Siria: tensioni tra Ankara e Mosca prima dei colloqui di Sochi

Pubblicato il 27 settembre 2021 alle 9:42 in Siria Turchia

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Almeno 11 combattenti dei gruppi di opposizione siriani sono rimasti uccisi a seguito di quello che è stato definito un bombardamento “insolito” da parte delle forze aeree russe, condotto contro la periferia di Afrin, nel governatorato settentrionale di Aleppo, nella tarda serata del 25 settembre. Di conseguenza, le forze filoturche hanno colpito postazioni dell’esercito affiliato a Damasco.

Secondo quanto specificato dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), i combattenti rimasti uccisi appartenevano alla “Divisione Hamza”, appoggiata dalla Turchia. Oltre agli 11 morti, sono stati altresì registrati 13 feriti, perlopiù provenienti dalla regione del Ghouta orientale e dalla periferia di Damasco. Il raid aereo del 25 settembre, ha specificato il SOHR, ha colpito una scuola impiegata dalla suddetta divisione come quartier generale, situata nel villaggio di Brad, nella periferia di Afrin. Il giorno successivo, il 26 settembre, sono stati monitorati altri 3 attacchi aerei contro l’area di Afrin e Basofan, anch’essa posta sotto il controllo di forze turche e propri affiliati.

Dal canto loro, gruppi filoturchi, del cosiddetto “Fronte nazionale”, hanno lanciato un missile guidato contro il distretto di Shirawa, nella periferia Nord-occidentale di Aleppo, provocando l’uccisione di due soldati siriani e il ferimento di un altro membro dell’esercito di Damasco. La medesima area è stata altresì teatro di scontri via terra, a seguito di un tentativo di infiltrazione da parte dei gruppi di opposizione, che hanno provocato feriti per entrambe le parti. Parallelamente, le forze turche hanno preso di mira, con un missile antiaereo, un elicottero russo, mentre questo sorvolava il villaggio di Dardara, a Nord di Tell Tamer, nella periferia del governatorato orientale di Hasakah, senza, tuttavia, colpirlo.

Secondo il direttore del SOHR, Rami Abdel Rahman, i raid aerei russi del 25 e 26 settembre sono da definirsi rari per Afrin, regione situata nella striscia siriana al confine con la Turchia, posta sotto il controllo di gruppi ribelli appoggiati da Ankara. Questi l’hanno conquistata nel mese di marzo 2018, dopo che il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha promosso operazioni volte ad evitare la formazione di un corridoio verso il confine turco usufruibile dai “terroristi”, con riferimento al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). “Il messaggio della Russia è chiaro” ha dichiarato Rahman, secondo cui Mosca desidera esercitare pressione su Ankara, evidenziando che non esistono “confini o linee rosse per le proprie azioni militari in Siria”. Alla luce di ciò, la Turchia ha continuato ad inviare rinforzi a Idlib, l’ultimo governatorato Nord-occidentale tuttora posto in gran parte sotto il controllo dei gruppi di opposizione, che, nel frattempo, continua a essere obiettivo di attacchi aerei russi.

Ciò avviene a pochi giorni di distanza da un vertice tra il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo omologo turco, Erdogan, previsto per il 29 settembre prossimo. Questo si terrà a Sochi, città della Russia meridionale, e non è da escludersi la presenza del capo di Stato iraniano, Ebrahim Raisi, considerato che Iran, Russia e Turchia svolgono il ruolo di garanti nei cosiddetti colloqui di Astana, incontri incentrati sulla crisi siriana. Come riportato da Lavrov e da fonti mediatiche filodamascene, si prevede che tra i principali punti all’ordine del giorno vi sarà proprio Idlib, definito dal capo del Cremlino un “avamposto di gruppi terroristici”.

Non si esclude che Ankara e Mosca, nel corso del prossimo incontro, stabiliscano una tabella di marcia per concretizzare a pieno sia l’accordo del 5 marzo 2020 sia quello del 17 settembre 2018. In tale data, Turchia, Russia, Iran e Siria, riunitesi sempre a Sochi, hanno raggiunto un’intesa volta scongiurare un massiccio assalto del regime a Idlib e nelle province vicine. In particolare, venne istituita un’area di 15 – 20 km, in cui rifugiati e ribelli, insieme alle proprie famiglie e ad altri civili scappati da diverse zone di conflitto, potessero considerarsi al sicuro rispetto agli attacchi di Damasco.

Circa l’intesa del 2020, invece, oltre al cessate il fuoco nella regione Nord-occidentale, questa prevedeva altresì l’istituzione di un corridoio sicuro lungo l’autostrada internazionale Aleppo-Latakia “M4”, con una profondità di 6 chilometri a Sud e altrettanti a Nord dell’arteria, a condizione che fossero concordati criteri specifici per le operazioni di sicurezza tra i Ministeri della Difesa turco e russo. Ciò ha portato, nel corso dell’ultimo anno, all’organizzazione di operazioni di pattugliamento congiunto russo-turche nella medesima regione, ma il corridoio non è stato mai effettivamente creato e la strada non è stata ancora completamente riaperta. Ripristinare il movimento sulla “M4” e aprire i valichi interni tra le aree del regime e dell’opposizione siriana sono considerati passi necessari non solo a rilanciare l’economia del Paese, ma altresì a scongiurare, ancora una volta, un’operazione militare, che metterebbe in pericolo la vita di circa 4 milioni di abitanti, di cui un milione di sfollati rifugiatisi nella regione con lo scoppio della guerra civile.

Tali sviluppi si inseriscono nel quadro del perdurante conflitto siriano, in corso oramai da circa dieci anni. L’inizio delle tensioni si fa risalire al 15 marzo 2011, quando parte della popolazione siriana ha iniziato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano, Assad. L’esercito del regime siriano è coadiuvato da Mosca, oltre ad essere appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah. Sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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