Le donne nell’Afghanistan dei talebani: tra promesse, proteste e minacce di morte

Pubblicato il 28 settembre 2021 alle 11:41 in Afghanistan Asia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Tranne pochissime eccezioni, al 28 settembre, le ragazze e le donne afghane non sono ancora potute tornare a scuola, in università o al lavoro. I talebani affermano che è questione di tempo, mentre si moltiplicano le testimonianze femminili riguardo a violazioni dei diritti e minacce di morte. 

Quando le scuole maschili sono state riaperte, il 18 settembre, il Ministero dell’Informazione e della Cultura ha fatto sapere che il governo talebano, in collaborazione con alcuni studiosi religiosi, stava attuando le misure necessarie per permettere anche alle ragazze di tornare a scuola. “Il piano non richiederà molto tempo, sarà finalizzato presto. Vent’anni fa era diverso da adesso. Abbiamo avuto problemi economici. Il Paese è stato distrutto e abbiamo dovuto ricostruirlo”, ha affermato il viceministro Zabihullah Mujahid. A dieci giorni da questa promessa, niente sembra essere cambiato. Al contrario, continuano a circolare notizie che riguardano presunti dettami della religione islamica, piuttosto che problematiche collegate alla crisi economica. Il 27 settembre, il rettore dell’Università di Kabul, Mohammad Ashraf Ghairat, ha pubblicato un post su Twitter in cui ha affermato: “Vi do la mia parola, come rettore dell’Università di Kabul: finché non ci sarà per tutti un vero ambiente islamico, le donne non potranno venire all’università o lavorare. L’Islam prima di tutto”.

Due giorni dopo la presa di Kabul, il 17 agosto, un membro del comitato culturale dei talebani, Enamullah Samangani, aveva lanciato un primo messaggio di apertura alle donne afghane, che erano state invitate ad unirsi al governo. In un’intervista con la Televisione Nazionale dell’Afghanistan, Samangani aveva dichiarato: “L’emirato islamico non vuole che le donne siano vittime” e aveva aggiunto che queste avrebbero potuto far parte della struttura del governo. Tuttavia, la partecipazione del mondo femminile doveva rimanere limitata “a quanto previsto dalla legge della Sharia”. La realtà dei fatti, per il momento, è diversa. Già il 24 agosto, lo stesso Mujahid aveva chiesto alle donne afghane che lavorano di stare in casa, finché non fossero stati messi in atto sistemi adeguati per garantire la loro sicurezza. Senza dare spiegazioni al riguardo, nessuna donna è stata inclusa tra i rappresentanti dell’esecutivo resi noti il 7 settembre e neanche successivamente. 

Sulla scia di questo atteggiamento, il 17 settembre, i talebani hanno chiuso il Ministero per gli Affari Femminili, sostituendolo con un Ministero per la “Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio”, incaricato di far rispettare la legge islamica. Inoltre, i combattenti talebani hanno interrotto con la forza alcune manifestazioni contro questi provvedimenti e a favore dei diritti delle donne. Una delle prime nella capitale, tenutasi il 9 settembre, era stata dispersa con colpi d’arma da fuoco in aria e l’utilizzo di fruste sulle persone. Tuttavia, si sono verificate anche marce femminili pro-talebani: il 12 settembre, un gruppo di circa 300 donne, scortate dai militanti armati e completamente coperte con burqa neri, hanno sventolato bandiere dell’Emirato e cantato slogan di supporto per il governo talebano e le sue politiche islamiste. 

