Etiopia: il governo espelle 7 funzionari dell’ONU

Pubblicato il 1 ottobre 2021 alle 9:14 in Africa Etiopia

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Il governo etiope ha ordinato l’espulsione dal Paese di 7 alti funzionari delle Nazioni Unite per “ingerenza” nei suoi affari interni. La mossa è stata attuata giovedì 30 settembre, quando gli operatori umanitari dell’ONU hanno lanciato un allarme affermando che il blocco degli aiuti imposti da Addis Abeba avrebbe costretto alla carestia centinaia di migliaia di persone nella regione settentrionale del Tigray, teatro di un conflitto che va avanti ormai da circa 11 mesi. 

I 7 funzionari, che includono membri dell’UNICEF e dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (UNOCHA), sono stati dichiarati “persona non grata” e costretti a lasciare il Paese entro 72 ore, ha riferito il Ministero degli Esteri etiope. Grant Leaity, vice coordinatore umanitario dell’OCHA, e Adele Khodr, rappresentante dell’UNICEF in Etiopia, sono tra gli individui espulsi. Anche a Kwesi Sansculotte, Saeed Moahmoud Hersi, Ghada Eltahir Midawi e Marcy Vigoda, tutti parte dell’OCHA, è stato ordinato di lasciare il Paese, insieme a Sonny Onyegbula, dell’ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, si è detto “scioccato” dalla notizia dell’espulsione, secondo quanto rivelato dalla portavoce dell’ONU, Stephanie Tremblay, in una conferenza stampa. “Ora ci stiamo impegnando con il governo dell’Etiopia nella speranza che le Nazioni Unite possano continuare il loro importante lavoro”, ha affermato Tremblay.

Il corrispondente diplomatico di Al Jazeera, James Bays, riferendo dal quartier generale dell’ONU a New York, ha dichiarato che la mossa del governo etiope ha causato “profonda preoccupazione” presso le Nazioni Unite. Bays ha osservato che Guterres avrebbe perseguito “una diplomazia molto tranquilla e paziente, senza dire troppo, almeno inizialmente, in pubblico, senza condannare troppo la situazione, perché pensava di poter spingere il primo ministro etiope Abiy Ahmed nella giusta direzione”. “Questa strategia, tuttavia, non ha chiaramente funzionato”, ha chiarito il giornalista. 

Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno affermato che imporranno sanzioni a causa dell'”assenza di progressi significativi” da parte dell’Etiopia, stando a quanto spiegato dalla portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki. In una dichiarazione separata, il Segretario di Stato USA, Antony Blinken, ha sottolineato che Washington “condanna fortemente” la decisione e chiede “un’inversione immediata” di passo, rilevando che le Nazioni Unite sono fondamentali per gli sforzi di soccorso umanitario nel mezzo di un crescente grave rischio di carestia. “L’espulsione è controproducente per l’impegno internazionale volto a mantenere i civili al sicuro e a fornire un’assistenza umanitaria salvavita a milioni di persone in disperato bisogno”, ha affermato Blinken.

Entro il primo novembre, si prevede che l’Ufficio per i diritti umani dell’ONU e la Commissione etiope per i diritti umani, creata dal governo, rilascino i risultati di un’indagine condotta sulla guerra del Tigray. Non è ancora chiaro se la ricerca verrà compromessa dall’espulsione di Onyegbula, membro della squadra delle Nazioni Unite. Martedì 28 settembre, il capo dell’Ufficio umanitario dell’ONU, Martin Griffiths, ha affermato che un “blocco di fatto di quasi tre mesi ha limitato le consegne di aiuti al 10% di ciò che è necessario nella regione, abitata da circa 6 milioni di persone”. Leaity, dell’OCHA, aveva avvertito, a metà settembre, che le scorte di aiuti umanitari, contanti e carburante erano “in esaurimento o già completamente esaurite” e che le scorte di cibo si erano prosciugate a fine agosto.

Le autorità etiopi hanno accusato gli operatori umanitari non solo di ingerenza negli affari interni del Paese ma anche di favorire e persino armare le forze del Tigray, sebbene non abbiano fornito prove a sostegno delle loro accuse. In precedenza, il governo aveva sospeso le operazioni di due importanti gruppi di aiuto internazionali, Medici senza frontiere e il Comitato norvegese per i rifugiati, accusandoli di diffondere “disinformazione” sulla guerra. Il portavoce delle forze del Tigray, Getachew Reda, ha dichiarato su Twitter che le espulsioni attuate dall’esecutivo di Addis Abeba riflettono una situazione “triste ma reale” in cui Abiy non può essere “portato alla sanità mentale”.

L’operazione dell’esercito federale etiope nella regione del Tigray era iniziata, il 4 novembre 2020, dopo che il TPLF era stato ritenuto responsabile di aver attaccato una base militare delle forze governative a Dansha, con l’obiettivo di rubare l’equipaggiamento militare in essa contenuto. Abiy aveva accusato il TPLF di tradimento e terrorismo e aveva avviato una campagna militare per riportare l’ordine nella regione. L’offensiva era stata dichiarata conclusa il 29 novembre 2020, con la conquista della capitale regionale, Mekelle. Tuttavia, i combattimenti sono continuati nella parte centrale e meridionale del Tigray. In tale quadro, anche l’Eritrea ha inviato i suoi uomini a sostegno delle forze di Abiy. 

I combattenti tigrini non si sono fermati e, qualche mese dopo, hanno ripreso il controllo di gran parte del territorio della regione settentrionale del Tigray, dopo aver riconquistato la capitale regionale, Mekelle. L’operazione militare del governo federale ha subito un duro colpo a causa della controffensiva tigrina e, nella serata del 28 giugno, l’esecutivo di Addis Abeba si è trovato costretto ad annunciare un cessate il fuoco unilaterale e immediato. La mossa ha segnato una pausa nel conflitto civile, che andava avanti da quasi otto mesi. Il TPLF, tuttavia, ha definito la tregua “uno scherzo” e i combattimenti non si sono ancora arrestati.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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