Libano, gli ultimi sviluppi: dal dialogo con il FMI all’indagine su Beirut

Pubblicato il 5 ottobre 2021 alle 10:56 in Libano Medio Oriente

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Il Ministero delle Finanze libanese ha riferito, il 4 ottobre, di aver ripreso i colloqui tecnici con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), volti a negoziare un piano di salvataggio in grado di risanare la perdurante crisi economica e finanziaria. Nel frattempo, nella medesima giornata, la Corte d’appello di Beirut ha respinto la ricusazione avanzata contro Tarek Bitar, il giudice incaricato delle indagini dell’esplosione che, il 4 agosto 2020, ha devastato il porto della capitale.

In particolare, sono stati presentati due ricorsi nelle ultime settimane, prima, il 24 settembre, dal deputato ed ex ministro Nouhad Machnouk e, successivamente, il primo ottobre, da altri due membri della Camera, Ali Hassan Khalil e Ghazi Zeaiter, sulla base di una presunta parzialità del lavoro di Bitar. Ciò è avvenuto dopo che lo stesso giudice aveva convocato l’ex ministro per un interrogatorio, il primo ottobre. Tale mossa, per Machnouq, contraddiceva la Costituzione e le procedure giudiziarie per presidenti e ministri. Quanto accaduto ha provocato la sospensione delle indagini sull’incidente del 4 agosto, alimentando altresì la rabbia dei familiari delle vittime. Ora, però, con il rifiuto della Corte d’appello, Bitar potrà proseguire le indagini e con esse gli interrogatori di alti funzionari libanesi, sebbene non sia ancora chiaro se il lavoro del giudice possa essere nuovamente ostacolato. Tra gli oppositori più “feroci” alle indagini vi è anche il partito Hezbollah, il quale ha esortato Bitar a cambiare il proprio metodo, pena l’esclusione dal caso.

Nel respingere la ricusazione dei deputati, le autorità giudiziarie libanesi hanno parlato di “incompetenza materiale”, facendo riferimento all’assenza di una giurisdizione specifica per tale causa. I querelanti, inoltre, sono stati obbligati a pagare una multa di 800.000 lire, pari all’incirca a 500 dollari. Come specificato da fonti libanesi, l’istanza presentata dagli avvocati di Machnouq mirava a far guadagnare tempo agli ex ministri in vista della riunione del Parlamento prevista per il 19 ottobre. Da tale data, gli indagati saranno nuovamente protetti dall’immunità istituzionale di cui oggi sono sprovvisti, a causa della transizione tra il governo uscente e il nuovo.

Finora, 25 persone sono state detenute in relazione all’esplosione del 4 agosto 2020, perlopiù lavoratori e funzionari portuali di livello inferiore e medio, oltre ad alti rappresentanti istituzionali e della sicurezza libanese. Tredici sono stati rilasciati, mentre il responsabile doganale, Badri Daher, e il capo dell’autorità portuale di Beirut, Hasan Kraytem, sono ancora detenuti. In tale quadro, il ministro dell’Interno custode, Mohamad Fahmy, non ha concesso l’autorizzazione a perseguire il capo dell’agenzia di Sicurezza Generale, il maggiore generale Abbas Ibrahim, così come richiesto dal giudice Bitar.

In tale quadro, è del 16 settembre un mandato di arresto in contumacia nei confronti di un ex ministro dei Trasporti e dei Lavori Pubblici, Youssef Fenianos, il quale, accusato di “presunto dolo, negligenza e cattiva condotta” in relazione all’esplosione, si è rifiutato di essere interrogato. L’interrogatorio era previsto inizialmente per il 6 settembre, ma era stato successivamente rinviato al 16 settembre, sulla base di due ricorsi presentati dall’avvocato dell’ex ministro, a loro volta legati a presunti vizi formali della richiesta di interrogatorio. Dopo che Fenianos non si è presentato all’interrogatorio, Bitar ha emesso il mandato di arresto.

Gli sviluppi sul dossier dell’incidente del 4 agosto, ancora irrisolto, vanno di pari passo con quelli a livello politico. Dopo uno stallo durato circa tredici mesi, la squadra governativa libanese guidata dal premier Najib Mikati ha ricevuto la fiducia del Parlamento, il 20 settembre scorso. Da tale data, ha avuto inizio il cammino di riforme volto a risanare un quadro economico e finanziario in continuo deterioramento e una delle mosse più attese è la ripresa dei negoziati con il Fondo Monetario Internazionale.

A tal proposito, il 4 ottobre, il Ministero delle Finanze ha annunciato che i colloqui sono ripresi e che il nuovo esecutivo di Beirut è disposto a portarli avanti. Le discussioni avevano avuto inizio a maggio 2020 e avevano visto protagonista una squadra incaricata dall’allora premier Hassan Diab, a cui era stato chiesto di redigere un rapporto sulle perdite finanziarie del Paese, in crisi dalla fine dell’estate 2019 e in mora di pagamento dei suoi titoli di Stato, eurobond, da marzo 2020. Le trattative si erano, però, interrotte a luglio 2020, a causa di disaccordi sull’ammontare di queste perdite e sulla loro distribuzione tra il governo, da un lato, e il settore bancario e la Banque du Liban (BDL), dall’altro. Durante le prime negoziazioni, Beirut aveva chiesto un prestito di 10 miliardi di dollari.

Nel suo comunicato del 4 ottobre, il Ministero si è detto favorevole a “un accordo su un adeguato piano di risanamento che possa essere sostenuto dal FMI”, volto altresì a beneficiare di “un ampio sostegno da parte della comunità finanziaria internazionale”. Come specificato dal Ministero, il nuovo governo a guida Mikati è pienamente consapevole della necessità di far fronte alla situazione sociale ed economica e, pertanto, desidera impegnarsi in un processo “costruttivo, trasparente ed equo di ristrutturazione del debito con tutte le altre parti interessate”. Il Ministero ha infine assicurato che il nuovo esecutivo vuole “trovare una soluzione equa e globale” per tutti i creditori, con i quali verrà avviato “al più presto” un dialogo “in buona fede”.

La nuova delegazione che guiderà le discussioni con il FMI è stata costituita il 30 settembre scorso e comprende, oltre al ministro delle Finanze, Youssef Khalil, il vice primo ministro, Saadé Chami, quello dell’Economia e del Commercio, Amine Salam, il governatore della BDL, Riad Salamé, e due consiglieri dell Presidente della Repubblica Michel Aoun, Charbel Cordahi e Rafic Haddad.

L’obiettivo è porre un freno alla peggiore crisi per il Libano dalla guerra civile del 1975-1990, che potrebbe essere classificata tra le peggiori tre registrate a livello internazionale dalla metà del diciannovesimo secolo. Secondo gli ultimi dati diffusi dal Ministero delle Finanze, il debito pubblico ha raggiunto, a fine aprile 2021, i 98,2 miliardi di dollari, di cui il 37,2% è denominato in valuta estera. Di quest’ultimo totale, 8 miliardi di dollari sono costituiti da arretrati di pagamento accumulati dal default di marzo 2020.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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