Siria: la Turchia invia rinforzi a Idlib, il mondo arabo si apre a Damasco

Pubblicato il 6 ottobre 2021 alle 10:57 in Siria Turchia

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Le forze della Turchia hanno riferito di aver creato una nuova postazione nel Sud di Idlib, governatorato siriano Nord-occidentale, ultima roccaforte dei gruppi dell’opposizione. Nel frattempo, a livello politico, il riavvicinamento tra Damasco e la Giordania fa presagire un graduale rafforzamento del governo siriano, a danno dei ribelli stessi.

Il conflitto civile siriano è in corso oramai da circa dieci anni. Questo è scoppiato il 15 marzo 2011, quando parte della popolazione siriana ha iniziato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano, Bashar al-Assad. L’esercito del governo siriano è coadiuvato da Mosca, oltre ad essere appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah. Sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia.  Al momento, i gruppi di opposizione sono riusciti a preservare la propria presenza nella regione Nord-occidentale di Idlib. Qui, il 5 marzo 2020, Russia e Turchia hanno raggiunto un cessate il fuoco, volto a scongiurare una violenta escalation. Tuttavia, da tale data, le tensioni non sono mai mancate. A tal proposito, anche nella mattina del 6 ottobre, attivisti locali hanno parlato di bombardamenti da parte delle forze siriane contro Kansafra, Sufuhun e Al-Fatirah a Jabal al-Zawiya, i quali hanno causato danni materiali a proprietà civili. Nella sera precedente, il 5 ottobre, e le fazioni di opposizione hanno colpito le postazioni dell’esercito damasceno nell’Est di Idlib, nel Nord-Ovest di Hama e nella periferia occidentale di Aleppo, in risposta alla perdurante violazione del cessate il fuoco. 

Le forze turche, da parte loro, hanno riferito, il 3 ottobre, di essere tuttora impegnate a garantire sicurezza e stabilità nel governatorato, oltre a rispettare il cessate il fuoco. Parallelamente, nelle ultime settimane è stata monitorata una loro continua mobilitazione, tra cui l’invio di rinforzi militari, carri armati, artiglieria pesante e veicoli corazzati. Questi sono stati diretti presso Jabal al-Zawiya, nel Sud di Idlib, dove è stata istituita una nuova postazione militare. In tal modo, i combattenti di Ankara, al momento, risultano essere dispiegati in 79 basi e postazioni militari nel Nord-Ovest della Siria, nella cosiddetta “safe-zone” stabilita con i precedenti accordi con la parte russa. Tale mobilitazione mira, secondo alcuni, ad impedire all’esercito damasceno di avanzare a Idlib, visto il continuo desiderio di Damasco di portare avanti i propri piani espansionistici, e, al contempo, di allentare la pressione della Russia.

Quest’ultima, nel corso dell’incontro del 29 settembre tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan, svoltosi a Sochi, avrebbe mostrato una “posizione dura”, ribadendo la necessità di allontanare i “terroristi estremisti” dalla regione Nord-occidentale e di porre fine alla presenza straniera, quella degli Stati Uniti in primis. Per la Russia, la cui presenza in Siria sarebbe legittima, Idlib ospita “gruppi terroristici” che continuano ad attaccare le postazioni dell’esercito siriano nella zona di de-escalation, e a perpetrare azioni contro le unità russe attive nell’area. Ankara, da parte sua, sembra non desiderare uno scontro militare con Mosca ed è per questo che si starebbe adoperando per limitare la pressione del governo siriano e del suo alleato russo su Idlib.

Di recente, diversi analisti hanno altresì messo in luce il riavvicinamento di alcuni Paesi arabi, tra cui la Giordania, al governo legato al presidente Assad. Secondo quanto riporta il quotidiano al-Arab, ciò accade perché i vicini siriani si sarebbero resi conto della “impossibilità di rovesciare militarmente il regime”. Pertanto, la progressiva apertura dei Paesi mediorientali verso Damasco potrebbe rappresentare il primo passo verso una normalizzazione delle relazioni e il conseguente riconoscimento del governo damasceno a livello internazionale. Di fronte a tale scenario, sottolinea al-Arab, i Paesi occidentali sembrano non mostrare alcuna opposizione, il che potrebbe provocare un indebolimento della posizione dei gruppi di opposizione all’interno del Comitato costituzionale.

Quest’ultimo è un organismo promosso dalle Nazioni Unite per porre fine alla perdurante crisi in Siria, la cui missione è redigere una Costituzione per la Siria, la quale dovrà poi essere votata dal popolo siriano, con l’obiettivo di porre fine al conflitto attraverso un meccanismo in cui siano i siriani stessi ad essere i protagonisti.  Sinora sono cinque i round di colloqui tenuti dal comitato, i quali, però, non hanno portato ad alcun risultato significativo. Il sesto round, secondo quanto riportato dall’inviato speciale dell’Onu Geir Otto Pedersen, è previsto per il 18 ottobre prossimo.

Al momento, il “corteggiamento” dei vicini arabi ha sollevato i dubbi di chi crede che riconoscere il governo di Damasco e porre fine al suo isolamento regionale e internazionale possa far acquisire al regime una forza sempre maggiore, il che lo porterebbe a ritardare il raggiungimento di un accordo all’interno del Comitato, e con esso di una soluzione politica del più ampio conflitto siriano.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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