“Pandora Papers”: le rivelazioni Paese per Paese

Pubblicato il 6 ottobre 2021 alle 12:18 in Asia Medio Oriente USA e Canada

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Un’indagine internazionale basata su 11 milioni di documenti di 14 società offshore ha rivelato che 35 capi di Stato e di governo e oltre 300 politici hanno sfruttato il sistema dei “paradisi fiscali”.     

I risultati di questa inchiesta sono stati pubblicati domenica 3 ottobre, dopo oltre due anni di lavoro, e sono noti come “Pandora Papers”. L’indagine è stata condotta dall’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), un insieme di 600 giornalisti provenienti da 150 media in 117 Paesi. Per l’Italia ha partecipato l’Espresso. Da un’analisi approfondita di oltre 11,9 milioni di documenti, l’ICIJ ha scoperto che 35 capi di Stato e di governo e più di 300 politici, oltre a numerose celebrità internazionali, hanno sfruttato società offshore e trust in paradisi fiscali in tutto il mondo, dalle Isole Vergini britanniche, Seychelles, a Hong Kong e Belize.

Non solo, l’inchiesta ha anche rivelato l’emergere di nuovi hub che si stanno specializzando in questo ambito, come lo stato del South Dakota, negli USA. I documenti rivelano che quasi 360 miliardi di dollari di beni, appartenenti a vari clienti, sono depositati in trust in questo Stato, alcuni dei quali legati a individui e società straniere accusate di violazioni dei diritti umani e altri illeciti. A tale riguardo, i commenti non sono tardati ad arrivare. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato: “L’unica cosa che effettivamente cattura l’attenzione è quale Stato sia la più grande voragine fiscale e offshore del mondo. E, naturalmente, sono gli Stati Uniti”. Tuttavia, è necessario specificare che i Paesi e i politici coinvolti sono numerosi. Ecco un prospetto di quelli più rilevanti. 

Per quanto riguarda il Medio Oriente, in Giordania, risulta che il re Abdullah II abbia accumulato circa 100 milioni di dollari di proprietà negli Stati Uniti e nel Regno Unito attraverso società offshore. Queste sono state acquistate tra il 2003 e il 2017 tramite società registrate in paradisi fiscali e comprendono proprietà a Malibu, nel Sud della California, a Washington e a Londra. DLA Piper, uno studio legale londinese che rappresenta re Abdullah, ha dichiarato all’ICIJ di “non aver mai abusato di denaro pubblico o fatto alcun uso di proventi destinati all’uso pubblico”. Il 4 ottobre, il palazzo reale ha affermato che le proprietà private del re nel Regno Unito e negli Stati Uniti non sono mai state un segreto, aggiungendo che alla base della mancata divulgazione di tali informazioni c’erano motivi di privacy e sicurezza.

Dal Libano, i file trapelati hanno esposto importanti personalità politiche e finanziarie. Tra questi figurano il primo ministro Najib Mikati, il suo predecessore Hassan Diab, il governatore della Banca Centrale, Riad Salameh – attualmente indagato in Francia per presunto riciclaggio di denaro – e l’ex ministro di Stato e presidente della banca Al-Mawarid, Marwan Kheireddine. L’ICIJ ha affermato che Kheireddine e Diab non hanno risposto alle richieste di commento, mentre Salameh ha riferito che dichiara al fisco tutti i suoi beni. Anche il figlio di Mikati, Maher, ha sottolineato che possedere immobili attraverso entità offshore offre maggiore “flessibilità” quando si tratta di affitto, pianificazione successoria e “potenziali vantaggi fiscali”. Aggiungendo: “L’utilizzo di entità offshore potrebbe essere considerato come una forma di evasione fiscale per i cittadini statunitensi e dell’UE, ma questo non è il caso per i libanesi”.

