Centrafricana, martedì 5 ottobre, dopo che un gruppo di ribelli ha teso un’imboscata e dato fuoco a tre autotreni che trasportavano alcuni passeggeri dalla città di Bambari verso quella di Alindao, nel Sud del Paese. I miliziani sarebbero legati alla Coalizione dei Patrioti per il Cambiamento (CPC). L’attacco è avvenuto in una foresta nei dintorni della strada. Lo ha specificato, mercoledì 6 ottobre, Victor Bissekoin, prefetto di Ouaka, la regione dove si trovano le due città.

“Questo è un evento molto sfortunato perché persone innocenti hanno perso la vita”, ha detto Bissekoin. Le immagini circolate online hanno mostrato la cabina carbonizzata di un semirimorchio circondato da almeno 10 corpi senza vita. Ciò suggerisce che i civili siano morti a seguito dell’incendio. Un membro del personale della missione delle Nazioni Unite in Repubblica Centrafricana (MINUSCA) ha confermato l’attentato, ma non ha fornito ulteriori dettagli.

La nazione, ricca di oro e diamanti e abitata da circa 4,7 milioni di persone, ha subito attacchi di ampia portata da quando l’ex presidente, Francois Bozize, è stato estromesso dal potere, nel 2013. Centinaia di migliaia di abitanti sono rimasti sfollati. Gli attuali combattimenti tra l’esercito nazionale, da un lato, e una coalizione di milizie ribelli, dall’altro, sono stati innescati da una decisione della Corte costituzionale che ha vietato a Bozize di candidarsi alle ultime elezioni presidenziali, in seguito alle quali l’attuale presidente, Faustin-Archange Touadera, ha ottenuto il suo secondo mandato.

Nel Paese africano, il conflitto era scoppiato per la precisione il 10 dicembre 2012, quando un gruppo di milizie a maggioranza islamica, situato nel Nord del Paese e noto come Seleka (“coalizione” in lingua Sango), ha lanciato un’offensiva contro il governo Bozize. Successivamente, il 24 marzo 2013, i combattenti sono riusciti a prendere il controllo della capitale, nel quadro di un vero e proprio colpo di Stato. All’offensiva e alle violenze dei Seleka si sono contrapposte quelle della coalizione anti-Balaka, composta soprattutto da combattenti cristiani del Sud. Dopo oltre un anno di violenze, che hanno portato le Nazioni Unite a parlare di genocidio, il 24 luglio 2014, fazioni ex Seleka e rappresentanti anti-Balaka hanno firmato un accordo di cessate il fuoco. Alla fine del 2014, la Repubblica Centrafricana è stata di fatto divisa in due parti, con i militanti cristiani che controllavano il Sud e l’Ovest, da cui la maggior parte dei musulmani era stata evacuata, e i gruppi ex-Seleka, stanziatisi nel Nord e nell’Est del Paese. La presenza di truppe internazionali ha cercato di garantire stabilità, ma le tensioni non sono mai cessate.

Il 5 gennaio 2021, Touadéra è stato rieletto presidente per la seconda volta, a seguito di una tornata caratterizzata da un’affluenza alle urne pari a meno di un elettore su tre. Il Paese è stato scosso, fin da alcuni giorni prima del voto, da ondate di violenza da parte di una coalizione di gruppi ribelli e dagli appelli dell’opposizione a rimandare lo scrutinio. Le forze di sicurezza, sostenute dai caschi blu delle Nazioni Unite, sono riuscite a respingere l’offensiva e, da allora, l’esercito, coadiuvato dalle forze onusiane, dalle forze speciali ruandesi e da paramilitari russi, ha strappato gran parte del territorio al controllo dei ribelli. Proprio la Russia è tra gli attori internazionali attivi nell’arena centrafricana, dove, dal 2018, Mosca presta sostegno a un esercito nazionale mal equipaggiato. I paramilitari russi hanno fornito armi di piccolo calibro, ottenendo l’esenzione dall’apposito embargo imposto per la prima volta dall’Onu circa 7 anni fa, e hanno il merito di aver contribuito a rafforzare le forze del Paese. Tuttavia, un rapporto delle Nazioni Unite, circolato a giugno scorso e visionato dall’agenzia di stampa Reuters, ha accusato gli istruttori militari russi e le truppe della Repubblica centrafricana di commettere abusi contro i civili attraverso un uso eccessivo della forza, uccisioni indiscriminate, occupazione di scuole e saccheggi su larga scala. Il Cremlino ha respinto tutte le accuse e ha definito una “menzogna” l’idea che gli istruttori russi abbiano preso parte a omicidi o rapine. Di recente, Mosca ha inviato un gruppo di 600 istruttori militari nella Repubblica Centrafricana per addestrare l’esercito, la polizia e la gendarmeria nazionale, stando quanto riferito dal Ministero degli Esteri russo a inizio luglio. Prima di allora, la Russia ha riconosciuto il dispiegamento di circa 500 istruttori, ma gli esperti delle Nazioni Unite stimano che potrebbero essere fino a 2.000.

Il 29 luglio di quest’anno, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha esteso l’embargo sulle armi e il regime di sanzioni mirate nei confronti della Repubblica Centrafricana per altri 12 mesi. L’embargo contro il Paese africano era stato introdotto nel dicembre 2013, mentre l’anno successivo, il 2014, è stato imposto un regime di sanzioni. L’obiettivo rimane tuttora impedire ai gruppi armati attivi nel Paese di acquisire armi ma, diversamente dalle disposizioni precedenti, è stata stabilità un’esenzione per i colpi di mortaio. Il 31 luglio, il viceambasciatore russo all’Onu, Dmitry Polyanskiy, ha incoraggiato il governo della Repubblica Centrafricana a rispettare i parametri di riferimento delle Nazioni Unite per poter aspirare alla revoca dell’embargo sulle armi, il prossimo anno.

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Chiara Gentili

di Redazione

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