Yemen: ne parla il consigliere degli USA con l’Arabia Saudita

Pubblicato il 28 settembre 2021 alle 11:33 in Arabia Saudita USA e Canada Yemen

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Il consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan, ha intrapreso un tour nel Golfo, il 27 settembre, che lo vede impegnato in visite in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti (UAE). Tra i principali dossier al centro delle discussioni vi è il conflitto civile in Yemen.

Come riportato dalla portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Emily Horne, ad accompagnare Sullivan vi è anche l’inviato degli USA in Yemen, Timothy Lenderking, il quale, sin dalla sua nomina, il 4 febbraio, si è recato più volte nel Golfo esortando le parti belligeranti yemenite, Houthi in primis, a porre fine alle tensioni. In particolare, l’inviato ha precedentemente affermato che gli USA mirano a intensificare i propri sforzi diplomatici a livello internazionale e con i partner mediorientali, al fine di trovare una soluzione al conflitto in Yemen, impiegando altresì canali secondari per avviare un dialogo con le milizie ribelli.

Sullivan rappresenta il più alto funzionario dell’amministrazione statunitense guidata da Joe Biden a visitare l’Arabia Saudita. A tal proposito, un ex sottosegretario del Ministero degli Esteri yemenita, Mustafa al-Numan, ha definito la visita del funzionario statunitense la più rilevante dallo scoppio del conflitto in Yemen. “Il messaggio è chiaro: la fine della guerra è una priorità per il presidente americano, così come per l’Arabia Saudita”, ha affermato al-Numan, specificando come porre fine al conflitto yemenita sia una questione di sicurezza nazionale per gli USA.

L’obiettivo del consigliere statunitense è continuare a esercitare pressione sugli attori coinvolti nel dossier per portare pace in Yemen. Tra gli interlocutori vi è anche Mohammed bin Salman, principe ereditario dell’Arabia Saudita. Quest’ultima è intervenuta nel conflitto yemenita il 26 marzo 2015, ponendosi a capo di una coalizione che attualmente vede la partecipazione di Emirati Arabi Uniti, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait e Bahrain. L’ingresso di Riad in guerra ha reso il Regno un “obiettivo legittimo” da colpire per gli Houthi, i quali, ancora oggi, continuano a chiedere la fine dell’assedio posto dal governo yemenita e dall’alleato saudita.

Tra le altre personalità da incontrare vi è poi il viceministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, fratello del principe ereditario. Secondo alcuni, la visita intrapresa il 27 settembre mostra come Washington abbia adottato un approccio più realistico nel relazionarsi con un suo partner storico, Riad. In realtà, a seguito dell’insediamento di Biden alla Casa Bianca, gli USA si erano detti determinati a svolgere un ruolo più attivo nel porre fine al conflitto yemenita, interrompendo altresì il proprio sostegno alla coalizione a guida saudita. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno sempre garantito sostegno al Regno del Golfo, per consentirgli di difendere la propria sovranità e integrità territoriale, oltre che la sua popolazione. Non da ultimo, come affermato in precedenza da Sullivan, non sostenere le operazioni offensive in Yemen non significa porre fine alle operazioni degli USA contro l’organizzazione terroristica di al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), tuttora attiva nei territori yemeniti.

A mesi di distanza dalle prime dichiarazioni di Biden e Sullivan sullo Yemen, secondo alcuni analisti, gli USA sembrano essersi resi conto dell’importanza di impegnarsi di persona per porre fine a un conflitto sempre più complesso, il che ha spinto il consigliere a tenere un faccia a faccia con alti funzionari sauditi. Tra gli altri dossier al centro delle discussioni vi è anche l’accordo sul nucleare iraniano, che l’amministrazione Biden si è detta disposta a ripristinare, in cambio del rispetto degli impegni da parte iraniana. Riad e Abu Dhabi, da parte loro, non vedono con favore il ritorno degli USA nell’accordo sul nucleare, e la stessa Arabia Saudita, sebbene impegnata in un dialogo con l’Iran, ha riferito di essere in attesa di mosse che provino l’impegno di Teheran a garantire la pace e la sicurezza della regione mediorientale.

Tra le mosse degli USA in relazione al dossier yemenita, il 16 febbraio, le milizie Houthi sono state rimosse dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere e da quella degli Specially Designated Global Terrorist (SDGT). Era stata la precedente amministrazione statunitense, guidata da Donald Trump, ad annunciare la classificazione del gruppo sciita, altresì noto come Ansar Allah, come un’organizzazione terroristica internazionale. La mossa, però, aveva sollevato crescenti preoccupazioni a livello internazionale, riguardanti soprattutto un eventuale esacerbarsi della situazione umanitaria in Yemen, il che ha portato Joe Biden a rivedere la decisione del suo predecessore. 

Il conflitto civile in Yemen ha avuto inizio a seguito del colpo di Stato Houthi del 21 settembre 2014, e vede contrapporsi i ribelli sciiti, sostenuti da Teheran, e le forze legate al governo yemenita, riconosciuto a livello internazionale. Gli USA, attraverso il proprio inviato, avevano elaborato un piano sulla base dei principi della “dichiarazione congiunta” elaborata dall’ex inviato dell’Onu, Martin Griffiths. Tra i punti stabiliti vi erano un cessate il fuoco in tutto il Paese, inclusa la fine dei raid sauditi contro i territori yemeniti e degli attacchi dei ribelli contro il Regno, l’apertura dell’aeroporto di Sanaa, l’ingresso di rifornimenti di carburante presso il porto di Hodeidah e la ripresa di negoziati e consultazioni. Tuttavia, i ribelli Houthi e l’inviato statunitense non hanno trovato un accordo sui meccanismi, i dettagli e le condizioni per il cessate il fuoco. 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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