In Pakistan, i “Pandora Papers” mostrano che membri di spicco del governo del primo ministro pakistano, Imran Khan, finanziatori del suo partito e familiari dei potenti generali militari del Paese hanno trasferito milioni di dollari di ricchezza in società offshore. Due membri del gabinetto di Khan (il ministro delle Risorse Idriche, Moonis Elahi, e quello delle Finanze, Shaukat Tarin) figurano nella lista, insieme a più di 700 altri cittadini pakistani. L’ICIJ ha sottolineato che i documenti non contenevano alcun suggerimento che lo stesso Khan – salito al potere nel 2018 sulla base della promessa di arrestare le élite politiche “corrotte” del Pakistan – abbia aperto società offshore.

Dalla Russia, l’inchiesta ha fatto emergere un circolo di individui facoltosi, alcuni dei quali molto vicini al presidente, Vladimir Putin. Svetlana Krivonogikh è diventata proprietaria di un appartamento a Monaco tramite una società offshore costituita nell’isola caraibica di Tortola, nell’aprile 2003, poche settimane dopo aver dato alla luce una bambina. Secondo quanto riferito dal Washington Post, che cita fonti russe critiche, in quegli anni la donna avrebbe avuto una relazione segreta con Putin. Il rapporto ha anche rivelato che l’amministratore delegato della principale stazione televisiva russa, Konstantin Ernst, ha ottenuto un notevole sconto per acquistare e sviluppare un cinema dell’era sovietica e alcune proprietà a Mosca, dopo aver diretto le Olimpiadi invernali del 2014 a Sochi. Ernst ha dichiarato che l’accordo non era segreto e ha negato che gli sia stato riservato un trattamento speciale. 

Anche l’Ucraina è stata interessata dall’inchiesta. Il presidente Volodymyr Zelensky, che più volte ha supportato la causa della lotta all’evasione, ha utilizzato una rete di società offshore per acquistare tre proprietà esclusive a Londra. Il suo ufficio ha commentato affermando che era stato un modo per proteggersi dalle “azioni aggressive” del regime del suo predecessore, il presidente filorusso Viktor Yanukovich. In Azerbaigian, i “Panama Papers” hanno svelato il coinvolgimento del presidente azero, Ilham Aliyev, e della sua famiglia in affari immobiliari in Gran Bretagna per un valore di oltre 500 milioni di dollari. Nello specifico, si fa riferimento a 17 proprietà, tra cui un palazzo di uffici da 44 milioni di dollari a Londra per il figlio di 11 anni. Parte di questo “impero” era già saltata all’occhio con le prime rivelazioni legate ai “Panama Papers”, nel 2016. 

Per la Repubblica Ceca, il rapporto riferisce che il primo ministro ceco Andrej Babis ha trasferito 22 milioni di dollari attraverso società offshore per acquistare una proprietà sulla riviera francese nel 2009. La rivelazione è arrivata in concomitanza con un dibattito televisivo, domenica 3 ottobre, organizzato in vista delle elezioni dell’8-9 ottobre. Babis ha negato di aver commesso illeciti e ha affermato che “il denaro ha lasciato una banca ceca, è stato tassato, era il mio denaro ed è tornato a una banca ceca”. Sempre dall’Est Europa, l’inchiesta rivela che il presidente del Montenegro, Milo Djukanovic, ha costituito un fondo fiduciario con suo figlio nel 2012, utilizzando una complicata rete di società. L’ufficio presidenziale ha affermato che Djukanovic non era ancora in carica in quel periodo. Dopo essere diventato primo ministro, nello stesso anno, Djukanovic ha trasferito tutti i beni a suo figlio e non ci sono state transazioni commerciali da quando è diventato presidente, nel 2018. 

