La Serbia, il Kosovo e la “guerra delle targhe”

Pubblicato il 27 settembre 2021 alle 12:10 in Kosovo Serbia

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Le truppe serbe sono in stato di allerta da quando il governo di Belgrado ha denunciato una serie di “provocazioni” da parte del Kosovo in seguito al dispiegamento di unità speciali di forze di polizia al confine. Le relazioni tra la Serbia e la sua ex regione separatista sono peggiorate da quando il governo kosovaro, di etnia albanese, ha inviato i suoi agenti in un’area popolata principalmente da minoranze etniche serbe, che rifiutano l’autorità di Pristina. Il dispiegamento è avvenuto nei giorni scorsi, quando centinaia di serbi hanno organizzato proteste quotidiane contro la decisione di richiedere ai conducenti con targa serba di utilizzare un documento di registrazione stampato temporaneo, valido solo per 60 giorni, quando entrano in Kosovo. La nuova misura è stata introdotta dal governo del premier Albin Kurti e, a detta di quest’ultimo, rispecchierebbe le disposizioni vigenti dal 2008 sul territorio serbo contro i conducenti kosovari.

“Nessuno qui vuole un conflitto e spero che non ci sarà”, ha riferito al quotidiano al Jazeera un manifestante accampato al valico di frontiera di Jarinje. “Vogliamo che Pristina ritiri le sue forze e annulli la decisione sulle targhe”, ha aggiunto. I serbi in Kosovo hanno protestato bloccando il traffico con camion sulle strade che portano ai due valichi di frontiera.

“Dopo le provocazioni delle forze di polizia speciale, il presidente serbo Aleksandar Vucic ha dato l’ordine di aumentare l’allerta per alcune unità dell’esercito e della polizia serbe”, ha affermato il ministero della Difesa di Belgrado con una nota. Secondo l’agenzia di stampa Agence France Presse, alcuni caccia serbi sarebbero stati visti sorvolare i cieli della regione di confine, sabato 25 e domenica 26 settembre. 

Nel frattempo, l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha esortato la Serbia e il Kosovo a ridurre le tensioni invitando a “ritirare immediatamente le unità speciali di polizia e a smantellare i blocchi stradali”. “Qualsiasi ulteriore provocazione o azione unilaterale e non coordinata è inaccettabile”, ha affermato in una nota. Da parte sua, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha riferito di aver parlato per telefono con il presidente serbo Vucic e con il primo ministro kosovaro Kurti. “È fondamentale che sia Belgrado che Pristina mostrino moderazione e tornino al dialogo”, ha twittato Stoltenberg. Le truppe NATO sono schierate in Kosovo a partire dal conflitto serbo-kosovaro del 1998-99.

Belgrado non riconosce la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, emessa il 17 febbraio 2008, e ritiene che la decisione di Pristina sulle targhe implichi per il Paese lo status di Stato sovrano. Sebbene la Serbia non riconosca l’indipendenza del Kosovo, questa è invece accolta da numerosi Stati della comunità internazionale, circa 110, tra cui l’Italia e gli Stati Uniti. La Russia, invece, alleata di Belgrado non ne accetta l’indipendenza. 

Vucic ha deplorato la mancanza di reazione da parte della comunità internazionale di fronte all'”occupazione totale, per più di una settimana, del Kosovo settentrionale, da parte dei veicoli blindati di Pristina”. Al contrario, “tutti si sono improvvisamente preoccupati quando gli elicotteri e gli aerei serbi sono stati visti sopra la Serbia centrale”, ha detto Vucic in una nota, aggiungendo, però, che la Serbia “si comporterà sempre in modo responsabile e serio”. Il premier Kurti, dal canto suo, ha accusato Belgrado di voler “provocare un grave conflitto internazionale”.

Nella giornata di domenica 26 settembre, il ministro della Difesa serbo, Nebojsa Stefanovic, ha visitato le truppe del suo Paese in due delle basi dove è stata dichiarata l’allerta, di cui una a pochi chilometri dal confine con il Kosovo. Belgrado designa i valichi di frontiera tra i due Paesi come “amministrativi”. L’Albania si è detta “preoccupata per l’escalation della situazione” e ha chiesto a Belgrado “di ritirare le forze armate schierate al confine con il Kosovo”. Il presidente kosovaro, Vjosa Osmani, data la situazione critica, ha interrotto la sua visita a New York in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite citando, come motivo del suo rientro, “gli sviluppi nel Nord del Paese”. Sabato 25 settembre, due uffici del Ministero degli Interni nel Kosovo settentrionale sono stati attaccati, vicino ai valichi di frontiera, dai manifestanti serbi. L’ufficio di registrazione automobilistica nella città di Zubin Potok è stato dato alle fiamme e due bombe a mano sono state lanciate, pur non esplodendo, contro l’ufficio di registrazione civile nella città di Zvecan. Non ci sono state vittime.

Kurti ha chiesto alla Serbia di iniziare a riconoscere le targhe automobilistiche del Kosovo per consentire la libera circolazione di persone e merci. Vucic, da parte sua, ha affermato che Pristina dovrebbe prima rimuovere le unità di polizia inviate nel Nord Paese per far rispettare le nuove disposizioni sulle targhe. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno chiesto un allentamento delle tensioni e hanno invitato le due parti a tornare al tavolo dei colloqui di normalizzazione, che l’UE ha mediato per circa un decennio. Il presidente serbo ha ribadito che il processo di normalizzazione potrà riprendere solo se il Kosovo ritirerà le sue forze speciali di polizia dal Nord. I due Paesi avevano avviato i colloqui nel 2013 per cercare di risolvere le questioni in sospeso, ma, da quel momento, sono stati fatti pochi progressi.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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