Non solo, il 19 settembre, il sindaco ad interim di Kabul, Hamdullah Namony, aveva tenuto la sua prima conferenza stampa da quando è stato nominato dai talebani, ed aveva fornito alcuni dati sull’occupazione femminile. Prima della conquista della capitale afghana da parte dei talebani, poco meno di un terzo dei quasi 3.000 dipendenti comunali erano donne e lavoravano in tutti i dipartimenti. Namony aveva quindi annunciato che alle dipendenti era stato ordinato di rimanere a casa in attesa di ulteriori decisioni. La regola è valida per tutte le donne, tranne quelle che “non possono essere sostituite dagli uomini”. Tra queste sono state citate alcune impiegate nei dipartimenti di progettazione e ingegneria e le inservienti dei bagni pubblici per le donne. Namony non ha specificato quante dipendenti sono state costrette a non tornare a lavoro. “Ci sono alcune aree in cui gli uomini non possono lavorare, dobbiamo chiedere al nostro personale femminile di adempiere ai propri doveri, non c’è alternativa per questo”, ha aggiunto. Lo stesso 19 settembre, nella capitale, si è tenuta una nuova protesta contro la segregazione delle donne, con cartelli che chiedevano la partecipazione femminile alla vita pubblica. “Una società in cui le donne non sono attive è una società morta”, recitava uno di questi. 

In tale contesto, la maggior parte di donne e ragazze afghane è costretta tra le mura di casa. Il 27 settembre, il quotidiano Tolo News ha riportato le parole di Binazir Haqjo, una studentessa di terza media, che spera che il governo permetterà alle ragazze di continuare gli studi. “Non sono mai uscita di casa da quando è cambiato il governo”, ha raccontato, facendo riferimento ai 43 giorni al potere dei talebani. “Penso che tutti i nostri sforzi per andare a scuola siano stati sprecati. Eravamo andati in classe nonostante le difficoltà economiche e di sicurezza. Ora stiamo sprecando tutto questo”, ha aggiunto la ragazza. Anche rimanendo in casa, molte donne hanno raccontato di aver subito abusi e violenze. Il 12 settembre, Fahima Rahmati, attivista della società civile e presidentessa di un ente di beneficenza della provincia meridionale di Kandahar, aveva denunciato un aggressione. Secondo la donna, un “gruppo armato legato ai talebani” era entrato in casa sua e aveva picchiato alcuni dei suoi familiari. Tale episodio arrivava a seguito di minacce di morte verso di lei e la sua famiglia. Un uomo, invece, ha raccontato di aver perso la moglie, uccisa in una sparatoria talebana a Kabul. Non sono chiari i dettagli della vicenda, ma Human Rights Watch ha invitato i talebani e la comunità internazionale a indagare seriamente su questi due episodi e su molti altri che continuano a verificarsi nel Paese. 

Intanto, le notizie riguardanti violazioni dei diritti umani e minacce di morte si moltiplicano in tutto l’Afghanistan. Nella città di Herat, per esempio, il mondo femminile ha denunciato una generalizzata segregazione di genere: le donne che in passato avevano ricoperto ruoli istituzionali sono state intimidite; la libertà di movimento fuori di casa è stata ristretta; sono stati imposti codici di abbigliamento obbligatori; è stato negato il diritto di riunione pacifica. Secondo un’inchiesta della BBC, ci sono oltre 220 giudici afghane donne che si nascondono dopo aver ricevuto minacce di morte e temono ritorsioni da parte degli uomini che hanno condannato, tra cui alcuni talebani stessi. Sei di queste hanno raccontato le loro storie, a condizione di rimanere anonime. Nel corso della sua carriera di giudice, Masooma (il cui nome è stato cambiato) ha riferito di aver condannato centinaia di uomini per violenza contro le donne, tra cui stupro, omicidio e tortura. Pochi giorni dopo il cambio di governo a Kabul, quando migliaia di criminali sono stati liberati dalle carceri, sono iniziate le minacce di morte, tramite messaggi di testo, note vocali e chiamate da numeri sconosciuti. “Era mezzanotte quando abbiamo saputo che i talebani avevano liberato tutti i detenuti dalla prigione”, dice Masooma. “Siamo subito fuggiti. Abbiamo lasciato la nostra casa e tutto alle spalle”, ha aggiunto. I suoi vicini le hanno scritto un messaggio poche ore dopo, per dirle che alcuni talebani erano andati a cercarla a casa. 

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Maria Grazia Rutigliano 

 

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.