Per il Regno Unito spiccano le transazioni di Tony Blair, primo ministro dal 1997 al 2007, che è diventato proprietario di un edificio vittoriano da 8,8 milioni di dollari nel 2017, acquistando una società delle Isole Vergini britanniche che ne deteneva la proprietà. L’edificio ora ospita lo studio legale di sua moglie, Cherie Blair, secondo l’indagine. I due hanno acquistato l’azienda dalla famiglia dell’ex ministro dell’Industria e del Turismo del Bahrain, Zayed bin Rashid al-Zayani. Questa transazione gli ha fatto risparmiare più di 400.000 dollari in tasse sulla proprietà, secondo l’indagine. Sia i Blair sia gli al-Zayani hanno affermato che inizialmente non sapevano che l’altra parte fosse coinvolta nell’accordo. Un avvocato degli al-Zayani ha aggiunto che la transazione non violava le leggi del Regno Unito. 

In Africa, l’indagine ha coinvolto direttamente il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, che insieme ad alcuni familiari ha creato almeno 7 società offshore per nascondere denaro e beni immobiliari per un valore che supera i 30 milioni di dollari. In India, l’inchiesta ha colpito in modo particolare l’uomo d’affari, Anil Ambani, che è stato associato almeno a 18 società offshore all’estero, tra cui nelle Isole Vergini britanniche e a Cipro. Istituite tra il 2007 e il 2010, sette di queste avevano preso in prestito e investito almeno 1.3 miliardi di dollari, secondo il rapporto. Sebbene non si tratti di un politico, Ambani è abbastanza noto nel Paese e nel mondo. A febbraio del 2020, a seguito di una controversia con tre banche cinesi controllate dallo Stato, l’uomo, presidente di Reliance Group India, aveva dichiarato a un tribunale di Londra che il suo patrimonio netto era pari a zero.

In Cina, l’unica figura pubblica ad essere nominata nei “Pandora Papers” è un’imprenditrice che, secondo il rapporto, ha creato una società offshore per effettuare transazioni con azioni statunitensi. Secondo l’ICIJ, nel 2016, Feng Qiya, delegata del National People’s Congress, ha istituito una società offshore nelle Isole Vergini britanniche chiamata Linkhigh Trading Ltd. Questa disponeva di 2 milioni di dollari di attività ed è stata registrata presso la Securities and Exchange Commission degli Stati Uniti, ma è attualmente inattiva. 

Anche due leader di Hong Kong sono stati nominati nell’inchiesta. Leung Chun-ying, noto come CY Leung, non ha dichiarato il suo reddito derivato dalla vendita di azioni di una società giapponese mentre era ancora capo esecutivo di quella che Pechino considera la Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong . Invece, il miliardario Tung Chee-hwa avrebbe fondato società offshore dopo essersi ritirato dall’incarico. CY Leung è stato il leader dell’esecutivo della RAS di Hong Kong tra il 2012 e il 2017, mentre Tung è stato il primo amministratore della città dopo il passaggio di Hong Kong alla Cina nel 1997. È rimasto in carica fino al 2005. Entrambi ora servono come membri senior di un comitato consultivo per il governo cinese. Alcuni quotidiani hanno suggerito la possibilità che CY Leung possa tentare un ritorno nell’arena politica, alla fine del mandato dell’attuale capo dell’esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam.

Infine, altri esponenti politici sono stati travolti dall’inchiesta, per esempio, in America Latina. In Cile, i documenti trapelati hanno rivelato una condotta quantomeno dubbia del presidente, Sebastian Pinera, uno degli uomini più ricchi del Paese, riguardo alla gestione di una miniera cilena che ha incluso l’utilizzo di società offshore nelle Isole Vergini britanniche. Tuttavia, una dichiarazione rilasciata il 3 ottobre dall’ufficio del presidente ha sottolineato che i pubblici ministeri e i tribunali hanno deciso nel 2017 che non era stato commesso alcun crimine. In Brasile, l’inchiesta ha colpito il ministro dell’Economia, Paulo Guedes, che aveva investimenti multimilionari in una società offshore denominata Dreadnoughts International nelle Isole Vergini britanniche.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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