Mali: convoglio di militari colpito da un’esplosione

Pubblicato il 7 ottobre 2021 alle 13:04 in Africa Mali

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Un attacco condotto tramite un ordigno esplosivo improvvisato (IED), mercoledì 6 ottobre, nella regione di Mopti, nel Mali centrale, ha provocato la morte di circa 16 soldati e il ferimento di almeno 10, secondo quanto si apprende da fonti sanitarie e di sicurezza. L’episodio, che ha interessato nello specifico il villaggio di Bodio, si aggiunge alla spirale di violenza che caratterizza il Paese del Sahel dalla rivolta islamista avvenuta circa nove anni fa, nel 2012, nel Nord della nazione. La ribellione, che si è poi espansa nelle regioni centrali e nei Paesi circostanti, come Niger e Burkina Faso, è costata la vita a migliaia di soldati e civili, nonostante gli sforzi dell’esercito maliano e dei contingenti regionali o internazionali. 

In una dichiarazione rilasciata per commentare l’incidente di mercoledì, l’esercito del Mali ha affermato di aver hanno resistito ad un “complesso attacco condotto con IED”. “Il bilancio delle vittime è pesante: 16 soldati morti, altri 17 feriti e 30 jihadisti uccisi”, ha dichiarato un funzionario locale, che ha preferito rimanere anonimo, all’agenzia di stampa Reuters.

I gruppi jihadisti usano comunemente ordigni esplosivi improvvisati collocati lungo le strade per compiere i loro attacchi. Tra gli episodi più recenti, il 2 settembre, una di queste esplosioni ha ucciso quattro soldati maliani, nel centro del Paese. Pochi giorni dopo, il 12 settembre, un’altra imboscata ha provocato la morte di 5 militari. Entrambi gli attentati sono stati rivendicati dal Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani (GSIM), un “cartello” jihadista, affiliato ad al Qaeda, che comprende al suo interno quattro formazioni terroristiche minori, ovvero Katiba Macina, Al Murabitoun, Ansar Dine e Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM). Il GSIM ha altresì rivendicato, ancora più recentemente, il 28 settembre, un attacco contro un convoglio nel Mali occidentale che ha ucciso almeno 5 gendarmi. Anche un militare francese è morto, il 24 settembre, in uno scontro con miliziani armati vicino al confine tra Mali e Burkina Faso.

Il Paese, soprattutto le sue regioni centrali, come Mopti, Gao e Segou, è diventato uno dei teatri più violenti dell’insurrezione jihadista in Africa. L’epicentro degli attacchi riguarda soprattutto la cosiddetta “triborder area” o zona di Liptako-Gourma, dove si incontrano le frontiere di Burkina Faso, Niger e Mali. Nonostante la presenza di migliaia di truppe francesi e di un contingente delle Nazioni Unite, il conflitto si è espanso in tutto il Sahel, minacciando la stabilità degli Stati della regione ed accendendo le rivalità tra gruppi etnici locali. Oltre al GSIM, anche lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) è considerato responsabile di gran parte degli attacchi che avvengono nella “triborder area”. Il 16 settembre, le forze francesi, che operano nell’area all’interno della cosiddetta Operazione Barkhane, hanno “neutralizzato”, con un attacco condotto per mezzo di droni, nel Mali settentrionale, il leader dell’ISGS, Adnan Abou Walid al-Sahrawi. Il comandante jihadista era stato accusato di essere il mandante dell’uccisione di 6 operatori umanitari francesi in Niger, il 9 agosto 2020, ed era ricercato dagli Stati Uniti per un attacco mortale, il 4 ottobre 2017, contro le truppe statunitensi sempre in Niger. In tale episodio, 4 membri delle forze speciali statunitensi e 4 soldati nigerini erano rimasti uccisi.

Nel giugno di quest’anno, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha annunciato un importante ridimensionamento della sua forza anti-jihadista attiva nel Sahel, dopo più di otto anni di presenza militare nella vasta regione. Il contingente, che attualmente conta 5.100 soldati, verrà ridotto a circa 2.500-3.000 uomini. Al posto dell’Operazione Barkhane, è stata installata nell’area di Liptako-Gourma una nuova missione a guida europea, nota con il nome di Task Force Takuba, composta dalle forze armate, affiancate dalle forze speciali, di diversi Stati membri del blocco. I Paesi coinvolti, oltre all’Italia, sono Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Svezia e Regno Unito. Nel nostro Paese, l’operazione è stata approvata con il Decreto Missioni del 16 luglio 2020, durante il governo guidato dall’ex premier Giuseppe Conte. Roma partecipa alla Task force con un contributo di 200 unità di personale militare, 20 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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