Afghanistan: talebani responsabili della morte di 13 hazara

Pubblicato il 5 ottobre 2021 alle 10:57 in Afghanistan Asia

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Un nuovo rapporto di Amnesty International, pubblicato il 5 ottobre, riporta una serie di testimonianze riguardanti le uccisioni da parte dei talebani di 13 persone, tra cui una ragazza di 17 anni, tutti appartenenti al gruppo etnico hazara. 

I decessi sono avvenuti nella provincia centrale di Daykundi, poco dopo che il gruppo aveva preso il potere in Afghanistan. Il 30 agosto, un convoglio di 300 combattenti talebani è entrato nel villaggio di Kahor, nel distretto di Khidr, e ha ucciso almeno 11 membri di quelle che erano le forze di sicurezza nazionali afghane. Secondo le informazioni raccolte da Amnesty, 9 di queste persone sono state portate in un vicino bacino fluviale e sono state giustiziate, poco dopo essersi arrese. Inoltre, nella stessa offensiva, un’adolescente, identificata con il nome di Masuma, è deceduta a causa del fuoco incrociato dei talebani, che hanno cominciato a sparare per fermare le forze armate afghane che stavano tentando di fuggire dalla zona. Tra le vittime del fuoco incrociato risulta anche un altro civile, Fayaz, un ragazzo di circa vent’anni che si era appena sposato. I membri dell’ex esercito afghano che sono stati uccisi avevano un’età compresa tra i 26 e i 46 anni, secondo Amnesty. Inoltre, tutte le vittime erano di etnia hazara. 

Gli hazara sono una minoranza sciita che è stata vittima di attacchi e massacri eseguiti dai talebani, ma anche dallo Stato Islamico e da altri gruppi militanti musulmani sunniti, sia in Afghanistan sia in Pakistan. Durante il primo governo dei talebani nel Paese, dal 1996 al 2001, il gruppo era stato duramente criticato per il trattamento riservato agli hazara, che hanno subito un sanguinoso massacro nella città di Mazar-i-Sharif, nel 1998. Già a partire dal 2012, tuttavia, erano iniziate a circolare notizie sulla presunta cooperazione tra alcuni rappresentanti della minoranza e militanti talebani. Tuttavia, si trattava di casi specifici ed eccezionali. Una collaborazione più concreta ed ampia tra le due parti, invece, è stata registrata a maggio del 2020. Infine, il 21 settembre, quando i talebani hanno annunciato le nomine di altri 2 ministri e 11 vice-ministri del governo transitorio, hanno sottolineato lo sforzo a garantire l’inclusione delle minoranze, come quella hazara. 

Tuttavia, Amnesty aveva già documentato violenze ai danni di questa comunità sciita. Il 19 agosto, aveva riferito i risultati di un’altra indagine riguardante la morte di 9 uomini hazara nella provincia di Ghazni. Anche questi decessi, avvenuti a luglio, sarebbero da attribuire ai talebani, secondo l’organizzazione internazionale per la tutela dei diritti umani. Tuttavia, il primo settembre, le autorità talebane avevano negato di aver avuto a che fare con tali episodi di violenza. Durante il primo governo, dal 1996 al 2001, il gruppo islamista aveva imposto un dominio rigido, basato un’interpretazione estremista della Sharia. Con la presa di Kabul, il 15 agosto 2021, i talebani avevano promesso grandi cambiamenti rispetto al passato, tra cui l’apertura alle donne e il rispetto dei diritti umani. Tuttavia, i dubbi al riguardo sono numerosi. Al momento il genere femminile è stato escluso dalla vita politica e bambine e ragazze non sono potute ancora tornare a scuola o in università, a differenza dei loro compagni di sesso maschile. Inoltre, dal Paese arrivano notizie dell’esposizioni dei cadaveri di quattro presunti criminali ad Herat, uccisi dai talebani e mostrati in pubblico per “scoraggiare” la popolazione dal commettere reati. Non solo, il 23 settembre, il Mullah Nooruddin Turabi, un leader anziano del gruppo, ha affermato che il Paese tornerà a impartire punizioni severe in caso di crimini, come le amputazioni di arti. 

Riguardo alle violenze contro gli hazara del 30 agosto, il quotidiano al-Jazeera English riporta l’opinione di una ex consigliera provinciale, Raihana Azad, che ha definito tali episodi delle “disumane uccisioni di massa” ad opera dei talebani. Secondo la donna, ciò che è accaduto a Khidr è una palese violazione delle dichiarazioni dei talebani riguardo alla concessione di un’amnistia generale a livello nazionale per le ex forze di sicurezza e i dipendenti del governo. “Queste esecuzioni a sangue freddo sono un’ulteriore prova del fatto che i talebani stanno commettendo gli stessi orribili abusi per i quali erano famosi durante il loro precedente governo in Afghanistan”, ha affermato Agnes Callamard, segretario generale di Amnesty International. Infine, Azad ha aggiunto che le violenze dei talebani a Daykundi hanno colpito intere famiglie. Secondo quanto riferito, i militanti hanno conquistato la provincia il 14 agosto e hanno costretto circa 20.000 nuclei familiari ad abbandonare le proprie case con la forza, in almeno 10 villaggi dei distretti di Gizab e Pato. I residenti di Daykundi, parlando con al-Jazeera, hanno raccontato che i combattenti hanno dichiarato che il territorio era stato occupato illegalmente o che una shura talebana aveva deciso che il suolo su cui vivevano doveva “appartenere al popolo”.

Riguardo alla presa di potere dei talebani, è necessario ricordare che una massiccia offensiva su scala nazionale ha avuto inizio ad aprile, quando il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha confermato che le truppe statunitensi si sarebbero ritirate dall’Afghanistan, dopo due decenni di presenza sul campo. Tale decisione era stata concordata con i talebani dalla precedente amministrazione, guidata dall’ex presidente Donald Trump, in occasione di uno “storico” accordo di pace sottoscritto a Doha, in Qatar, il 29 febbraio 2020. L’intesa prevedeva, tra le altre cose, l’avvio di colloqui tra talebani e governo di Kabul, la fine dei rapporti con al-Qaeda e la cessazione delle offensive contro i grandi centri urbani. Tuttavia, l’accordo è stato violato più volte e non ha messo fine alle violenze, che sono aumentate durante e dopo le negoziazioni. I talebani afghani hanno prima conquistato i territori rurali intorno alle capitali provinciali e da agosto hanno lanciato assalti contro le grandi città. L’offensiva è culminata il 15 agosto con la presa della capitale, Kabul. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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