Attacco letale contro l’esercito nel Nord del Burkina Faso

Pubblicato il 5 ottobre 2021 alle 14:07 in Africa Burkina Faso

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Il 4 ottobre, un gruppo di uomini pesantemente armati ha ucciso 14 soldati del Burkina Faso e ne ha feriti altri 7 in un attacco nella provincia centro-settentrionale di Sanmatenga, particolarmente interessata dalle violenze jihadiste. 

Nessun gruppo ha rivendicato l’attentato contro il distaccamento militare, avvenuto nei pressi della cittadina di Yirgou, una zona dove sono attive organizzazioni terroristiche legate ad al-Qaeda e allo Stato Islamico. Yirgou è stata teatro di un’altra imboscata di militanti ai danni delle forze dell’ordine, il 22 giugno, quando almeno 15 agenti sono stati uccisi. La loro unità stava effettuando un’operazione nella città, a seguito di un precedente attacco da parte di un gruppo jihadista. Anche in questo caso, l’assalto non era stato rivendicato. 

Dal 2015 il Nord e l’Est del Burkina Faso sono teatro di attacchi jihadisti compiuti da vari gruppi. Tra questi è possibile citare lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS)al-Qaeda nel Magreb Islamico (AQIM), l’organizzazione salafista “Ansarul Islam” e anche il JNIM, il cui acronimo arabo è tradotto in italiano con “Fronte d’Appoggio all’Islam e i Musulmani”, che unisce una serie di militanti jihadisti affiliati ad al-Qaeda. A seguito di nuovi sconvolgimenti nel Sahel, le vittime sono aumentate in modo vertiginoso nel 2020 e poi nel 2021. L’assalto più letale nella regione è avvenuto il 4 giugno, quando un gruppo di uomini armati ha ucciso almeno 132 civili in un attacco avvenuto nella provincia settentrionale di Yagha, al confine con il Niger. 

La regione desertica in cui convergono i confini del Niger, del Mali e del Burkina Faso, è nota come “tri-border area” ed è una zona particolarmente instabile poiché costantemente presa di mira dai militanti islamisti che operano nel Sahel. Numerosi gruppi jihadisti, che collaborano con “banditi” locali, sono operativi in questa regione, andando ad esasperare una serie di conflitti etnici preesistenti. Nello specifico, la situazione nell’area dei tre confini è particolarmente critica a partire dal 2012, quando nel Nord del Mali è scoppiata una rivolta armata guidata da membri Tuareg alleati con alcuni combattenti di al-Qaeda. Nel corso dell’anno, questi erano riusciti a prendere il controllo delle regioni settentrionali. Successivamente, nel 2013, il movimento era riuscito ad espandersi nelle regioni centrali, provocando l’intervento armato delle forze francesi. Il supporto internazionale, con una serie di iniziative sotto l’egida di ONU e UE, ha indebolito i militanti.

Tuttavia, la zona è rimasta instabile e le violenze non solo continuano, ma hanno raggiunto nuovi record nel 2021. Ciononostante, si assiste ad un generale disimpegno dall’area. Dopo una serie di ripensamenti, il 10 giugno, la Francia ha annunciato una riduzione delle operazioni militari francesi nella regione africana del Sahel. A tale proposito, il presidente Emmanuel Macron ha affermato che l’operazione Barkhane, che vede circa 5.100 soldati stanziati nell’area, ha bisogno di una “profonda trasformazione” tramite un ampliamento che veda una maggiore partecipazione di una coalizione internazionale. Inoltre, il 21 agosto, il Ciad ha annunciato che dimezzerà il numero delle truppe schierate al confine tra Mali, Niger e Burkina Faso, come parte della forza anti-jihadista del G5 Sahel, citando “un ridispiegamento strategico”.

Per quanto riguarda, invece, il ruolo crescente dell’Italia in quest’area dell’Africa, è importante sottolineare che a marzo del 2021, Roma ha cominciato a partecipare alla “Task Force Takuba”, attiva in Mali da marzo del 2020. Tale operazione può essere inquadrata nel piano francese di diminuire il proprio intervento diretto nella regione, a favore di una collaborazione europea ed internazionale. La nuova Task Force era stata istituita da Parigi e da altri 13 Paesi, in coordinamento con le forze speciali degli eserciti del Mali e del Niger. I Paesi coinvolti, a parte l’Italia, sono Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Svezia e Gran Bretagna. In Italia, l’operazione è stata approvata con il Decreto Missioni del 16 luglio 2020, durante il governo guidato dall’ex premier Giuseppe Conte. Secondo l’allora ed attuale ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, la partecipazione dell’Italia alla task force internazionale nel Sahel rappresenta “un tassello di un impegno italiano più ampio nella regione”. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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